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Categoria: Ambiente
Creato Giovedì, 01 Marzo 2018

cascataAcqua inquinata in Abruzzo, di Ilaria Leccardi (n°210)

A 11 anni dallo scandalo discariche di Bussi il primo spiraglio per la bonifica. Intanto, nel silenzio delle istituzioni, arriva la Carta delle aree di salvaguardia per l’acqua.

Italia Paese dell’acqua. Italia racchiusa dai mari e nutrita da un patrimonio idrico ricchissimo, superficiale e sotterraneo. Italia devastata. Dopo aver raccontato nel numero scorso di Cenerentola la battaglia del paese di Sezzadio e della Valle Bormida, in Piemonte, contro la costruzione di una discarica sopra l’area di ricarica di una falda purissima già utilizzata per rifornire decine di migliaia di persone della zona, torniamo a parlare di acqua. Con uno sguardo, questa volta, diretto all’Abruzzo, la regione dove ormai più di dieci anni fa scoppiava lo scandalo Bussi, con il ritrovamento di un’enorme discarica abusiva di rifiuti tossici derivanti dallo stabilimento della Montedison, che hanno contaminato per decenni il territorio e l’acqua potabile distribuita alla popolazione.

Mentre si attende per il 13 marzo la sentenza di Cassazione per il processo Bussi e si muovono i primi passi verso la bonifica della maxi area inquinata, a gennaio è stata resa nota, più per l’intervento degli attivisti ambientali che non per quello delle istituzioni pubbliche, l’esistenza della Carta delle aree di salvaguardia per l’acqua potabile e per la ricarica delle falde che dovrebbe rappresentare uno strumento di tutela importante dell’ambiente. Un documento questo che “avrebbe dovuto essere presentato in pompa magna, se vivessimo in una società sana”, commenta Augusto De Sanctis, del Forum Abruzzese dei Movimenti per l’Acqua. “Invece, nonostante il materiale redatto per conto dell’ente d’ambito locale sia stato trasmesso a ottobre scorso alla Regione, nessuno ne ha dato notizia”. 

Il documento indica le zone della Regione dove sarà vietato installare elementi di pericolo come cave, industrie a rischio, stoccaggi di sostanze pericolose e discariche. Inoltre, individua i centri di pericolo già esistenti, come ad esempio 25 discariche che presentano già segnali di contaminazione.

La Carta si inscrive nelle indicazioni del Testo Unico dell’Ambiente del 2006 che imponeva alle regioni di perimetrare le aree di salvaguardia definendo le zone di rispetto e le zone di protezione per i punti di captazione dell’acqua potabile e la ricarica delle falde. Ma sono molte le regioni ad oggi inadempienti e, benché probabilmente ci vorranno diversi mesi per l’approvazione della Carta in Abruzzo, questo documento potrebbe essere un nuovo punto di partenza per la tutela dell’ambiente e dell’acqua a livello locale. 

“Sono tanti ormai – continua De Sanctis – i corpi idrici sotterranei ‘persi’ nella nostra regione. Definiamo così i corpi idrici con oltre il 20% dei punti di campionamento oltre i limiti di legge. Ci sono situazioni limite, come quella della Val Vibrata, dove il 95% dei punti di campionamento sono risultati contaminati. In generale circa il 50% dei corpi idrici abruzzesi è in condizioni non buone. E dico questo tenendo conto del fatto che in Italia ci sono situazioni anche peggiori e in generale i livelli di inquinamento stanno crescendo, anche perché è aumentato il numero di sostanze cercate rispetto al passato e le probabilità di trovare contaminazioni sono più alte”. Una situazione ormai diffusa su tutto il territorio italiano e che deriva da un ampio spettro di cause che vanno dalle politiche industriali selvagge dei decenni passati alla sempre più radicata antropizzazione del territorio. 

Due sono attualmente le situazioni calde su cui gli ambientalisti si sono concentrati negli ultimi mesi in Abruzzo. La prima è il progetto  per  una  cava  di 20 ettari, da rendere operativa fino al 2042, che dovrebbe essere realizzata a poche centinaia di metri a monte delle sorgenti del fiume Pescara, vicino a Popoli. Sorgente che ha una portata di oltre 7.000 litri al secondo di acqua pura e potrebbe da sola dissetare l’intera popolazione abruzzese. “Fare una cava a monte della più grande riserva idrica del Centro Italia è una pura follia”, commenta ancora De Sanctis, che poi punta il dito contro la gestione del Laboratori di Fisica del Gran Sasso. E qui veniamo al secondo punto caldo. Per la condotta di due esperimenti specifici sono stati stoccate 2.300 tonnellate di materiali pericolosi che mettono a rischio l’acquifero. Situazione in cui si inserisce un altro rischio diretto per la popolazione. “Il Piano di Emergenza Esterno dei Laboratori per gli incidenti rilevanti” previsto dalla cosiddetta Direttiva Seveso “e rivolto alla popolazione è stato varato come provvisorio nel 2008 ed è scaduto dal 2011”, spiega ancora il rappresentante del Forum H2O. “Il piano di emergenza per la popolazione in caso di incidente non c’è”.

La Carta, se approvata e applicata, potrebbe dare una risposta a questi punti critici, almeno per quel che riguarda la tutela delle risorse idriche.     

E poi c’è la vicenda Bussi, lo scandalo emerso nel 2007 che getta responsabilità decennali su chi, padrone e gestore di stabilimento industriale, ha contaminato forse in modo irrevocabile un territorio. Fino all’inizio degli anni Settanta la pratica era di buttare le scorie nel fiume Tirino, poi si è iniziato a sotterrarle. E ora, a oltre dieci anni dalla venuta alla luce delle discariche, nulla ancora si è fatto per la bonifica, se non qualche minimo intervento localizzato e di messa in sicurezza. Tuttavia, negli ultimi mesi qualcosa si è mosso nella giusta direzione e forse i lavori potrebbero finalmente vedere il via. La situazione è complessa, con varie aree contaminate da tenere in considerazione. Abbiamo la discarica Tremonti, grandissima, la prima venuta alla luce, quindi le discariche rinominate A2 e 2B, e il polo industriale. In più c’è l’ex sito Montecatini di Piano D’Orta. Fino ad ora sono stati accertati i responsabili della contaminazione solo per il sito di Montecatini e per la discarica di Tremonti perché il proprietario è lo stesso: Montedison. Ma per le discariche 2A e 2B e il polo industriale, la cui contaminazione è nota dal 2004, ancora oggi la provincia di Pescara non ha individuato i responsabili. A inizio febbraio, e questa è la notizia positiva, è stata finalmente aggiudicata la gara d’appalto per la bonifica delle discariche 2A e 2B, site tra l’area di Tremonti e il paese di Bussi, per un valore di oltre 38 milioni di euro di denaro pubblico. Mentre per quel che riguarda la stessa Tremonti, Edison ha presentato un progetto che inizialmente non prevedeva la rimozione dei rifiuti. I comitati e gli ambientalisti si sono mossi con iniziative e proteste ripetute e finalmente un progetto più valido è stato presentato lo scorso 31 gennaio. In merito è stata convocata una conferenza di servizi che dovrebbe concludersi il 18 marzo. Al tempo stesso si attende il progetto per la bonifica di Montecatini Piano D’Orta, che dovrebbe arrivare a breve. Il vero punto critico, però, sottolinea De Sanctis, “è la bonifica del polo industriale, per cui ad oggi la provincia ancora non ha determinato il responsabile della contaminazione, pur conoscendo perfettamente di chi sia stata la proprietà. Si tratta di oltre 20 ettari, tutti molto contaminati, sul fiume Tirino”.   

“Noi, oltre dieci anni fa, siamo stati i primi a far emergere pubblicamente la questione della contaminazione dell’acquedotto”, spiega ancora De Sanctis. “Io allora ero del Wwf e ordinammo delle analisi a un laboratorio privato pensando di essere i primi a trovare prove dell’inquinamento. Effettivamente i risultati furono molto negativi, ma quando abbiamo fatto uscire la notizia fummo accusati di procurato allarme. Poi abbiamo scoperto che in realtà gli enti sapevano già tutto dal 2004 e per tre anni non hanno detto nulla alla popolazione. 

“Nel 2007 il Corpo Forestale ha fatto venire alla luce le discariche abusive e pochi mesi dopo è scoppiato il caso dell'acquedotto perché lo abbiamo denunciato”. I gestori dell’acquedotto e il responsabile della Asl sono andati a processo per aver distribuito  quell’acqua,  ma  nel 2015 i reati sono risultati prescritti. “Il dramma di Bussi – aggiunge De Sanctis – ci ha fatto crescere tutti, soprattutto come consapevolezza, ma purtroppo da allora poco si è mosso. La magistratura si è dimostrata timida negli ultimi tempi, anche rispetto all’ipotesi di reato dell’omessa bonifica, a mio avviso sotto gli occhi di tutti. Il dato oggettivo è che dalla scoperta della discarica sono passati undici anni e siamo punto e a capo. Ancora oggi nelle discariche e nell’area industriale di Bussi che sono ipercontaminate, agli ultimi dati che avevo, risalenti a qualche mese fa, risultano in falda alcune sostanze inquinanti a livelli di 160mila volte superiori ai limiti di legge. E si parla anche di falda profonda”. 

Sotto l’area di Bussi è come se geologicamente ci fosse un imbuto, dove passa tutta l’acqua che cade nell’Abruzzo interno. L’enorme flusso idrico sotterraneo viene contaminato passando sotto le discariche e l’area industriale ancora da bonificare. E va a valle. “Proprio a valle si trovavano i pozzi che nel 2007 abbiamo fatto chiudere e davano acqua potabile a 700mila persone. Per 25 anni è stata data acqua ai solventi clorurati alla popolazione”. Impossibile  dire quali siano state le conseguenze sugli abitanti della zona, anche perché non è mai stata effettuata un’analisi epidemiologica. Nella voce di De Sanctis c’è tanta amarezza, ma ancor più sconcerto. “Mentre noi stiamo parlando – conclude – alcuni grammi di cancerogeni sono andati verso valle. Finché non sarà conclusa la bonifica, ogni minuto che passa la contaminazione avanza. Il momento di muoversi è già passato da un pezzo ma, tanto più ora, non si può più aspettare”. 

 

 

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