Stampa
Categoria: Ambiente
Creato Venerdì, 27 Settembre 2019

AratroLe Georgiche. Primo: l’aratro, di Rino Ermini (n°226)

Le Georgiche sono quattro libri, per un totale di 2.188 versi. Noi ne dovremmo parlare soltanto per un raffronto con un podere condotto a mezzadria a metà del XX secolo nelle campagne del Valdarno Superiore, provincia di Arezzo, al confine con quella di Firenze. Ma anche soltanto così, vale a dire scorrendo velocemente l’opera alla ricerca degli spunti necessari, è probabile che ogni tre versi si trovino cose da dire:  cercheremo ovviamente di scegliere nel modo migliore onde evitare di far durare anni questo nostro lavoro.

Una precisazione: del podere in questione non dirò né il nome né dove si trova esattamente. Dirò soltanto che, abbandonato all’inizio dell’estate del 1968 dalla famiglia contadina che lo lavorava, la mia famiglia, due coniugi sui quaranta con due figli adolescenti, fu venduto dal proprietario a uno speculatore venuto dalla città che lo pagò una miseria. Il podere passò per qualche anno di mano in mano. La casa, sprovvista del minimo necessario per una vita decente, fu rapidamente ristrutturata e trasformata in villa. Oggi è un agriturismo, ma i campi non ci sono più perché, abbandonati da decenni, da giardino che erano sono tornati boscaglia e roveto.

Nel primo libro delle Georgiche, dal verso 125 al verso 159, Virgilio ci canta del fatto che Giove, agli inizi del suo “mandato”, ne combinò all’uomo delle belle (che si trattasse di Dei o di Dio questa era evidentemente attitudine comune a certa gente). Giove, tanto per dirne alcune, “...aggiunse il pericoloso veleno ai tetri serpenti / e volle che i lupi predassero, che il mare si agitasse / …nascose il fuoco / e fermò il vino che fluiva sparso in ruscelli”. Ma fece tutto a fin di bene. Lo fece perché l’uomo “affinché il bisogno sperimentando a poco a poco esprimesse / le varie arti e cercasse la pianta del frumento nei solchi / e facesse scoccare il fuoco nascosto nelle vene della selce”. Insomma il capo degli Dei si prese il compito non richiesto di mettere un bel po’ di difficoltà nella vita dell’uomo perché imparasse sulla propria pelle, inventasse, scoprisse, in una parola crescesse. Il parallelo con il paradiso terrestre biblico, con la mela e la cacciata a procurarsi la vita col sudore, ecc. mi pare fin troppo scontato, ma il dio ebraico e poi cristiano, rispetto a Giove, dal confronto mi sa che ne uscirebbe molto peggio.

Seguono i versi 160-175. “Ora bisogna dire quali siano le armi dei rudi agricoltori: / senza di esse non si potrebbe seminare, ne la mèsse crescerebbe: / il vomere per primo, e il pesante legno del ricurvo aratro / e i carri della madre eleusina lenti nel girare / e le tregge e i traini e i rastrelli di peso ineguale: / e inoltre gli umili utensili che Celeo intrecciava di vimini, / i graticci di corbezzolo e il mistico vaglio di Iacco / e tutti gli arnesi che provvido riporrai prima, / se vuoi che ti spetti la gloria della divina campagna. / Presto si doma con grande forza nelle selve e si piega / un olmo in foggia di bure, e si foggia in robusto aratro: / alla radice gli si adatta il timone per la lunghezza di otto piedi, la duplice orecchia e un dentale a doppio dorso. / Prima per giogo si taglia un leggero tiglio, e per la stiva / un alto faggio che da tergo diriga il basso del carro: / sospeso sul focolare, il fumo ne prova la robustezza.”

Cominciamo dall’aratro alla metà del secolo scorso. Era come quello ai tempi di Virgilio. Era un blocco (o ceppo) di legno opportunamente lavorato ad ascia o col maniolo (uno strumento tipo zappa a breve lama ricurva con manico corto). Al blocco erano ancorate le stanghe (o timoni, due se il tiro era di una sola bestia, che stava in mezzo alle due stanghe, e giogo unico; una se il tiro era a due, una bestia per lato e doppio giogo). C’era poi una vite in legno o ferro fra le stanghe nella parte iniziale e il sottostante blocco, che serviva a regolare la profondità del solco. Quindi una stegola, cioè una struttura a forca che serviva all’aratore a tenere diritto l’attrezzo mentre la bestia trainava. C’era infine la punta in ferro, di forma triangolare e opportuna abboccatura tramite cui veniva fissata ad incastro sul blocco: in italiano si chiama vomere, in toscano valdarnese si chiamava bombere.

Tutto veniva fatto e montato a mano da mio padre. Tranne il bombere, che veniva richiesto al fabbro e non veniva pagato in denaro, ma in vino o in olio o in grano. Il bombere era sottoposto più che a consunzione a perdere il filo del taglio nell’urto con qualche grosso sasso disperso nel terreno a poca profondità. Quindi, quando fosse stato necessario, la cosa toccava a me, legato il bombere con una fune a tracolla, me ne andavo dal fabbro in paese a farlo “assottigliare”, cioè a rifare il taglio. Io aspettavo in bottega del fabbro e lo guardavo lavorare. A volte mi metteva al soffietto che alimentava la forgia.

L’acqua adoperata per la tempera era acqua corrente proveniente dal fosso macinante la cui origine era a monte del paese in un torrente; il fosso macinante serviva i mulini, gli orti e i campi, e i lavatoi.

Rileggiamo i versi di Virgilio. “Presto si doma con grande forza nelle selve e si piega / un olmo in foggia di bure, e si foggia in robusto aratro: / alla radice gli si adatta il timone per la lunghezza di otto piedi, la duplice orecchia e un dentale a doppio dorso”.

Anche mio padre curava nel bosco alcuni esemplari di quercia o castagno od olmo che fin dalla giovane età manifestassero forme giuste per essere da adulti destinati a divenire aratro. Curare vuol dire che faceva attenzione che nella crescita non venissero aduggiati (infastiditi, termine tecnico della coltura dei boschi) da altre piante, che nessuno glieli tagliasse per farne legna da ardere, che le bestie al pascolo non li danneggiassero. Erano quelli che gli sarebbero serviti all’occorrenza per rifare l’aratro o singole parti di esso. Ad esempio: se si rompeva la stegola, andava nel bosco, tagliava una giovane quercia, la più adatta, e la portava a casa. Ci avrebbe lavorato sotto la loggia, quando pioveva, perché col bel tempo si stava nei campi, fino a ridurla all’oggetto voluto. Anch’io allevavo piante copiando mio padre. Lui le guardava e mi diceva vanno bene o non vanno bene, e a volte mi diceva anche: non puoi allevare l’intero bosco, bisognerà pure che d’inverno si tagli qualche pianta per scaldarci.

Mi viene qui da fare un collegamento. La Repubblica di Venezia credo non avesse molto a che fare con Virgilio e con un podere del Valdarno del secolo scorso, ma curava meticolosamente i boschi che fornivano legname ai suoi arsenali. In particolare c’erano suoi addetti che percorrevano le foreste di competenza della Repubblica a marcare i giovani alberi che presentassero una forma adeguata a costruire l’asse di prua delle navi su cui confluisce il fasciame. E li curava finché non fossero giunti a “maturazione” e a perfezione. Severe pene erano previste per chi li danneggiasse o li tagliasse.

L’aratro da noi descritto era quello che serviva a “rompere la terra”, cioè lavorare il campo dopo la mietitura del grano. Essendo estate e la terra secca la parola “rompere” dà l’idea giusta di quel che faceva l’aratro. E serviva anche a “rientrare” la terra, cioè a fare una seconda e anche una terza lavorazione a distanza di due tre settimane l’una dall’altra. Era un modo di fare diserbo perché le infestanti che nascevano dove era stato il grano, in questo modo, mettendo col ripetuto passaggio dell’aratro le loro radici al sole estivo, si seccavano. In questo modo si preparava anche il terreno per la semina dello “strame” alla prima pioggia di settembre. Oggi certi agricoltori biologici tornano a parlare, e credo anche a praticare, questa forma di lavorazione che consentirebbe l’eliminazione, o la riduzione, dei diserbanti chimici. 

C’era una variante dell’aratro così come sopra descritto: il “sementino”. Era un aratro che aveva  due ali che servivano ad adagiare le zolle smosse a destra e a sinistra del solco, e serviva per la semina del grano o dei legumi o del granturco (Cosa che vedremo in un altro momento). Una delle due ali, tramite due bandelle in ferro, era per metà mobile, in modo tale che quando c’era da “accostare” cioè fare il solco vicino ai filari misti di viti e olivi (non dimentichiamo che eravamo a mezzadria e in genere si trattava di colture miste), l’ala che doveva accostare veniva ritirata all’interno, verso il centro dell’aratro, per non urtare appunto i pedani e aver modo quindi di fare il solco quanto più vicino alle piante in filare senza danneggiarle.

C’era anche il “coltro”, in ferro, che non c’era ai tempi di Virgilio, e che era un aratro “moderno”, introdotto (inventato) intorno all’anno Mille in Europa. Si differenziava dall’altro per forma ma soprattutto perché provvisto di “versoio”, un’ala in ferro che gli consentiva di rovesciare la zolla aperta dal vomere e che, mentre “metteva sotto” la cotica erbosa e ricca di humus e sostanze vive, “tirava all’aria” terra sostanzialmente sterile.

Oggi il “coltro”, cioè l’aratro con versoio, è messo sotto accusa dagli agricoltori biologici perché creerebbe due danni: manda sottoterra la cotica viva del terreno e richiede al suo posto forti concimazioni chimiche. L’osservazione è da prendere in seria considerazione, ma si potrebbe in parte ovviare ai danni del vomere versoio con un solco che non andasse oltre i 30 centimetri di profondità, invece delle misure eccessive che vediamo di sovente, e usare una solida concimazione di tipo organico naturale (letame). Ma oggi ci sono i trattori, non i buoi, e il letame biologico, che non sia cioè da allevamenti intensivi e trattato industrialmente, non è facile da trovare.

Difficili da spiegare queste cose. Quando le spiegavo ai miei studenti di un Istituto tecnico agrario, era difficilissimo stando in aula, un po’ meno quando si andava in azienda e potevamo vedere la differenza fra un aratro normale (ma oggi in ferro e plurimo, atto ad essere trainato dal trattore) e un versoio, soprattutto se all’opera. Il sementino avrei potuto spiegarglielo soltanto portandoli in un qualche museo contadino in Toscana o meglio ancora in qualche azienda che ancora lo usasse. Non era facile nemmeno spiegare la differenza fra una zappa e una vanga, finché non le vedevano e le adoperavano. Difficili da spiegare. Ci ritorneremo.

 

 

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Le Georgiche. Primo: l’aratro, di Rino Ermini (n°226) - Cenerentola Info
Joomla theme by hostgator coupons

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione di terze parti. Se vuoi saperne di più o negare il consenso all’utilizzo, consulta questa pagina. Cliccando su "CHIUDI" ovvero proseguendo la navigazione sul sito si presta il consenso all’uso di tutti i cookie.