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Categoria: Ambiente
Creato Domenica, 14 Aprile 2013 Scritto da Lucrezia Avitabile

 Acqua pubblica: a che punto siamo?, di Lucrezia Avitabile (n°156)
Manifesto L'acqua non si vende

Il 12 e 13 giugno del 2011, con il referendum sull’acqua pubblica, 27 milioni di italiani si sono espressi contro i profitti sull’acqua. 

In particolare con il terzo quesito è stato parzialmente abrogato il comma 1 dell’art. 154 del Decreto Legislativo 152/06 (Testo Unico Ambientale), scongiurando che la tariffa del servizio idrico comprendesse la remunerazione del capitale investito da parte del gestore.

E’ bene ricordare che questo quesito referendario è stato dichiarato ammissibile dalla Corte Costituzionale la quale, con la sentenza 26/2011, ha esplicitato che, mediante l’eliminazione del riferimento al criterio della «adeguatezza della remunerazione del capitale investito», si persegue, chiaramente, la finalità di rendere il governo e la gestione dell’acqua estranei alle logiche del profitto.

 A questo punto noi cittadini ci aspettavamo di non pagare più il 7% di remunerazione del capitale in bolletta. Ma non è stato così, perché il Decreto Ministeriale 1 agosto 1996, che approva il metodo normalizzato per la definizione delle componenti di costo e la determinazione della tariffa di riferimento del servizio idrico integrato, emanato dal Ministero dei lavori pubblici (il Ministro era Antonio Di Pietro), all’art. 3.3 recita “Sul capitale investito, come risultante dai libri contabili alla data di emanazione del metodo e dal piano economico finanziario, si applica un tasso di remunerazione fissato nella misura del 7%”. Come a dire che il terzo quesito del referendum si riferisse solo all’articolo del Testo Unico Ambientale e non al principio generale che non si devono fare profitti sull’acqua.

Fortunatamente il Consiglio di Stato ha dato la sua interpretazione e, con la sentenza del 25 gennaio 2013, ha ritenuto che gli effetti propri del referendum del 2011 devono essere estesi anche al Decreto Ministeriale 1° agosto 1996 il quale, limitatamente alla parte in cui considera il criterio dell’adeguatez-za della remunerazione dell’investimento, che ha avuto applicazione nel periodo compreso tra il 21 luglio e il 31 dicembre 2011, è in contrasto con gli effetti del referendum.

A questo punto, con la cosiddetta manovra salva Italia di Mario Monti, sono state trasferite le funzioni attinenti alla regolazione e alla vigilanza della tariffa relativa ai servizi idrici all’Autorità per l’energia elettrica e il gas, la quale dovrà decidere il criterio da adottare per restituire ai contribuenti la remunerazione del 7% del capitale investito dai gestori. Ma, intanto, la stessa Autorità, con la Delibera 585 del 28 dicembre 2012, ha già approvato il nuovo Metodo Tariffario Transitorio per il 2012 e il 2013 (nel 2014 ci sarà quello definitivo) per il servizio idrico integrato reintroducendo, attraverso un complesso calcolo, nuovamente la remunerazione del capitale, che non è più del 7% ma dipendente dal rendimento dei BTP decennali.

Il Forum italiano dei movimenti per l’acqua è già sul piede di guerra in quanto ritiene che la nuova tariffa cerchi di riconsegnare al mercato ed ai poteri finanziari privati la gestione dell’acqua permettendo di realizzare profitti. Per questo motivo chiede l’immediato ritiro della delibera che adotta il nuovo metodo tariffario e delle competenze attribuite all’Autorità stessa.

Il referendum da solo, come era logico aspettarsi, non è bastato, sarà necessario lottare ancora per vedere rispettata la volontà popolare!

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