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Categoria: Ambiente
Creato Domenica, 10 Novembre 2019

cibeaLe Georgiche: il giogo, la treggia, la cibea, di Rino Ermini

 “Prima per giogo si taglia un leggero tiglio, e per la stiva / un alto faggio che da tergo diriga il basso del carro: / sospeso sul focolare, il fumo ne prova la robustezza” (versi 173-175, pagina 149).

Concentriamo l’attenzione sulla parola “giogo” e sul riferimento al “focolare” e al “fumo”; e, rimandando ai versi citati nell’articolo pubblicato sul numero precedente, teniamo presente la parola “treggia”, cui aggiungeremo il termine “cibea” che Virgilio non cita, ma sarei pronto a giurare che l’abbia conosciuta.

Parlare dei suddetti strumenti implica due parole di precisazione sulla gestione dei boschi nel podere novecentesco che stiamo utilizzando per il confronto con l’agricoltura al tempo del poeta. C’erano castagni sia domestici sia selvatici, quercioli, lecci, frassini, olmi, robinie (che si chiamavano e si chiamano ancora “casce”, evidentemente da “acacia”), qualche pino e poi varie piante di basso fusto proprie della macchia mediterranea. Il bosco era molto curato: in primo luogo per la prevenzione degli incendi; poi perché era lì che si ricavava la legna per il riscaldamento della casa in inverno; inoltre ci si faceva una parte del foraggio per le bestie (come la foglia della robinia, quando il campo in piena estate a causa della siccità non dava strame); infine il legname necessario per costruire gli attrezzi (dall’aratro ai manici delle zappe, delle vanghe e delle accette, dai cesti ai pali per le viti, dallo stilo dei pagliai alla recinzione dell’orto e alle scope per le granate). Quel bosco di allora appariva un po’ diverso da come lo si vede oggi (eccesso di macchia bassa e rovi) perché nel podere c’era un piccolo gregge di una decina di pecore e un paio di capre che aiutavano non poco a tenere a bada infestanti e arbusti di bassa taglia che oggi sono invece invasivi, ancorché “naturali”, e in  attesa che col tempo, e salvo incendi che riportino tutto a zero, riprenda il sopravvento l’alto fusto.

Giogo per attacco singoloIl giogo

Veniamo al giogo. Si parte da un querciolo, tronco di 15-20 cm di diametro, che fosse cresciuto, magari “aiutato”, con una piegatura ad angolo ottuso di circa 120 gradi. Lo si tagliava in modo da ricavare un manufatto “grezzo” che avesse una lunghezza, sommando i due lati dell’angolo, di circa m. 1,50. Stiamo parlando di un giogo a traino singolo, cioè per una bestia aggiogata a un veicolo con due stanghe. Questo tronco si levigava togliendo qualunque bozzo o screpolatura perché “posasse” sul collo dell’animale senza fargli danno alla pelle. Alle estremità dei due lati del giogo si praticavano due fori con la verina dove si inserivano altrettanti cavigli di ferro da cui pendevano due anelli atti ad agganciare le stanghe. Sempre ai due lati, poco distanti dai due anelli predetti, venivano posizionati a destra un ancoraggio adatto a reggere una fune (sottogola) di un paio di cm di diametro e lunga un metro e mezzo, che passando appunto sotto la gola dell’animale si fermava a sinistra su un apposito pendente, anch’esso in ferro, curvato in modo tale da bloccarla.

Nella parte  superiore del giogo, sempre uno a destra e uno a sinistra, ma più vicini al centro rispetto ai due anelli per le stanghe e agli estremi del sottogola, si posizionavano due anelli in ferro di piccole dimensioni (4-5 centimetri di diametro) dentro i quali passavano le “nasiere” (redini) che andavano dalle mani del contadino ad un attrezzo di ferro che si apriva a forbice e si inseriva nel naso dell’animale. 

È noto a tutti che il morso si usa con i cavalli, non con i buoi e le vacche da lavoro. Questo attrezzo sarebbe la “nasiera” e da questo veniva il termine “nasiere” dato alle due redini. Il giogo di cui parla Virgilio, e altri attrezzi in legno, si passavano sul fuoco per provarne la resistenza? Non saprei rispondere. Di sicuro so che, ad esempio i pali di sostegno in castagno per le viti, se passati al fuoco per la parte da interrare (non bruciati, ma solo consistentemente anneriti), avevano una maggiore resistenza ad agenti presenti nel terreno quali l’umidità e i batteri.

Mio padre so, perché c’ero, che ogni anno, la notte di sant’Antonio, il protettore degli animali, accendeva un falò nel campo e sopra la fiamma ci passava e ripassava il giogo. Non so esattamente invece perché lo facesse. E forse non lo sapeva nemmeno lui. Magari era per un legame con tempi e riti lontanissimi sopravvissuto attraverso i secoli. O più semplicemente, come ho pensato io quando sono andato a scuola e ho cominciato a ragionare in termini “laici” e “scientifici”, per disinfettare il giogo, per eliminare eventuali parassiti infiltratisi in qualche screpolatura e potenzialmente dannosi per il collo della bestia. Il rito comunque si concludeva con il salto del fuoco da parte dei ragazzi di casa: una rincorsa e si schizzava dall’altra parte. Ma si aspettava che la fiamma fosse ormai agli sgoccioli, che ci fosse soltanto brace. E non so quale spiegazione laica o scientifica dare a questo fatto se non quella di divertirsi.

Per il trasporto fra la casa e il podere e viceversa, o fra il podere e il mulino, c’era il carro, “veicolo” immancabilmente verniciato di rosso che veniva all’occorrenza costruito o riparato dal carraio. Troppo complessa e lunga la sua costruzione perché ci si mettesse da sé il contadino. 

Treggia con pianale in sbrocchi di castagnoLa treggia

Ma la treggia la faceva per conto proprio. Era un “veicolo” in genere senza  ruote, insomma una slitta, ma allora non usavamo questo termine per indicar la. Più frequentemente rettangolare che quadrata, era fatta con quattro tronchi di circa 20 cm di diametro  e 2 metri di lunghezza e 1,50 di larghezza, incastrati fra loro non con chiodi, ma con pioli in legno inseriti a forza in fori praticati con la verina. Pioli che potevano sporgere verso l’alto per circa un metro per fare da sponda ai materiali trasportati. Ovviamente due stanghe se il traino era con una bestia, una stanga se il traino era a due.  Sul telaio era posto un graticcio a fare da pianale (rimovibile a seconda che si dovessero trasportare cose che lo richiedessero o meno). Questo era costituito da una intelaiatura di tronchi di giovani castagni selvatici di tre anni sulla quale si intesseva una trama di sbrocchi, cioè giovani castagni di un anno, più flessibili.

C’è in Valdarno un posto di poche case che si chiama Treggiaia. Niente di sicuro, ma è impossibile non pensare che prenda il nome dal fatto che lì qualcuno costruisse tregge per venderle. Oppure, lavorando un po’ di fantasia, che così si chiamasse perché luogo, borgo di poco conto. Un tempo non molto lontano infatti dalle nostre parti si diceva “sei una treggia” per dire che sei scalcinato. Offesa tremenda poi dire a qualcuno tua madre (o tua sorella) “è una treggia”. Si rischiava di essere presi a sberle.

 

La cibea

Era la treggia  sulla quale, all’occorrenza, soprattutto per il trasporto di letame, strame o foraggio, si posava (era quindi rimovibile) una grossa cesta, lunga e larga quanto la treggia e alta un metro circa. Fatta anch’essa intrecciando per il fondo strisce di tronco giovane di castagno, come diremo la prossima volta per i cestelli ed i crini, e per l’alzato castagni di un anno, i succitati sbrocchi. Offesa insuperabile, poiché l’oggetto si legava al trasporto del letame, dire a qualcuno “sei una cibea”. Non si può non rammentare che Giovanni Boccaccio, nella novella decima della VI giornata del Decamerone (Frate Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro la penna dell’agnolo Gabriello...), dice della Nuta, una povera ragazza serva che sta in cucina e che è oggetto della corte del “fante” del frate, che era  “grassa e grossa e piccola e mal fatta, con un paio di poppe che parean due ceston da letame...”. Sono sicuro che il “ceston” del Boccaccio è la cibea.

 

 

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