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Categoria: Antropologia e demografia
Creato Sabato, 01 Ottobre 2011

Raccoglitrici e cacciatori: documentazione etnografica e dibattito antropologico, di Luciano Nicolini (n°139)

Prima parte di una conferenza a due voci tenuta da Luciano Nicolini e Stefano Boni l’11/5/2011, presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, nell’ambito del ciclo di incontri intitolato “Primitivo, arcaico, originario, sauvage: (al)la ricerca dell’uomo perduto”.

Parlare di popoli di cacciatori e raccoglitori o, meglio, come ha scritto Stefano Boni nel titolo della relazione, di “raccoglitrici e cacciatori”, significa per me, sostanzialmente, parlare di popoli del passato. E questo non perché non esistano più società che basano la loro sopravvivenza sulla caccia e sulla raccolta, ma perché si tratta oramai di piccole popolazioni che vivono da secoli, se non da millenni, a contatto con allevatori e agricoltori, e che, inoltre, sono spesso confinate in ambienti particolari, come i Boscimani del deserto del Kalahari o gli Eschimesi. L’epoca in cui l’umanità era costituita esclusivamente da raccoglitrici e cacciatori è finita da quasi diecimila anni, ed è su questo lungo periodo di tempo, che va dalla comparsa del genere Homo all’affermarsi dell’agricoltura, che intendo concentrare l’attenzione.

Ciò che mi propongo di fare è quindi, innanzitutto, ricordare le principali specie che si sono succedute nel corso dell’evoluzione degli ominini; in secondo luogo sviluppare alcune brevi considerazioni circa il loro modo di vita e le loro strutture sociali; infine entrare nel vivo del dibattito che mette a confronto le società del paleolitico, dedite alla caccia e alla raccolta, con quelle del successivo neolitico, dedite prevalentemente all’agricoltura e all’allevamento.

Come è noto, la storia degli ominini ebbe inizio nel momento in cui il ramo evolutivo che ha portato alla nostra specie si distaccò da quello che ha portato alle scimmie antropomorfe a noi più vicine. Tale evento può essere collocato in un intervallo di tempo che va dai dieci ai quattro milioni di anni fa. A partire da quest’ultima data furono presenti, in Africa, diverse forme di Australopiteci, di animali, cioè, già incamminati (è il caso di dirlo, visto che avevano acquisito un bipedismo quasi completo) sulla linea umana. Se non si parla ancora di uomini è essenzialmente perché, fino a due milioni e mezzo di anni fa, i loro resti non si trovano associati a utensili di pietra; ed è convenzione, tra i paleoantropologi, far iniziare la storia del genere Homo con la comparsa di questi.

La forma umana alla quale viene attribuita la paternità delle prime selci rozzamente scheggiate trovate in Africa, Homo habilis, non si discosta molto, da un punto di vista anatomico, dalle forme gracili di australopiteco, dalle quali, con ogni probabilità, ebbe origine: è un uomo di piccola statura, con una capacità cranica di poco superiore a quella degli australopiteci e delle grandi scimmie antropomorfe: lo scimpanzé, il gorilla e l’orango (Leakey 1964).

Ad esso seguì, e da esso presumibilmente derivò, l’Homo ergaster, presente in Africa a partire da almeno un milione e ottocentomila anni fa. E’ questa una forma umana di dimensioni maggiori, più abile nella lavorazione della selce, protagonista di grandi azioni di caccia: associati ai suoi resti troviamo infatti quelli dei grandi erbivori predati. A partire dall’Africa, popolò tutto il Vecchio Mondo, dando origine in Asia alla forma denominata Homo erectus e, in Europa, a forme che possiamo definire, genericamente, preneanderthaliane, in quanto prefigurano, per alcuni tratti morfologici, quella varietà di Neanderthal che abitò il continente fino a circa trentamila anni fa (Condemi 2006).

Per quanto riguarda l’uomo anatomicamente moderno (Homo sapiens sapiens) sembra essersi originato in Africa Orientale, circa duecentomila anni fa, probabilmente a partire da forme particolarmente evolute di Homo ergaster. Sulla base delle (scarse) testimonianze fossili, e delle analisi effettuate sulla variabilità del DNA mitocondriale e di quello presente nel cromosoma Y delle popolazioni attuali, si ritiene che, partendo dall’Africa, abbia ricolonizzato l’Europa e l’Asia sostituendosi alle forme umane preesistenti (e, forse, in parte, ibridandosi con esse). Intorno ai cinquantamila anni fa avrebbe popolato l’Australia; non prima di trentamila anni fa il continente americano (Shea 2011).

Con la diffusione dell’uomo anatomicamente moderno le società di raccoglitrici e cacciatori raggiungono il massimo splendore. Infatti, non solo scheggia la selce in maniera estremamente raffinata, producendo utensili ancora oggi difficili da riprodurre utilizzando le tecniche dell’epoca, ma è artefice di opere d’arte quali gli splendidi dipinti rinvenuti nelle grotte situate tra la Francia e la Spagna, dipinti che rimandano a un complesso sistema di idee circa l’uomo e la sua posizione nel mondo. Nelle sue sepolture, inoltre, sono presenti elementi di corredo, indizio di credenze altrettanto complesse circa una vita successiva alla morte (Palma di Cesnola 1985).

E’ con l’uomo anatomicamente moderno, infine, che si giunge, passando attraverso il mesolitico, alla cosiddetta rivoluzione neolitica, all’affermarsi cioè delle società basate sull’agricoltura e l’allevamento. Tale processo prese avvio, a breve distanza di tempo, in diverse parti del mondo, ma principalmente nel Medio Oriente, nella parte orientale della Cina e nell’America Centrale (Livi Bacci 1998).

Dire qualcosa circa il modo di vita e le strutture sociali dei popoli del paleolitico è cosa piuttosto ardua sia perché, diversamente dai corpi, i comportamenti non lasciano fossili, sia perché stiamo parlando, soprattutto quando ci riferiamo alla fase finale del paleolitico, di culture complesse, che potevano essere anche molto differenti l’una dall’altra. Si presume che i popoli del paleolitico vivessero in piccoli gruppi, costituiti da decine, centinaia, forse migliaia di individui, in aggregazioni cioè compatibili con un’economia basata sulla caccia, la pesca e la raccolta di vegetali spontanei (Hassan 1981). Si presume inoltre vi fosse al loro interno una tendenziale divisione del lavoro, con i maschi prevalentemente dediti alla caccia e le femmine prevalentemente dedite alla raccolta. Questo è ciò che si è osservato nelle poche popolazioni di raccoglitrici e cacciatori giunte fino a noi; questo viene suggerito dalla stessa biologia della nostra specie, nella quale il fisico del maschio sembra più adatto di quello femminile alle attività connesse alla caccia ma, soprattutto, l’impegno della femmina nella gravidanza, nell’allattamento e nell’allevamento della prole è di gran lunga superiore a quello delle femmine degli altri mammiferi, con tutto ciò che ne consegue con riferimento alla libertà d’azione (Coppens 1985).

E’ probabile che alla tendenziale divisione del lavoro si accompagnasse una differenza in termini di potere, con un tendenziale predominio dei maschi sulle femmine e degli adulti sui giovani: è ciò che si è osservato nelle popolazioni di cacciatori e raccoglitrici giunte fino a noi; è ciò che si osserva nelle grandi scimmie antropomorfe africane, particolarmente nel Gorilla.

Difficile ipotizzare l’esistenza di classi sociali e, a maggior ragione, di qualcosa di simile a uno stato, all’interno di società nelle quali c’era ben poco che si potesse possedere, al di là degli ornamenti, degli oggetti e degli strumenti personali. E’ probabile tuttavia che, all’interno di esse, esistessero quantomeno dei capi: Pierre Clastres, in “La società contro lo stato” (1977) tende a negarlo, affermando che nelle società senza stato i capi avrebbero svolto le loro funzioni soltanto in caso di guerra; tuttavia, nei saggi contenuti nella raccolta “Archeologia della violenza” (1980), sostiene che per le società in questione la guerra era una attività costante, riducendo notevolmente il valore di tale affermazione.

Assai vivace, come accennavo nell’introduzione, è il dibattito circa il mutamento delle condizioni di vita intervenuto nel passaggio tra paleolitico e neolitico. La teoria “classica”, di sapore evoluzionista, sosteneva che nel corso di tale passaggio le condizioni di vita fossero sostanzialmente migliorate; oggi, numerosi autori sostengono l’esatto contrario. Per parte mia, mi limiterò a fare alcune considerazioni da un punto di vista demografico; dato che la demografia è la materia che ho insegnato, per quattro anni, in quest’università.

Il punto di partenza del mio ragionamento è che, nel passaggio tra paleolitico e neolitico, la popolazione aumentò in misura notevole. Si calcola che, nella fase caratterizzata dalla caccia e dalla raccolta, l’umanità non abbia mai superato, nel complesso, i dieci milioni di individui: tale si stima fosse, infatti, la capacità portante dell’ecosistema (Deevey 1960). All’inizio dell’era cristiana, la popolazione mondiale aveva probabilmente già superato i duecento milioni di persone, per arrivare a oltre settecento milioni nel XVIII secolo, all’inizio della cosiddetta “rivoluzione industriale” (Biraben 1979).

Quando una popolazione chiusa, come la popolazione mondiale considerata nel suo insieme, aumenta, ciò può essere dovuto a due sole cause: un incremento della natalità o una diminuzione della mortalità. La teoria “classica” escludeva che, tra paleolitico e neolitico, potesse essersi verificato un aumento volontario della fecondità. Si riteneva infatti che, fino al XVIII secolo, le popolazioni umane non fossero state in grado di controllarla in modo efficace: anche nel caso si fosse verificato un aumento della fecondità, e con essa della natalità, sarebbe stato dunque da attribuire a un miglioramento delle condizioni di vita. Assai più probabile, tuttavia, sembrava una diminuzione della mortalità connessa alla maggiore abbondanza di alimenti garantita dall’agricoltura e dall’allevamento (Childe 1951) .

Da alcuni decenni a questa parte, numerosi autori sostengono che, al contrario, con il passaggio al neolitico le condizioni di vita dei nostri antenati siano notevolmente peggiorate: la loro dieta sarebbe divenuta meno varia, con tutto ciò che ne consegue, e, soprattutto, l’aumento della popolazione, la stabilità degli insediamenti e la promiscuità con gli animali domestici avrebbero favorito il diffondersi delle epidemie. La speranza di vita alla nascita sarebbe dunque diminuita, causando un aumento della mortalità (Cohen 1989). Come spiegare, allora, l’incremento verificatosi nell’ammontare della popolazione? A tali autori non resta che attribuirlo a un notevole aumento volontario della fecondità.

Personalmente non sono mai stato convinto che, fino al XVIII secolo, le popolazioni umane non siano state in grado di controllare la propria fecondità: ritengo che, attraverso la regolazione dell’età al matrimonio e dell’incidenza del nubilato definitivo, l’osservanza di proibizioni rituali e l’utilizzo di pratiche sessuali alternative, ciò sia stato possibile anche in tempi molto antichi. Mi riesce tuttavia difficile credere che l’aumento volontario della fecondità ipotizzabile tra paleolitico e neolitico sia stato addirittura tale da superare gli effetti di una contemporanea diminuzione della speranza di vita alla nascita. In conclusione: che quest’ultima si sia effettivamente verificata, in conseguenza di un peggioramento delle condizioni di vita, rimane, a mio parere, interamente da dimostrare.

Bibliografia

Biraben J.N. 1979, Essai sur l’évolution du nombre des hommes, Population, XXXIV, 1:13-25.

Childe V.G. 1951, Man Makes Himself, New York, Mentor.

Clastres P. 1977, La società contro lo stato, Milano, Feltrinelli.

Clastres P. 1980, Archeologia della violenza, Milano, La Salamandra.

Cohen M.N. 1989, Health and the Rise of Civilisation, New Haven-London, Yale University Press.

Condemi S. 2006, 150 Years of Neanderthal Studies: Present Hypotheses and Future Perspectives in “Neandertal 1856-2006: 150 Years of Discoveries”, International symposium, Bologna, 23-24/11/2006.

Coppens Y. 1985, Il problema dell’origine dell’Uomo in “Homo. Viaggio alle origini della storia”, Venezia, Marsilio.

Deevey E.S. jr. 1960, The Human Population, Scientific American, 9: 49-55.

Hassan F.A. 1981, Demographic Archaeology, New York, Academic Press.

Leakey L.S.B., Tobias P.V. e Napier J.R. 1964, A New Species of the Genus Homo from Olduvai Gorge, Nature, 202, 4927: 7-9.

Livi Bacci M. 1998, Storia minima della popolazione del mondo, Bologna, Il Mulino.

Palma di Cesnola A. 1985, La più antica cultura dell’Homo sapiens in “Homo. Viaggio alle origini della storia”, Venezia, Marsilio.

Shea J.J. 2011, Homo sapiens Is as Homo sapiens Was, Current Anthropology, 52, 1: 1-15.

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