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Categoria: Ambiente
Creato Domenica, 11 Ottobre 2020

Le  Georgiche: vivaio, innesto, potature della vite, salici, di Rino Ermini

vite“At siquos autoulla virus vigilantia fugit,/ ante loculum similem exquirunt, ubi prima paretur/ arboribus sege et quo mox digesta feratur,/ mutata ignorent subito ne semina matrem”. 

(Libro II, versi 266-268)

Coloro che esercitano un’assidua attenzione, cercano un luogo/ dove preparare il primo germoglio alle viti,/ simile a quello dove ben presto il trapiantino/ così che i virgulti non si avvedano dell’improvviso mutamento della madre ”.

Tutto il libro II delle Georgiche è un’ode alle piante, in particolare alla vite e alla sua coltura. I versi sopra citati da cui partire riguardano l’appezzamento di terra dove si creano le viti che poi dovranno essere messe a dimora per dar luogo a una vigna. Noi muoveremo proprio da qui, parlando a seguire anche di innesto, di potatura verde e di salici, elementi che il Poeta, fra tante altre cose, mette bene in rilievo. In particolare accenneremo all’innesto, una tecnica utilizzata su numerose piante e con diverse varianti fin dal II millennio prima della nostra era. 

“Et saepe alterius ramos impune videmus/ vertere in alterius mutatamque....” (“E spesso vediamo il ramo di un albero mutarsi/ con naturalezza in quello di un altro...” 

Libro II, versi 32-33).

“...rursum enodes trunci resecantur, et alte/ finditur in solidum cuneis via. Deinde feraces/ plantae immittuntur;...” (“...si intagliano tronchi privi di nodi e si fende/ con zeppe la via profondamente nel solido, poi vi si immettono/ marze feconde” Libro II, versi 78-80).

È evidente che Virgilio non può parlare dell’innesto della vite su pedano di vite americana che fu la soluzione al problema fillossera nel XIX secolo, ma è interessante vedere come certe teniche a lui note, come l’innesto a “marza”, fossero ampiamente praticate nel podere del Valdarno che abbiamo come termine di confronto.

In questo podere le “barbatelle”, cioè le giovani viti da trapiantare nella vigna o nei filari misti insieme ad olivi e frutti di varia specie, ogni contadino le faceva da sé. Predisponeva intanto un piccolo appezzamento di terreno adatto, non esposto al pieno sole ma nemmeno troppo in ombra. La consistenza di questo terreno doveva essere “fine” e comunque lo si approntava usando in abbondanza letame sminuzzato e terriccio (oggi diremmo humus da compostaggio) e una lavorazione di base profonda (scasso) con rimozione dei sassi.

In esso venivano messi a dimora, infilandoli nel terreno e molto vicini fra loro, tralci lunghi circa 60 cm di vite “salvatica” (americana), quella che non produce uva ma ha il pregio di non essere attaccata dalla fillossera. Questi tralci, tagliati a “luna buona” potevano essere “messi sotto” nel tardo autunno o anche a febbraio-marzo. Fra il mese di aprile e maggio mettevano radici e gemme, cioè attecchivano. A fine inverno o nell’autunno dell'anno successivo si procedeva all’innesto. Passavano altri sei mesi fra primavera ed estate e a 18 mesi-due anni dalla posa dei tralci la barbatella era pronta per essere messa a dimora. Si poteva anche tradurre la barbatella dal vivaio alla vigna prima dell’innesto, il quale sarebbe avvenuto dopo l’attecchimento in vigna.

L’innesto si faceva a spacco o a marza. Per noi erano due modi di chiamare lo stesso metodo. Oggi non so cosa dica la scienza moderna in proposito. Poteva essere fatto dal contadino stesso (che in genere lo sapeva fare) o da uno specializzato che si faceva pagare in denaro o con olio o vino, un esperto che a volte era un contadino che arrotondava con questa sua arte. Serviva un coltello da “annestino”, forbici da pota (si diceva proprio così), pezzetti di tralcio della specie di vite che si voleva creare, provvisti di uno o due occhi, raffia per legare, sterco di vacca ammorbidito in poca acqua. Così si procedeva. Con le forbici da pota, taglio del tralcio prodotto dalla barbatella nel suo primo anno di vita fatto a circa dieci cm dall’attacco al pedano. Col coltello, spacco in verticale del moncone. Assottigliamento, sempre col coltello, della parte inferiore di un pezzetto di tralcio di vite “buona”. Inserimento di questa “marza” nel taglio suddetto. Legatura stretta con raffia. Avvolgimento con sterco. Ricoprire il tutto con terra lasciando fuori soltanto la punta della marza con l’occhio più alto.

Parliamo ora di potatura della vite. Si faceva in genere in febbraio. Ma con il successivo avvento delle grandi vigne, come avvenne ad  esempio in zone come il Chianti, divenne usuale che si iniziasse la potatura delle viti già in dicembre, appena finita la raccolta delle olive, per il semplice fatto che il numero di viti da potare era talmente alto che ci volevano mesi per portare a termine il lavoro.

Si usava la potatura che oggi si chiama a Guyot, quasi ormai del tutto scomparsa in favore di sistemi più veloci e meno dispendiosi, insomma per risparmiare manodopera. Era una potatura che allora non aveva nome. Era quella e basta e la usavano tutti in quelle zone, e la descriverò come si poteva farlo allora, con i termini “tecnici” di un tempo. Immaginiamoci la vite a febbraio, col suo bel tronco alto circa un metro al cui termine si   dipartiva   l’insieme  dei tralci totalmente spogli. Adoperando le forbici da pota, si tagliavano quasi tutti i tralci: si lasciavano solo un “capo corto”, con due occhi,  e un “capo lungo”, con cinque-sei occhi. Raramente, solo se la vite era di particolare forza, si potevano lasciare due capi corti e due lunghi, ma più facilmente i secondi che i primi. Dai tralci che nascevano dalle due gemme del capo corto, alla potatura dell’anno successivo uno, quello con la propria origine più in basso, sarebbe divenuto capo corto, l’altro, con l’origine più in alto, sarebbe diventato il lungo. A che serviva il lungo? Era quello deputato a produrre l’uva. Non che qualche grappolo non potesse nascere anche sui tralci che si sviluppavano a partire dal corto, ma era sul lungo che ci si aspettava la produzione maggiore.

Finita la potatura si procedeva a “legare”. Si usavano virgulti di salcio (salice). Vedere sotto. Si legava prima di tutto il tronco della vite al proprio palo di sostegno proprio sotto l’attaccatura dei tralci. Si legava, sempre al palo di sostegno, il capo corto. Dopodichè si piegava, facendo attenzione a non romperlo, il capo lungo in modo che rimanesse orizzontale al terreno a circa un metro da terra e lo si fermava a un paletto o a una canna piantati nel terreno alla giusta distanza.

Le viti si potevano coltivare anche in altro modo, soprattutto nei terreni in fondo ai borri o giù al piano, dove maggiore era l’umidità e c’era la necessità di far crescere la vite più alta affinché, prendendo più sole, soffrisse meno il fatto di non essere coltivata in collina. Una o due viti insieme venivano piantate con a fianco un alberello (da noi detto “loppio”, ma che era semplicemente un acero campestre). Questo alberello lo si faceva crescere fino all’altezza di un paio di metri e attraverso opportune potature annuali dal tronco centrale si facevano partire rami della lunghezza di un metro disposti a raggiera. Su di esso si faceva arrampicare la vite i cui tralci venivano potati opportunamente e legati uno per ciascun ramo del loppio. In questo tipo di coltura, siccome non tutti i grappoli erano raggiungibili da terra sia pure alzando le braccia, alla vendemmia ci si aiutava con uno scaleo di altezza adeguata.

Esisteva anche la “potatura verde” (che da noi si chiamava “rimettere le viti”). Veniva fatta in piena estate, anche due o tre volte, per contenere l’irruenza della vite e la sua propensione a gettare tralci in ogni direzione alla ricerca di altre piante da utilizzare come sostegni su cui aggrapparsi alla ricerca del sole. Contenerne l’irruenza voleva dire rimettere ordinatamente sul filare i tralci portatori di frutto o necessari alla potatura dell’anno successivo. Allo stesso tempo eliminare quelli inutili. La vite tuttavia non poteva essere spogliata eccessivamente, quindi anche un certo numero di tralci non strettamente necessari le venivano lasciati. Questo “riordino” periodico della parte verde della vite, si rendeva necessario per tre motivi: in primo luogo ravviare i tralci per consentire di irrorare senza spreco di energie e di materiali; in secondo luogo per evitare che la vite con i suoi lunghi tralci danneggiasse le altre colture in atto, in particolare olivi e (siamo in estate) granoturco; in terzo luogo evitare che l’eccesso di tralci, e quindi di foglie, diminuisse la quantità di luce necessaria ai grappoli in formazione.

“....glauca canentia fronde salicta” (“...i chiari salici dalle glauche fronde”, Libro II, verso 13) 

Salicta per Virgilio, salcio per noi contadini del Valdarno. Era il salice (siamo tornati ai virgulti per la legatura della vite dopo la potatura). Non il salice piangente che non è assolutamente adatto, ma un tipo di salice che noi distinguevamo in giallo o verde, a seconda del colore dei virgulti (quello giallo era buono perché più flessibile e docile alla piegatura, l’altro meno buono perchè piegandolo tendeva a rompersi). Cresceva e cresce lungo i corsi d’acqua o nelle zone umide e si eleva fino a quindici-venti metri se lasciato libero. I contadini di una volta lo potavano in modo tale che non crescesse da terra per più di un paio di metri e non formasse rami. A ogni primavera lui, voglioso di seguire il proprio istinto, buttava centinaia di virgulti lunghi più di un metro nella speranza di alzarsi e ramificare come natura comandava. Ma alla fine dell’inverno successivo, quando avrebbe dovuto proseguire la crescita di questi virgulti per trasformarli in rami e proseguire la corsa verso l’alto, il contadino carogna glieli tagliava sistematicamente a zero per usarli come legacci per le viti. Il salice ai primi caldi ricominciava da capo.

 

 

 

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