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Categoria: Ambiente
Creato Martedì, 25 Settembre 2018

girasoleNon piove, governi ladri! di Toni Iero (n°226)

Ondate di calore africano sempre più frequenti, seguite da temporali di stampo tropicale, inverni sempre più tiepidi. Perfino la nebbia in Val Padana sembra essersi estinta.

Anche senza andare a leggere i resoconti di quanto accade a livello planetario (scioglimento dei ghiacci ai poli, estensione dei deserti, aumento della forza degli uragani, sbiancamento delle barriere coralline, etc.) basta guardarsi intorno per capire che, in effetti, il clima sta cambiando. Una ulteriore preoccupazione è che tale cambiamento appare tutt’altro che lento. Per esempio, i dati che presento qui sotto1, relativi ai capoluoghi di regione italiani, evidenziano aumenti non trascurabili delle temperature rilevate.

 

Per semplicità, mi sono limitato al confronto tra le temperature medie annue. Tali dati sono particolarmente significativi perché confrontano medie calcolate su periodi piuttosto lunghi: la media del decennio 2007 – 2016 (in colore rosso) con quella del trentennio 1971 – 2000 (in blu, quando si parla di medie stagionali è a questo trentennio che, al momento, si fa riferimento). In questo modo, si riduce l’effetto distorcente di anni con fenomeni straordinari. Appare subito evidente l’incremento delle temperature medie in tutte le località poste sotto osservazione.

Vi sono poi altri parametri che, considerati opportunamente, permettono di avere un’idea più precisa dell’evoluzione climatica (il numero delle notti tropicali TR20, i numero dei giorni di freddo FD0, il numero dei giorni caldi SU25, il regime delle precipitazioni). Ma credo sia sufficiente quanto già esposto per rendersi conto dell’entità dei cambiamenti in atto.

Le cause di tali modificazioni sono, con tutta probabilità, legate alle attività umane che ormai interessano tutto il pianeta. Rapido incremento delle emissioni di anidride carbonica (e di altri gas che favoriscono “l’effetto serra”), deforestazione (si pensi ai giganteschi incendi che stanno devastando le foreste di Siberia, Amazzonia e Africa), sviluppo dei terreni coltivati e degli allevamenti per sostenere il consumo di carne, cementificazione del territorio, e così via in un elenco che tende ad allungarsi sempre più. A riprova dell’effetto delle attività umane sul pianeta, dopo sette anni di dibattito trascorsi a raccogliere prove, la scorsa estate trentacinque ricercatori ed esperti, radunati nell’Anthropocene Working Group, hanno chiesto ufficialmente il riconoscimento dell’Antropocene nella scala dei tempi geologici. In sostanza, introducendo il termine Antropocene, questi studiosi sostengono che ormai l’agente principale delle trasformazioni (anche geologiche) nel nostro pianeta sia l’uomo.

Stiamo entrando in una fase che comporterà nuovi problemi che, nella maggioranza dei casi, si scaricheranno sulle classi sociali più deboli. L’aumento delle temperature si riflette, in molte zone, in un rilevante aumento del disagio nel corso del periodo estivo. 

Se poi consideriamo che si sta alterando anche il regime delle precipitazioni, emerge un problema di effettiva disponibilità di acqua. Infatti, le piogge si concentrano in intervalli temporali più ristretti, causando rilevanti danni da alluvione. Inoltre, a causa della cementificazione della superficie, le acque piovane scorrono rapidamente, si incanalano nei fiumi e scompaiono velocemente nel mare. In tal modo diminuisce l’apporto alle falde acquifere, che costituiscono uno dei bacini fondamentali per l’approvvigionamento di acqua per le attività umane.

Insomma, siamo in una condizione che non è esagerato definire emergenza. Sappiamo che le ragioni di fondo di tale evoluzione stanno nella folle dinamica che il capitalismo ha imposto a quasi tutte le economie del pianeta. Pertanto, la soluzione del problema ambientale passa necessariamente attraverso un cambiamento dei meccanismi di funzionamento delle nostre società. Tuttavia, visto il forte dinamismo che caratterizza il quadro descritto in precedenza, aspettare la caduta / trasformazione del capitalismo potrebbe voler dire trovarsi in una situazione ambientale ormai definitivamente compromessa. Invece, occorrono provvedimenti immediati (tra cui: contenimento dei consumi energetici, riduzione dell’uso delle fonti fossili per la generazione di energia, la fine della cementificazione del territorio, estesi rimboschimenti, controllo sulla crescita della popolazione). I potentati economici e finanziari fanno sempre più fatica a nascondere la realtà dei fatti e, conseguentemente, lo scenario futuro verso cui ci stiamo dirigendo. Ma le iniziative che propongono (un po’ di aiuti pubblici per lo sviluppo delle energie rinnovabili, campagne per la raccolta differenziata, mobilità elettrica), oltre ad apparire come deboli alibi per sopire l’allarme ambientale, sono spesso solo misure indirizzate ad aprire nuovi mercati “green”: si pensi solo alle auto elettriche presentate ormai come unica soluzione ai problemi di inquinamento.

Come se non bastasse, in realtà, tutto sta continuando secondo i copioni già scritti in precedenza: per fare un esempio, il Comune di Bologna ha deciso di disboscare un’ampia area oggi densamente alberata (si tratta dei cosiddetti Prati di Caprara) per costruire supermercati, scuole e altre abitazioni. Come se nella città che amministra non vi fosse già abbondanza di centri commerciali, di case da adibire ad appartamenti e di scuole da ristrutturare.

Paradossalmente, i grandi assenti da questo dibattito sono proprio coloro che più sono destinati a soffrire per il cambio climatico: i ceti meno abbienti e le organizzazioni che dovrebbero rappresentarne gli interessi. Ciò è comprensibile alla luce del fatto che i “poveri” sono già impegnati in una dura lotta per la “sopravvivenza”, in una società dove gli squilibri reddituali e patrimoniali sono assai accentuati. Ma oltre a ciò, un ruolo non irrilevante è da attribuire anche alla scarsa conoscenza scientifica diffusa tra la popolazione, fattore che rende difficile formarsi un’idea su questi temi assai complessi.

A mio parere la tematica ambientale ricade a tutti gli effetti tra le questioni attinenti la lotta di classe. Anche per la drammaticità delle conseguenze legate alla deriva ambientale e climatica cui è soggetto il nostro pianeta. Sono dell’opinione che su questo aspetto sia necessario agire per sensibilizzare i nostri concittadini e per costringere la politica a intraprendere azioni volte sia a contrastare le cause del riscaldamento globale, sia a mitigarne gli effetti ormai inevitabili. 

Ne saremo capaci?

1 ISTAT, Rilevazione dati meteoclimatici ed idrologici (PSN IST-02190).

Grafico Clima

 

 

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