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Categoria: Ambiente
Creato Venerdì, 19 Luglio 2019

Apicultori - Foto di Mario RebeschiniLe Georgiche: introduzione, di Rino Ermini

Su idea di un membro della redazione, avremmo deciso di fare un esperimento: leggere le Georgiche, nota opera di Publio Virgilio Marone (70-19 a. C.), e prendendo spunto da alcuni passaggi che possano prestarsi, parlare di un podere condotto a mezzadria fra le pendici del Pratomagno e la media Valle dell’Arno, nelle campagne più o meno a metà strada fra Firenze e Arezzo, all’incirca alla metà del secolo scorso; parlarne per fare dei raffronti e vedere quali analogie e differenze siano rilevabili fra due realtà, quella di Virgilio e quella del podere valdarnese, distanti fra loro un paio di millenni.

L’edizione utilizzata è la Rizzoli 2018, traduzione di Luca Canali (1925-2014), a lungo docente di Lingua e letteratura latina presso le Università di Roma e di Pisa; l’introduzione è di Antonio La Penna, che ha insegnato Letteratura latina nelle Università di Firenze e di Pisa e Filologia latina alla Scuola Normale Superiore; le note sono di Riccardo Scarcia, professore emerito di Filologia latina all’Università di Roma Tor Vergata.

Ritengo di dover dire due parole di presentazione dell’opera, ma sarebbe fuori luogo tentare di inventare chissà che cosa a fronte di quanto già è stato detto e scritto. Per semplicità possiamo riportare poche sintetiche righe dalla quarta di copertina dell’edizione citata: “Le Georgiche sono forse il libro più misterioso e affascinante di Virgilio, un Virgilio ormai pienamente maturo e padrone dei suoi mezzi espressivi... sono una vera e propria epica della vita dei campi sentita e vissuta come una profonda, anche se talvolta amara e perfino tragica, rigenerazione dello spirito umano”. E aggiungere, per chi non lo sapesse, che quest’opera è un poema didascalico sulla vita agreste in quattro libri, ognuno dedicato a un particolare aspetto del lavoro agricolo: la coltivazione dei campi (I), l’arboricoltura (II), l’allevamento del bestiame (III), l’apicoltura (IV).

L’inizio, rivolto a Gaio Cilnio Mecenate, intellettuale e nobile aretino di origini  etrusche,  subito  ci instrada riguardo ai contenuti: “Che cosa fecondi le messi, sotto quale stella/ convenga arare la terra [e] unire agli olmi le viti,/ come si accudiscano i buoi e si curi l’allevamento delle greggi,/ quanta esperienza si debba dedicare alle frugali api...”

Riservandomi di entrare nel merito dal prossimo numero, riporto una citazione dall’introduzione del La Penna perché consente di fare un paio di considerazioni, diciamo così, preliminari. “Virgilio non dovette avere molta consuetudine con la gente della campagna e con la sua vita faticosa: nel poeta bucolico e georgico quest’esperienza si sente poco; in senso contrario, tuttavia, va aggiunto che la vita di città non sembra avere avuto mai attrattive per l’uomo nato in una campagna del Mincio. Dell’infanzia agreste rimane qualche traccia...” (pagina 7)

Virgilio insomma, che si crede provenisse da una famiglia di piccoli proprietari del Mantovano, parrebbe non aver avuto dimestichezza con la vita del contadino. Noi non ci stupiamo. Anche a quell’epoca i proprietari, almeno quelli di un certo livello, si godevano la vita e gli schiavi lavoravano, meglio sarebbe dire “faticavano”, al pari e forse più dei buoi. I proprietari magari scrivevano poesie, almeno Virgilio l’ha fatto. Dubitiamo che le abbiano scritte anche gli schiavi (a meno che non si trattasse di quelli addetti all’educazione dei figli nelle case padronali), i quali senza dubbio avevano un “sentire” ma di cui non c’è rimasta traccia. Insomma, c’era chi sgobbava e chi si godeva la vita, anche intellettuale. E chi cantava lo faceva a modo suo, secondo la propria “cultura di classe”, magari meglio di come l’avrebbe fatto chi sgobbava, ma era il suo modo e non quello dell’altro. Sia ben chiaro: questo non vuol dire che le Georgiche o altri libri, scritti da chi poco aveva a che fare col reale mondo contadino, non siano di piacevole lettura e non debbano considerarsi pilastri della cultura umana. Non arriverei a tanto. Direi soltanto che la voce degli “altri” non ci è arrivata e non ci arriverà mai. O ci è arrivata soltanto in parte, filtrata e distorta o in una forma e con dei contenuti funzionali al dominio delle classi privilegiate. E di questo ci dobbiamo accontentare.

L’altra considerazione: per come si presentava la struttura delle città e delle campagne all’epoca di Virgilio, comunque non doveva per lui essere difficile osservare direttamente il mondo com’era fuori dai centri urbani, in particolare la vita dei campi, ma anche la natura in generale, dai boschi ai fiumi, dalle paludi ai torrenti, dalle stelle agli animali. Si pensi infatti alle dimensioni ridotte e circoscritte delle città di allora, che certo, tranne Roma, non erano dilaganti ed invasive come invece sono nell’odierna realtà (oggi sono così invasive al punto da dare l’idea che sia la città l’ambiente “naturale”, e la “natura”, al contrario, qualche cosa di “minoritario”, anomalo e marginale). E si pensi alla incombente e grandiosa immensità e solitudine delle campagne, poco antropizzate, più selve che campi, senza rumori, senza inquinamento acustico e dell’aria,  dai colori più nitidi. Tutto allora doveva essere diverso. E la notte poi, una notte vera che, magari lo vedremo, era forse ancora visibile nelle nostre campagne di settanta anni fa, ma che doveva apparire all’epoca di Virgilio assoluta e inquietante o, d’altro canto, rifugio di assoluta quiete.

In altre parole, se anche Virgilio era nato in campagna, ma poco o niente aveva avuto a che fare con il mestiere di contadino, certo della campagna, dei boschi, della solitudine e altri consimili aspetti preminenti nel mondo di allora doveva avere solida conoscenza, tanto da poterci scrivere un’opera di grande levatura come le Georgiche.

Che cosa vogliamo fare noi alla fine con le sue Georgiche? Rileggerle insieme e creare un legame, direi quasi affettuoso, fra quella campagna e quel mondo dei suoi tempi, e un podere, come abbiamo detto sopra, della Valle dell’Arno superiore duemila anni dopo. Insomma un legame con la campagna fra Firenze e Arezzo, quella che ai tempi di Virgilio era ancora in odore di Etruschi, e nella quale si snodava, seguendo i contrafforti del Pratomagno, la via Cassia Vetus, fra boschi e pochi campi, per andare da Arezzo a Fiesole (perché Firenze era allora quattro capanne all’imbocco di un ponte di legno sul fiume, cioè ancora non c’era). Una campagna che ora, a metà del XX secolo, era invece alla fine della mezzadria, alla fine di un’epoca, alla fine di un mondo; un’epoca e un mondo lunghissimi, e una fine repentina e talmente evidente e netta che in quegli anni c’erano ancora più accostamenti con l’epoca di Virgilio duemila anni prima, che non coi tempi nostri, quelli di ora, appena sessanta o settant’anni dopo.

 

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