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Categoria: Antropologia e demografia
Creato Venerdì, 04 Ottobre 2019

scusiselainterrompoScusi se la interrompo… di Domenico Secondulfo (n°226)

La discussione, il dialogo in cui ciascuno possa liberamente esporre le proprie idee a una controparte che, liberamente, discuta ed esponga a sua volta le proprie, il tutto all’interno di uno scambio basato sulla logica e sulla razionalità, viene considerato una delle basi delle democrazie (Habermas). Infatti, è stato proprio questo tipo di abitudine, che si è allargata nel Settecento e si è consolidata nell’Ottocento, a favorire la nascita della democrazia in Europa.

Può essere divertente chiedersi però come, nella realtà, vengono attuati gli scambi verbali tra esseri umani nel tentativo di esporre le proprie idee e discutere quelle altrui. Reduce da estenuanti discussioni, mi sono divertito ad una piccola riflessione in questo senso, che vi propongo.

 

Potremmo cominciare col dire che non sempre, quando si dialoga su un tema confrontando e discutendo le idee, lo scopo reale e quello apparente coincidono. Possiamo infatti individuare almeno quattro tipi di approcci alla discussione.

Un approccio è quello in cui chi argomenta cerca soprattutto di convincere l’altro della bontà delle proprie ragioni. 

Sono solitamente persone che parlano senza ascoltare e sono, anzi, infastidite nel momento in cui gli altri esprimono le proprie opinioni, perché tolgono tempo, naturalmente, alla propria peroratio a senso unico. Un approccio diffusissimo, cerchiamo like e non informazioni o relazioni; se proprio non ci capiscono alzare la voce è d’obbligo.

Un secondo approccio, è quello in cui chi argomenta cerca essenzialmente di dare torto all’altro, criticando le sue argomentazioni senza occuparsi troppo di mettere in tavola argomentazioni proprie. 

Supponendo che se l’altro ha torto lui inevitabilmente avrà ragione. Il che naturalmente non è, anche se può dare questa impressione. Se dimostro che il mio interlocutore è un bandito non divengo automaticamente un santo, anche se molto spesso questa è l’impressione che hanno quelli che ascoltano. Solitamente si tratta di persone che ascoltano molto attentamente ma non tanto per capire cosa viene detto, quanto per trovare un punto debole a cui attaccarsi. È sin troppo facile vedere questa strategia in atto nel dibattito politico, in cui ha il vantaggio aggiuntivo di non rendere necessario esporsi con programmi o impegni, visto che basta convincere che l’avversario è da evitare.

Un terzo approccio, in cui lo scopo è la seduzione, ed è quindi indifferente ai contenuti argomentativi della interazione. 

Chi vuole sedurci ci darà sempre ragione, qualsiasi sia la nostra posizione, anche se la cambieremo più volte nel corso della discussione, ed inoltre facilmente divagherà, cercando argomenti più personali ed intimi per stringerci a sé ed evitare possibili attriti. Tipicamente i venditori, difesi dietro battute di spirito e frasi fatte, tesi a manipolarci sul piano emotivo e non razionale. Altro indizio è l’abbondanza di sorrisi e non concludere le frasi lasciando ad una complice risata la condivisa conclusione, che sarà quella che ciascuno vuole, l’importante è condividerla.

Un quarto approccio, in cui chi argomenta cerca essenzialmente di fornire informazioni all’altro ed acquisirne da lui, in modo da poter decidere autonomamente sulla questione, cercando più di raccogliere informazioni e di fornirne che di smontare le argomentazioni dell’altro o sostenere le proprie. 

Si tratta di una relazione in cui non c’è un desiderio di sopraffare l’interlocutore in qualche modo, ma semplicemente di utilizzarlo come fonte per poi decidere avendo un maggior numero di informazioni a disposizione. 

Anche se può apparire desiderabile, questo approccio ha alcune controindicazioni. 

In diversi casi può essere interpretato come un sostanziale disinteresse o un modo di snobbare l’altro, non riconoscendolo come interessante, come degno avversario, proprio perché non ci si accapiglia ma semplicemente si ascolta; quindi l’altro, soprattutto se appartiene ad una delle prime due categorie che ho illustrato, non si sente sufficientemente riconosciuto, in quanto non ci mettiamo in gara con lui. 

Cercare di convincere o di smontare i ragionamenti di qualcuno significa, comunque, riconoscerlo come competitore in una sorta di combattimento rituale che ben poco ha a che fare con la ratio della discussione. Questo, naturalmente, all’interno di una visione del mondo in cui siamo tutti competitori e non invece collaboriamo per cercare di capire meglio ciò che sta accadendo.  

Un’altra ragione per cui questo approccio collaborativo non è molto gradito è che esce dal modello di mondo basato sulla competizione tra due squadre ed in particolare dal concetto stesso di squadra. Ci si rapporta come individui autonomi, mettendo il problema in una terza posizione e sotto giudizio, non si sposa una posizione  cercando poi di difenderla rispetto a qualcun altro, quindi ci si propone come individui e non come appartenenti ad uno schieramento, cosa che non è semplicissima né molto ben vista, ai nostri tempi. Naturalmente è facile decidere qual è il tipo di strategia argomentativa che giova maggiormente alle democrazie e quale invece è la strategia argomentativa maggiormente utilizzata non soltanto delle persone, ma anche dai media…

 

 

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