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Categoria: Ambiente
Creato Martedì, 10 Dicembre 2019

SPORTALe Georgiche: il cistello, la cistella, il crino, i graticci, di Rino Ermini (n°228)

 «...e inoltre gli umili utensili che Celeo intrecciava di vimini / i graticci di corbezzolo e il mistico vaglio di Iacco; / e tutti gli arnesi che provvido riporrai prima, / se vuoi che ti spetti la gloria della divina campagna». (I, 165-168) 

«Ora con verghe di rovo s’intrecciano agevoli cesti» (I, 266)

Sono alcuni versi coi quali Virgilio richiama una delle tante necessarie attività del contadino, quella di costruire cesti e cestelli intrecciando vincastri, sbrocchi, ecc. Un’attività che veniva svolta «qualora la fredda pioggia tenga chiuso il contadino» (I, 259). 

Mio padre in quest’arte era maestro. Faceva per l’esattezza i “crini” (cioè una specie di cesti), i cistelli (cestelli) e i graticci. I crini, facili a spiegarsi se ne avessimo uno davanti, ha continuato a farli fino oltre gli ottant’anni di età, finché ha potuto, di tutte le dimensioni, anche piccoli per mia figlia, quasi un giocattolo. Li faceva adoperando sbrocchi di castagno e canne gentili (quindi non la canna d’india o bambù che dir si voglia che non era adatta). Partiva da un giovane castagno di due tre anni, lo ripuliva e lo piegava fino ad ottenere un cerchio perfetto. Le due estremità del bastone, allo scopo di ottenere il cerchio,  le  fermava, dopo averle smussate ambedue col coltello, con un paio di chiodini ribattuti. Su tale cerchio, torno torno, ancorava a distanza di circa dieci centimetri l’uno dall’altro, sbrocchi di castagno, cioè giovani piante di un anno già alte un metro e mezzo circa. Li ancorava senza chiodi, ma ritorcendo su se stessa attorno al cerchio la parte basale dopo averla smussata e resa sottile col coltello. Una volta fermati gli sbrocchi, che costituivano un’intelaiatura, vi girava intorno, con essi intrecciandole, strisce di canna gentile. Le otteneva con canne ripulite dalle foglie e da quella rivestitura tipo squama che ha questo tipo di canna. Fatta questa operazione “squartava” la canna fino ad ottenerne alcune fini striscioline che, sempre usando il coltello, ripuliva nella parte interna dai nodi. Una volta intrecciate il numero sufficiente di strisce per raggiungere l’altezza voluta del cesto, piegava su se stesse le parti terminali degli sbrocchi infilandone la parte finale fra le canne intrecciate. Veniva ora la preparazione di strisce di tronco di castagno che, intrecciate agli sbrocchi così piegati, completassero il fondo. 

Adoperava castagni di tre o anche quattro anni di vita, cioè sbrocchi lasciati crescere fino a diventare tronchi di 5-6 cm di diametro. Li tagliava “a luna buona” (che credo fosse quella calante; anche Virgilio parla spesso di astri cui conformarsi). Li ripuliva dai rami e li riduceva a “matterelli” cioè bastoni lunghi da 1 a 1,5 metri a seconda del diametro del fondo che aveva da fare. Scaldava il forno come quando si doveva cuocere il pane e li infornava tenendoli in cottura per un tempo limitato forse a un’ora, tanto per ammorbidirli. Li tirava poi fuori dal forno uno alla volta, per lasciare gli altri al caldo mentre ne lavorava uno. Lavorarlo significava, usando un particolare coltello detto “coltello a petto” o altra lama adatta, squartare il tronco in strisce sottili dello spessore di un millimetro scarso. Queste strisce, intrecciate con gli sbrocchi già piegati come detto sopra costituivano il fondo del crino.

Per fabbricare cestelli e “cestelle” (stesso oggetto ma di dimensioni maggiori rispetto al primo) si usavano le medesime strisce di castagno appena descritte, intrecciate fra loro sia per il fondo che per l’alzato. La bocca del cestello, cioè la parte aperta, ovviamente di dimensioni e forma uguale al fondo, la si contornava con un tronchetto anch’esso di castagno, 2-3 cm di diametro, piegato a “petto di donna”, cioè con una forma che richiamava il disegno  di due seni  con uno spazio fra loro di distanziamento in cui veniva inserito il manico per reggere il cestello.

E da ultimo il graticcio. Era di forma rettangolare, di varia misura, da 1,5 x 1 fino a 2 x 1,5. La cornice e l’intelaiatura fra un lato e l’altro si facevano, ancora una volta, con tronchetti di castagno di pochi cm di diametro, ripuliti e sgrossati; all’intelaiatura venivano infine intrecciati i soliti sbrocchi o strisce di canna gentile. C’era una forma particolare di graticcio che meriterebbe una trattazione a sé, adoperata soprattutto per seccare i fichi e le picce (fichi spaccati, aperti e fatti combaciare dopo averli “riempiti” con uno spicchio di noce e qualche seme di finocchio). Era fatto con i materiali già detti, ma a forma di goccia, lungo un metro e mezzo circa e largo, nella parte più ampia, 60-70 cm.

A cosa servivano questi crini? Per trasportare dal campo a casa lo strame per la vacca, quando se ne faceva una quantità per cui sarebbe stato eccessivo aggiogare la bestia alla treggia o al carro. Per trasportare il “segato” (foraggio tagliato corto col falcione per far sì che le bestie lo mangiassero meglio) fino alla greppia dell’animale. I cestelli erano per la raccolta dei frutti, ma soprattutto dell’uva alla vendemmia. Anche per castagne e porcini: non si portavano in giro per i boschi sacchetti di plastica, che non c’erano. I graticci, oltre che per seccare i fichi, e i funghi, servivano per seccare il giaggiolo (di cui parleremo forse in un racconto apposito), ma soprattutto l’uva vendemmiata per fare il vinsanto, che doveva rimanere ben stesa su di essi, in stanze o logge  asciutte e ventilate, fino alla fine di dicembre quando, ormai ben appassita, la si vinificava.

Bisogna tornare un po’ indietro e aggiungere due cose sugli sbrocchi, ecc. Intanto stiamo parlando dei castagni selvatici. Non di quelli che producono marroni e varie tipologie di castagne “buone”, anche se pure i selvatici producono le loro brave castagne che, in mancanza di meglio, non sono da disprezzare; e non ci stancheremo di ripetere che le castagne selvatiche non sono i frutti dell’ippocastano detti marroni d’India o castagne matte. Allora: tagliato un castagno selvatico adulto, dal suo ceppo rispunteranno decine di virgulti (sbrocchi); se gli sbrocchi si lasciavano crescere si potevano utilizzare per fare le strisce a uso fondi dei crini o dei cestelli; se si lasciavano crescere fino a dieci-dodici anni se ne facevano pali per le viti; ancora più vecchi, pali capofilare per le vigne; decisamente adulti servivano a far castagne per pecore e maiali (o per i poveri dei paesi, i pigionali, che potevano liberamente accedere ai boschi a raccogliere quel che non serviva al proprietario). Con i castagni adulti si facevano anche gli “stili” dei pagliai, cioè un tronco lungo e diritto piantato nel terreno intorno a cui fare il pagliaio della paglia del grano o del fieno per l’inverno. 

Oggi tutto questo non si fa e i boschi di castagno, vuoi per numerose malattie da cui sono aggrediti vuoi a volte per l’incuria e gli incendi, vanno in degrado. I boschi andati in degrado sarebbe buona cosa abbatterli in modo tale che dai ceppi ricrescano giovani castagni i quali, è notorio, sarebbero più resistenti alle malattie, più belli rispetto a quel che si vede ora, più avidi di CO2 e miglior produttori di ossigeno. E si creerebbe lavoro buono.

Chi oggi fa i cesti? Io ho conosciuto e frequentato uno che  di nome si chiama Giotto, giovane maestro elementare la cui famiglia contadina viveva in un podere sulle colline intorno alla città. Giotto vantava fra l’altro un parente anziano che ancora negli anni Settanta cantava in ottava rima e che anch’io ricordo di aver ascoltato nelle veglie d’inverno a casa sua. Questo maestro cominciò a far cesti imparando dal padre e dagli altri uomini di casa, adibendo a laboratorio un angolo della stalla. Finì con l’aprire un negozio in città e fare e vendere cesti e insegnare agli altri a farli.

Un altro, mio amico e coetaneo, operaio ma figlio di contadini e mezzo contadino anche lui perché continua a lavorare la terra del padre, andato in pensione mise insieme quello che aveva imparato dal genitore e quello che apprese andando a lezione da Giotto, e si mise a far cesti per “divertimento”. Ha smesso quando si era divertito abbastanza e dei cesti ne aveva costruiti un numero tale da non sapere più che farsene.

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