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Categoria: Ambiente
Creato Venerdì, 01 Maggio 2020

piantagioneLe Georgiche: il grano, di Rino Ermini

“At rubicunda Ceres medio succiditur aestu, / et medio tostas aestu terit area fruges”.  (CANTO I, versi 297-298)

“Ma Cerere dagli accesi colori si miete nel pieno della calura, / e nel pieno della calura l’aia trebbia le spighe riarse”.

Questo articolo integra quello dedicato alla rotazione delle colture, pubblicato in aprile.

Nel nostro podere il grano si seminava in ottobre, in due modi diversi a seconda che sul terreno ci fossero stati precedentemente granturco o legumi (seminati a primavera e raccolti a fine estate) o maggese.

Nel primo caso (sistema delle porghe) il terreno era stato già ripulito dalle stoppie ed eventuali erbe infestanti, ma non lavorato. Il grano vi veniva sparso a spaglio. Allo stesso modo vi si spandeva il concime chimico in grani. Poi si tracciavano dei solchi, a distanza di un metro l’uno dall’altro, col sementino, un aratro in legno e vomere di ferro provvisto di “ali”, in modo che la terra smossa fosse allontanata dal solco e questo rimanesse pulito. Le ali del sementino erano snodabili (tramite bandelle) per fare gli “accostamenti” ai filari di olivi e viti. Fatti questi solchi si passava con la marra (zappa) e usando la terra smossa si copriva il terreno fra un solco e l’altro (la porga, appunto) in modo che il seme rimanesse interrato. È d’obbligo una citazione: il Pascoli nella poesia “Arano”, raccolta “Myricae”, parla di questo sistema di semina probabilmente osservato in Garfagnana, e chiama “porche” le mie “porghe”, cioè usa l’italiano.

Nel secondo caso si faceva la coltratura del terreno, cioè aratura con vomere versoio, dopo avere abbondantemente sparso il concio (stallatico). Quindi sulla terra arata si seminava a spaglio e per interrare il seme la si passava con l’erpice (attrezzo in legno, con rullo fatto usando un tronco lavorato, con manici per la guida e stanghe per l’attacco, costruito da mio padre).

Fra la fine di marzo ed i primi di aprile, quando il grano già nato in novembre iniziava uno sviluppo veloce, si concimava ancora con concime chimico in grani, in quantità minima, senza esagerare. Allo stesso tempo, a mano, il grano veniva “pulito”, cioè si sradicavano le giovani erbacce prima che, crescendo, lo soffocassero.

Infine un elemento di sacralità o magia o paganesimo che dir si voglia. Nelle Georgiche non lo ritrovo, sebbene prima della rilettura fossi chissà perché convinto che vi fosse qualcosa in proposito. Riguardava il “far lume al grano”. L’ultima sera di carnevale, all’imbrunire, bambini e ragazzi venivano mandati per i campi cantando i seguenti versi mentre tenevano in mano un fascio di paglia accesa: “Grano grano non carbonchiare / l’ultima sera di carnevale / così al piano così al poggio / d’ogni spiga fanne un moggio”.

Nella seconda metà di giugno si mieteva con falce a mano, non la frullana, ma la classica falce ricurva. Solo qualche podere che avesse i terreni adatti già usava la mietitrice meccanica, non ovviamente la mietitrebbiatrice, da noi ancora di là da venire.

Il grano mietuto era lasciato un giorno o due disteso nei campi, dopodiché si legava in “manne” (fasci con un diametro di circa 20 cm). Questa operazione si faceva al mattino prestissimo quando le spighe, ancora un po’ umide della rugiada notturna (guazza) non si “scanicavano” (cioè per l’eccessiva secchezza non perdevano i chicchi) e gli steli stessi, usati come legaccio, tenevano meglio.

Nella stessa giornata della legatura, o il giorno dopo, in pieno giorno perché questa volta il grano doveva essere ben asciutto, si facevano i moncelli, cioè barche ben ordinate, con le manne messe circolarmente, spighe all’interno perché gli uccelli non le beccassero, che andavano a restringersi a mo’ di pagliaio. Queste barche erano fatte in giro per il campo nei punti dove si potesse arrivare con il carro. Erano alte circa due metri e mezzo, circolari, diametro alla base di un paio di metri. Lì il grano rimaneva in attesa.

All’avvicinarsi della battitura (trebbiatura), che avveniva in genere nella prima quindicina di luglio, si “portava all’aia”. Si disfacevano i moncelli e con carro e buoi le manne venivano portate nell’aia davanti a casa, che in precedenza era stata accuratamente pulita e cosparsa di sterco di vacca che, una volta secco, formava quasi come una pavimentazione perché nessun chicco andasse perduto. Naturalmente questo modo di sistemare l’aia non lo usavano quei contadini che ce l’avessero lastricata.

Nell’aia si faceva la barca (bica) qualcosa di simile a un enorme moncello. Dopo si aspettava la trebbiatrice (tribbia, o macchina per battere, nella parlata locale), che arrivava quand’era il nostro turno. Di queste “macchine” nel circondario ce n’erano tre, di dimensioni diverse a seconda che si dovesse trebbiare in un podere con poco o tanto grano o che, soprattutto, fosse provvisto o meno di una strada da potervi andare con la tribbia grossa. Un tempo (io la ricordo bene) la trebbiatrice che veniva nel nostro podere era di quelle che non erano provviste di pressa, quindi si faceva il pagliaio classico sistemando la paglia sciolta intorno a uno “stilo” in una forma circolare terminante a cono. Sulla cima del pagliaio si metteva una croce fatta con due canne incrociate a protezione dai fulmini. Alcuni, credo più saggiamente, mettevano sulla punta dello stilo un pentolo di coccio rovesciato (si chiamava proprio “pentolo” ed era un recipiente che serviva per scaldare il latte della colazione). Negli ultimi anni veniva una trebbiatrice provvista di pressa che legava automaticamente la paglia in “presse” (quelle che oggi almeno nel nord Italia si chiamano “balle”), quindi il pagliaio non era più quello classico, ma una struttura a forma di parallelepipedo con copertura, sempre di paglia,  “a capanna”.

La trebbiatura era una festa. E operazione agricola che richiedeva molte braccia, perciò i contadini  che stavano in poderi vicini fra loro si davano una mano a vicenda. Gli uomini presenti erano sempre una quindicina, più alcune donne che stavano a preparare il pranzo, e diversi ragazzi che anche loro davano una mano, a volte a “far girar le scatole”. La fatica e il caldo richiedevano di bere molto ed era compito della massaia o del capoccia passare frequentemente fra il rumore e la polvere coi fiaschi del vino bianco e dell’acqua fresca. A seconda dell’ora in cui si finiva, c’erano il pranzo o la cena, a base di minestra in brodo o pastasciutta, pollo o gallina lessi, oci o anatre arrosto, pollo e coniglio fritto e contorno di patate. Chi non aveva stanze grandi abbastanza per apparecchiare al coperto, lo faceva sull’aia distendendo le tovaglie su presse di paglia. Il grano, dopo la divisione col padrone, restava qualche tempo in granaio prima di andare al mulino per la macinatura e tornare a casa sotto forma di farina e crusca. Quando si smise di fare il pane in casa perché le massaie cominciarono a ribellarsi, e alla bottega del forno costava meno, il grano lo si dava, in cambio di pane, direttamente al forno.

 

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