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Categoria: Ambiente
Creato Venerdì, 01 Aprile 2011

I cambiamenti climatici in Africa settentrionale, di Federica Costa (n°134)

Quando si parla di “riscaldamento del pianeta” ci si riferisce al fenomeno di innalzamento della temperatura terrestre, probabilmente dovuto all’eccessiva presenza di gas serra in atmosfera, che innesca cambiamenti climatici con importanti conseguenze. I gas serra (principalmente anidride carbonica, ossido di diazoto e metano) sono componenti dell’atmosfera terrestre che agiscono da filtro naturale poiché, trattenendo parte delle radiazioni emesse dal pianeta, permettono di mantenere una temperatura adatta alla vita. Tuttavia, la concentrazione dei gas serra è aumentata in modo drastico, e forse irreversibile, dagli anni ’60 ad oggi. Ad esempio, l’anidride carbonica è arrivata ai valori di concentrazione attuali (circa 380 parti per milione, rappresenta circa lo 0,038 % dell’atmosfera) con un tasso di crescita di circa 2 parti per milione all’anno negli ultimi decenni, il più alto mai registrato. Tale fenomeno è interpretabile in parte in termini di variabilità naturale delle componenti atmosferiche, ma principalmente si ritiene legato all’attività antropica. L’immissione in atmosfera di anidride carbonica è legata essenzialmente all’uso di combustibili fossili e ai cambiamenti di uso del suolo, anche se questi ultimi apportano un contributo minore. Il forzante radiativo (parametro che esprime la capacità di un composto di alterare il bilancio energetico terra -atmosfera) dell’anidride carbonica è cresciuto del 20% dal 1995 al 2005, il cambiamento maggiore di qualsiasi decennio degli ultimi 200 anni. Si stima che la temperatura globale negli ultimi 50 anni sia aumentata di circa 0,74 °C (circa +0,13°C per decennio), quasi il doppio rispetto al trend relativo agli ultimi cento anni (IPCC, 2007). Il maggior incremento si è verificato negli ultimi decenni durante i quali la temperatura media globale sarebbe aumentata di circa 0,2°C. Anche il livello dei mari è aumentato (+1,8 cm negli ultimi decenni) con una diminuzione del ghiaccio artico pari al 2,7% all’anno. Il contenuto di calore dello strato oceanico del pianeta è aumentato ed il cambiamento di temperatura delle acque oceaniche incide a sua volta sulla circolazione atmosferica, alterando ulteriormente la frequenza e l’intensità delle precipitazioni, da cui l’insorgere di eventi estremi (alluvioni, siccità, etc.).

Gli effetti dei cambiamenti climatici sono numerosi e complessi da prevedere, tuttavia molti studi sono stati fatti e alcune previsioni ben documentate riportano scenari allarmanti.

In particolare, l’area del Mediterraneo è ritenuta un “hot-spot” cioè potenzialmente più sensibile agli effetti dei cambiamenti climatici rispetto ad altre aree del pianeta. Il Nord Africa, che comprende la zona del Maghreb (Marocco, Algeria, Tunisia), Egitto, Libia e Sudan, risulta una delle zone più vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici tra quante si affacciano sul Mediterraneo. Gli scenari relativi al Nord Africa prevedono importanti cambiamenti già a partire dal 2020, parliamo quindi di un futuro alquanto prossimo, non soltanto ambientali (come la riduzione della disponibilità di acqua e della produttività agricola, l’aumento in frequenza e intensità di eventi estremi) ma anche socio-economici (come l’aumento dello scontento sociale, dei conflitti politici e delle migrazioni).

La disponibilità di acqua è da tempo un’emergenza in Nord Africa: i metri cubi d’acqua disponibili per persona all’anno sono da 5 a 10 volte inferiori rispetto ai valori in Europa (Tunisia 431; Algeria: 481; Libia 681; Egitto 845 m3/ persona/anno). Si prevede che la carenza d’acqua possa raggiungere livelli di massima criticità nei prossimi anni in conseguenza dei cambiamenti climatici: in questi Paesi si stima un decremento del -30% rispetto ai valori sopracitati (aggiornati al 1996) entro il 2025. Infatti, a differenza di altre aree del mondo (Nord America, Canada, Nord Europa) dove negli ultimi decenni le precipitazioni annuali sono in media aumentate, in Nord Africa sono diminuite e, presumibilmente, continueranno a diminuire in modo costante. Si prevede un aumento dei fenomeni di salinizzazione nelle zone costiere e il deterioramento della qualità delle risorse idriche: non sarà più possibile l’accesso all’acqua per milioni di persone. La carenza d’acqua rappresenta già oggi il limite più grande per la produttività agricola nelle zone con clima mediterraneo arido. Nel Nord Africa si coltivano principalmente cereali (ad es. in Marocco l’80% delle terre arabili è destinato alla cerealicoltura) che non hanno una resa elevata (0,6-1,5 t/ettaro). Le precipitazioni - che rappresentano il mezzo principale d’irrigazione in queste terre - essendo sempre più limitate e imprevedibili rendono di dubbia utilità anche l’uso di fertilizzanti che, se somministrati in condizioni di scarsità d’irrigazione, possono anche limitare la produttività stessa. In particolare, saranno più colpite dai cambiamenti climatici quelle varietà che tollerano meno le condizioni di stress idrico e termico (come il grano) con un’inflazione rapida e prezzi inaccessibili per molti. La maggiore necessità d’irrigazione inasprirà il problema già noto della desertificazione: le terre coltivabili saranno sempre meno, più sfruttate e meno produttive. I cambiamenti climatici influenzeranno la produttività agricola in area nordafricana in relazione anche al loro effetto sul livello delle acque del Mediterraneo (in aumento) e del fiume Nilo (in diminuzione).

Se le esportazioni di petrolio, colonna portante dell’economia di questi paesi, venissero meno, si potrebbe ipotizzare un crollo economico generalizzato. La Libia è tra i maggiori esportatori di petrolio al mondo (esporta quasi un milione e mezzo di barili al giorno) con clienti extra-europei (India, Cina, USA e Brasile) ma principalmente europei (Italia, Spagna, Francia). Il petrolio libico rappresenta il 32% dell’importazione italiana: una crisi in Libia e in Nord Africa che alteri l’esportazione avrebbe importanti ripercussioni economiche per l’Italia e non solo. La carenza di risorse idriche, la limitata produzione agricola, gli elevati tassi di crescita demografica, l’incremento dell’urbanizzazione e le limitate risorse economiche, sono fattori che si prevede porteranno ad un aumento consistente dei flussi migratori dal Nord Africa verso altri Paesi (Francia, Spagna e Italia sono mete prioritarie).

Le previsioni, sia a breve che a lunga distanza, sono tutt’altro che rosee soprattutto per l’area Mediterranea. Limitare le emissioni di gas serra, innovare le strategie di mitigazione ambientale, coltivare fitti legami di cooperazione internazionale, diffondere una gestione delle risorse idriche più corretta... c’è tanto che si può fare. Senza cedere ad ansie o allarmismi bisogna accettare che non si tratta di un film ma è tutto reale.

Volendo approfondire:


- IPCC (2007) A report of the Intergovernmental Panel on Climate Change. Synthesis report, 2007. WMO/UNEP, Geneva.

- Sowers J, Vengosh A, Weinthal E (2011) Climate change water resources and the politics of adaptation in the Middle East and North Africa. Climatic Change 104: 599-627.

- Thomas RJ (2008) Opportunity to reduce vulnerability of dryland farmers in Central and West Asia and North Africa to climate change. Agricolture, Ecosystems and Environment 126: 36-45.

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