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Categoria: Antropologia e demografia
Creato Sabato, 03 Novembre 2018

Barter Chickens for SubscriptionA proposito di antropologia economica, di Luciano Nicolini

L’antropologia economica si occupa del ruolo giocato, presso le diverse popolazioni umane, dalla produzione, dallo scambio e dal consumo. S’intreccia pertanto, e secondo alcuni approcci s’identifica, con l’economia politica. La sua storia è abbastanza singolare: se infatti è stato sempre evidente che produzione, scambio e consumo sono strettamente connessi tra loro, risulta altrettanto evidente che gli antropologi (in prima approssimazione) si sono occupati di questi argomenti in tempi diversi.

Dapprima il loro interesse si è concentrato prevalentemente sullo scambio. Appariva strano, agli esploratori provenienti da società nelle quali l’uso del denaro diventava di giorno in giorno più importante, che presso altre società gli scambi avvenissero in forme quali il baratto o il dono. Fondamentali, in questo campo, furono gli studi di Boas1 sugli indiani Kwakiutl, quelli di Malinowski2 sugli indigeni delle isole Trobriand, il saggio di Mauss3 sul dono. In un secondo tempo gli studiosi di estrazione marxista, coerentemente con il pensiero del loro maestro, spostarono l’attenzione sullo studio della produzione;  soltanto negli utimi decenni hanno assunto importanza crescente, anche per via dell’interesse mostrato dagli addetti alla commercializzazione di beni e servizi, gli studi di antropologia dei consumi.

La produzione

L’enfasi che è stata posta dagli antropologi sulla capacità dell’uomo di produrre strumenti (e successivamente beni), è resa evidente dalla constatazione che proprio la presenza di strumenti in pietra scheggiata è stata scelta come linea di demarcazione tra l’uomo e gli ominidi protoumani. Non che quest’ultimi non utilizzassero strumenti: li usavano e li costriuivano anche, ma si era trattato, fino a quel momento, di sassi, oppure di rami e foglie lievemente modificati (li utilizzano, talvolta, anche le scimmie). Ed è probabilmente tale abitudine che ha portato i nostri antenati, gradualmente, ad acquisire la stazione eretta e l’andatura bipede.

Per quanto riguarda l’analisi del ruolo giocato dalla produzione presso le diverse popolazioni, restano fondamentali, e vengono pertanto utilizzate da molti antropologi, alcune definizioni introdotte da Marx ed Engels4:

1) il concetto di “modo di produzione” è utilizzato con riferimento a un determinato sistema di organizzazione produttiva e sociale, tenendo conto dello sviluppo delle “forze produttive” e dei “rapporti di produzione”;

2) per “forze produttive” s’intendono le materie prime impiegate, gli individui che le lavorano, i mezzi di produzione utilizzati e le conoscenze tecnico scientifiche;

3) per “rapporti di produzione”,  i rapporti sociali che regolano il processo lavorativo.

Il modo di produzione, secondo Marx ed Engels, determinerebbe (almeno in prima approssimazione) tutti gli aspetti della cultura, intesa nel senso più vasto. Per tali autori, l’umanità sarebbe quindi passata da una fase di “comunismo primitivo”, caratteristico delle società di cacciatori e raccoglitrici, dove la proprietà privata era limitata agli ornamenti, agli oggetti e agli strumenti personali, a un “modo di produzione schiavistico”, caratteristico per esempio dell’antichità greca e romana, basato sull’impiego massiccio di schiavi. Dal modo di produzione schiavistico si sarebbe poi passati a quello feudale, e da questo al modo di produzione capitalistico, anticamera della società comunista da essi auspicata. Ben pochi antropologi sarebbero oggi disposti a far propria tale interpretazione. E non tanto perché il comunismo, finora, non è stato realizzato (almeno per lunghi periodi e su larga scala) ma perché la successione di modi di produzione teorizzata da Marx appare poco adatta a descrivere ciò che è avvenuto presso popolazioni diverse da quelle occidentali e, in fin dei conti, piuttosto forzata anche con riferimento a quest’ultime. Nondimeno, sarebbe errato rifiutarla interamente: è ben vero che in origine, presso tutti i popoli, la proprietà privata era probabilmente limitata agli ornamenti, agli oggetti e agli strumenti personali; ed è altrettanto vero che, come profetizzava Marx, il capitalismo si è gradualmente esteso su tutto il pianeta.

Le forze produttive e i rapporti di produzione influenzano l’intera società, con evidenti ricadute sulla religione, le istituzioni politiche, lo sviluppo della scienza e delle arti. Da essi sono a loro volta, in diversa misura, influenzati.

La proprietà

I rapporti di produzione, come si è accennato, riguardano essenzialmente l’appropriazione o il controllo dei mezzi di produzione, come la terra, gli uomini, il bestiame, le tecniche e le risorse finanziarie. Per questo motivo, l’antropologia economica si occupa anche del ruolo giocato, presso le diverse popolazioni umane, dalla proprietà. Se la si definisce come «il diritto di usare, di godere e di disporre di un oggetto in maniera esclusiva e assoluta, il termine si applica all’instaurazione, alla delimitazione e alla trasmissione di diritti sui territori e sulle loro risorse (appropriazione della terra), sui beni accumulati, utilizzati, distrutti (possesso di uno strumento, di una casa) e sulle persone (schiavitù)»5. È tuttavia da segnalare che il termine proprietà non è sempre adeguato a descrivere il controllo dei mezzi di produzione, in quanto presso molte popolazioni extraeuropee (così come, in passato, in molti paesi dell’Occidente) esistono piuttosto diritti di godimento o di utilizzazione. La mancata comprensione di ciò ha spesso creato gravi problemi: è infatti accaduto, anche recentemente, che imprenditori occidentali abbiano acquistato terreni da capi appartenenti ad altre culture ed abbiano poi preteso di disporne a loro piacimento, anche espellendone gli abitanti, cosa che invece era del tutto estranea al modo di pensare di chi le aveva cedute e dei contadini che li coltivavano.

«Di fatto – scrive Beattie6 – nella maggior parte delle società di coltivatori nei continenti extraeuropei, numerose diverse categorie di persone possono avere diritti su appezzamenti di terreno. Per tale ragione gli antropologi sociali hanno constatato che non era affatto utile e anche che provocava errori considerare  i sistemi  fondiari più semplici in termini di “proprietà”. Alla domanda “chi possiede questo appezzamento di terreno?” il ricercatore può ricevere numerose risposte diverse. Ciò non vuol dire che i suoi informatori sono incoerenti o dicono il falso, anche se naturalmente lo possono fare. Vuol dire semplicemente che egli pone la domanda sbagliata: in questo come in altri casi in antropologia le categorie concettuali del ricercatore e quelle degli individui di cui egli cerca di capire le idee possono essere tanto radicalmente diverse da renderne impossibile la comprensione ricorrendo alle categorie occidentali cui siamo abituati. La domanda appropriata che va posta in tali situazioni è piuttosto la seguente: quali sono le persone che hanno diritti su questo appezzamento di terreno e quali diritti esse hanno?»

Lo scambio

Un grande lavoro di ricerca è stato fatto dagli antropologi circa lo scambio di beni e servizi. Questo, presso molte popolazioni umane, avviene normalmente sotto forma di dono. Dono che può essere fatto in maniera del tutto disinteressata, al solo scopo di far piacere a chi lo riceve ma che, come ha evidenziato Mauss3, comporta invece in genere tre diversi obblighi: 1) l’obbligo di donare (in determinate circostanze); 2) l’obbligo di accettare il dono (poche cose sono ritenute più offensive che rifiutare un dono); 3) l’obbligo di ricambiare. 

Ne deriva che, attraverso il dono, può instaurarsi un vero e proprio sistema di scambio di beni e di servizi, che non può tuttavia essere definito commercio. 

Un’altra forma di scambio molto diffusa è il baratto, che numerosi autori considerano a tutti gli effetti una pratica commerciale7. Differisce dalla precedente perché lo scambio è in genere simultaneo, ma soprattutto  perché  vi è,  da parte di chi lo pratica, una stima del valore dei beni o dei servizi scambiati, che dovrebbero quindi risultare più o meno equivalenti. Differisce inoltre dalla compravendita perché in quest’ultimo caso beni e servizi vengono scambiati con denaro utilizzabile per scambi successivi. 

Definire che cosa sia il denaro è cosa piuttosto difficile, e la lascio volentieri agli economisti. Inizialmente, in genere, era costituito da un bene cui tutti attribuivano un determinato valore. Più tardi, presso molte popolazioni, tale bene è stato identificato in un metallo prezioso quale l’oro. L’introduzione della cartamoneta è stata poi giustificata con l’assicurazione che avrebbe potuto essere scambiata, in ogni momento, con una quantità d’oro corrispondente al suo valore nominale ma, come tutti sappiamo, a partire dal 1971 il valore del dollaro, in quel momento la cartamoneta più utilizzata nel commercio internazionale, è stato slegato da quello dell’oro. Oggi la stessa cartamoneta è sempre più spesso sostituita da segnali veicolati da strumenti telematici.

Molti, soprattutto tra i pensatori socialisti, hanno auspicato l’abolizione del denaro. In prima approssimazione, ritengo che non si possa che essere d’accordo: là dove di un bene o di un servizio si ha disponibilità quasi illimitata non vi è motivo di farne uso. La cosa diventa più duscutibile con riferimento a beni e servizi la cui disponibilità non è, e non può neppure essere considerata, quasi illimitata. Ciò che qui interessa evidenziare è che l’uso del denaro, certamente non indispensabile, ha tuttavia enormenente favorito, nel corso della storia, l’incremento degli scambi all’interno delle singole popolazioni e tra di esse.

Il consumo 

Alla produzione e all’(eventuale) scambio segue il consumo dei beni. Esso parte, certamente, dai bisogni biologici più immediati, quali quello di nutrirsi, di ripararsi, di riscaldarsi, ma subito si estende, anche presso i popoli meno progrediti da un punto di vista tecnologico, ad altri bisogni caratteristici degli esseri umani o più o meno indotti dalla società in cui vivono. Lo stesso atto di nutrirsi non serve soltanto a mantenere in vita il nostro organismo: ci si nutre di cibi elaborati per soddisfare il proprio piacere, e lo si fa soprattutto in compagnia, per rinforzare i legami sociali. Per mezzo dei vestiti e delle abitazioni ci si ripara dalle intemperie, ma si inviano anche messaggi inerenti il proprio status sociale o, nella società occidentale contemporanea, i propri gusti e le proprie opinioni.

Gli antenati dell’uomo non portavano indumenti e forse, nel futuro ipotizzato da Laver8, il suo abbigliamento non conserverà alcuna distinzione di classe. «Ma tra questi due punti estremi – scrive – si estende l’intera storia della moda, una storia in cui le distinzioni di classe hanno avuto una parte fondamentale. Fin dal principio, o quasi, è esisita una distinzione tra gli indumenti da usare e gli indumenti per adornarsi, tra i vestiti “da lavoro” e i vestiti “della domenica”; e si può dire che la distinzione in classi insorge allorché un insieme di persone comincia a portare il “vestito bello” ogni giorno e ad ogni ora del giorno, mentre un altro gruppo di gente si mette sempre gli abiti da lavoro. (…) Gli uomini di successo furono in grado di adornarsi e di adornare le rispettive mogli» (ad ulteriore segnale del proprio rango, includendole in esso) «più riccamente dei falliti, e così era già presente il germe della distinzione classista. A tempo debito si cominciò  a dare per scontato il fatto che il capo aveva diritto a ornamenti più appariscenti rispetto a quelli del semplice guerriero. (…) Si tratta del Principio Gerarchico che tuttora fa apparire del tutto naturale che la greca sul berretto del Generale sia assolutamente fuor di luogo sul berretto della recluta.

Quindi il Principio Gerarchico è uno dei principi fondamentali dell’abbigliamento.  Nella  storia  della  Moda ha avuto validità soprattutto per gli uomini, a motivo del fatto che vengono ammirati principalmente per la posizione che occupano. (…)

Come si inseriscono le donne nel quadro testé tracciato? Anche se è vero che l’abbigliamento delle regine e delle gran dame si è sempre ispirato essenzialmente al Principio Gerarchico, è vero altresì che negli abiti da donna è sempre presente anche un altro elemento, l’elemento che abbiamo chiamato del Principio di Seduzione. (…) Già abbiamo ricordato a proposito del Principio Gerarchico (Antiutilitario) le grandi gorgiere della seconda metà del sedicesimo secolo: negli uomini questo principio trovò l’espressione più completa, concretandosi in gorgiere perfettamente rotonde. Però le donne, regolandosi in base al Principio di Seduzione (…), preferirono spezzare il cerchio del gran collare in modo da mettere a nudo le mammelle». 

Appare chiaro che, nello scrivere, l’autore aveva in mente soprattutto l’evoluzione degli abiti nella società occidentale, ma il principio di gerarchia e quello di seduzione sono presenti, in forme diverse, presso gran parte delle popolazioni umane.

Ancor più che agli abiti indossati, la società contemporanea, quasi completamente conquistata dal modo di produzione capitalistico e dal conseguente consumismo, affida all’automobile posseduta la funzione di sottolineare lo status sociale del maschio che la esibisce. E dato che “gli uomini vengono ammirati principalmente per la posizione che occupano”, nelle sue mani diventa anche strumento di seduzione, e come tale viene pubblicizzato: la quantità di ragazze seminude che si strusciano contro le automobili di lusso nelle fiere ad esse dedicate ne è il segno evidente.

Del resto, come scrive Secondulfo9:   «Il significato simbolico dei beni, nella loro forma di status symbol, è quindi quello di comunicare il livello di accesso alle risorse sociali, la posizione nella gerarchia sociale. Non solo, dal punto di vista dell’identificazione con i pari, con il proprio ceto di riferimento, la cultura materiale media e cristallizza anche quelli che sono i modelli di valore centrali del gruppo, ne rappresenta la memoria costante e la rappresentazione scenica».

 

Note

1 Boas F. (1897), The Social Organization and the Secret Societies of the Kwakiutl Indians, Government Printing Office, Washington.

2 Malinowski B. (2011), Argonauti del Pacifico occidentale. Riti magici e vita quotidiana nella società primitiva, Bollati Boringhieri, Torino (ed. or. 1922).

3 Mauss M. (2002), Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Einaudi, Torino (ed. or. 1924).

4 Marx K. e Engels F. (1964), Il capitale. Critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma (ed. or. 1867, 1885, 1894).

5 Rivière C. (1998), Introduzione all’antropologia, Il Mulino, Bologna, p. 97  (ed. or. 1995).

6 Beattie J. (1985), Uomini diversi da noi. Lineamenti di antropologia sociale, Laterza, Bari, p. 270 (ed. or. 1972).

7 Polanyi K., Arensberg C. M. e Pearson H. W. (a cura di) (1957), Trade and Market in the Early Empires, The Free Press, Glencoe.

8 Laver J. (1973), L’abbigliamento come arma d’aggressione sociale, in: Carthy J. D. e Ebling F. J. (a cura di), Storia naturale dell’aggressività. Atti del simposio tenuto al British Museum (Natural History), a Londra,  21-22/10/1963, Feltrinelli, Milano, pp. 151-162 (ed. or. 1964).

9 Secondulfo D. (2012), Sociologia del consumo e della cultura materiale, FrancoAngeli, Milano, pp. 275-76.

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