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Categoria: Autogestione
Creato Giovedì, 01 Luglio 2010

A proposito di democrazia diretta, di Nerio Casoni (n°126)

Affiancare un aggettivo accattivante al termine democrazia appare oggi molto difficile, quando tutte le possibili forme che la democrazia può assumere, tentando di dare una rispettosa dignità a se stessa, sembrano scontrarsi con l’attuale miseria umana e sociale.

Ma pur da sempre le idee di emancipazione si sono sviluppate, nel loro doloroso e mai inutile cammino, avendo come fari guida delle parole, dei concetti, ideali che hanno avuto il merito di smuovere ciò che oggi appare come  una catatonica situazione sociale, il sonno delle coscienze, di quella civile in particolare. Siamo circondati da televisori sempre più grandi e cervelli sempre più piccoli, da dittature proposte come miglioramenti costituzionali, da opposizioni che abbaiano ad ogni stormir di fronda per acquattarsi con l’osso da leccare: l’unica vera condivisione accettata.

Io mangio la polpa, tu lecchi l’osso e siamo tutti contenti.

Viviamo in un’economia di rapina perpetrata ai danni del sociale; i processi di privatizzazione di tutto ciò che possa rappresentare un valore in sè  rappresentano l’obiettivo, onestamente dichiarato, del nemico.

Di questo bisogna dare atto al potere: non mente sui propri fini, affinché il plusvalore, la profittevole risorsa, possa essere fatta propria da un ceto sociale oramai sclerotizzatosi su posizioni culturali e ideali assimilabili a quelle dei clan, delle logge massoniche più oscurantiste e spietate. Posizioni da albori del capitalismo in cui schiavitù e genocidio erano normali.

E’ triste doversi confrontare sul piano dialettico, politico e culturale con la nefandezza imperante, in cui le menti illuminate sono assimilabili a buffoni di corte, in cui non appare immorale la pedofilia, ma semplicemente disdicevole il parlarne (quando si denuncia chi la pratica).

Rappresenta l’estasi sublime del potente possedere il puro.

Per non parlare del tritacarne sociale che si è messo in moto con l’evolversi di una crisi nella quale siamo vittime sacrificali, e nello stesso tempo artefici, oramai schiavizzati, di un futuro di “superamento” della crisi stessa.

In fondo la loro ricetta la conosciamo:

 «Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanti»                                                                                                                                                    (Petrolini)


Qesto è il mondo ripugnante con cui dobbiamo confontarci civilmente, democraticamente. E la cosa non può che far nascere un senso di impotenza.

Contro questa sensazione di impotenza verso l’esistente ci fu chi, come Anteo Zamboni, uno degli anarchici che attentarono alla vita di Mussolini, tentò un gesto estremo, mitico ed eroico diremmo, nel tentativo di dimostrare la non necessità dei processi democratici per risolvere questioni, quando queste sono oramai incancrenite in un corpo in fase di avanzata decomposizione sociale.

Ma di tutto abbiamo bisogno tranne che di eroi, sebben giovani e belli, o di gesti riconducibili ai teorici dell’esistenzialismo. Razionalmente voglio pensare a quelle forme di democrazia, diverse tra loro, che possono e devono coniugarsi in un “idem-sentire” che non può essere altro che il benessere morale, economico e spirituale di tutti.

La democrazia diretta è la forma di democrazia nella quale i cittadini, in quanto popolo sovrano, non sono soltanto elettori che delegano il proprio potere politico ai rappresentanti, ma sono anche legislatori aventi il diritto, costituzionalmente garantito, di proporre e votare direttamente le leggi ordinarie attraverso istituti di consultazione popolare e forme di partecipazione popolare.

Fu la prima forma di governo democratico, essendosi affermata nel V secolo a.C. ad Atene. Un successivo esempio notevole di democrazia diretta è stata la Comune di Parigi. Venne applicata in tutte le realtà che rivoluzionarono la storia e, anche se sconfitte, dimostrarono l’inestinguibile valenza dell’autogoverno. La democrazia diretta venne anche utilizzata nelle assemblee decisionali del Sessantotto come nella rivoluzione sociale in Spagna, fu applicata nelle asambleas argentine immediatamente dopo il default, è pratica costante nelle comunità andine, rappresenta il modo più civile per dirimere problemi o assumere decisioni

Fra i sostenitori della democrazia diretta vi sono sicuramente gli anarchici del ramo socialista, che rifiutano la democrazia rappresentativa.

Venendo al nostro paese, l’Italia prevede due strumenti di democrazia diretta: il referendum e l’iniziativa popolare. Si può affermare però che la loro influenza è, nel complesso, abbastanza marginale.

La Svizzera è lo stato che, più di ogni altro, applica la democrazia diretta a livello nazionale, cantonale e comunale. Il popolo può bloccare una legge o una modifica della costituzione decisa dal parlamento tramite referendum o può imporre un cambiamento legislativo o costituzionale tramite un’iniziativa popolare.

In quasi tutte le democrazie moderne, comunque, esistono istituti di democrazia diretta, anche se per lo più sono fortemente limitati dai rispettivi governi o parlamenti.

 «Non si possono cambiare le cose combattendo la realtà esistente, ma creando un nuovo modello che renda il modello esistente obsoleto»

     (R. Buckminster Fuller)

In questo senso ritengo interessante che il “nuovo” risulti in realtà come il possibile recupero di antiche pratiche che hanno dimostrato nel tempo due aspetti determinanti: essere valide economicamente e socialmente e risultare flessibili,  adeguabili alle dinamiche che nel tempo si determinano.  

Questo è evidenziato anche nel libro “Governare i beni collettivi”, lo studio del premio nobel Lin Ostrom, un premio dato alle virtù della cooperazione e dell’autogoverno.

Lin Ostrom è una scienzata della politica che ha passato la sua vita a studiare le condizioni che permettono l’autogoverno. Le sue prime ricerche hanno indagato il governo dei bacini di irrigazione negli Stati Uniti,  i servizi urbani e le politiche di decentramento amministrativo.

Successivamente è passata a studiare i problemi dello sviluppo rurale e le grandi questioni globali legate alla protezione delle risorse naturali e alla regolazione della biosfera. Una vita a studiare sul campo le forme di autogoverno dei beni comuni,  a organizzare reti e programmi di ricerca comparativa, permettendo di cumulare una conoscenza sistematica.

Alcune basilari considerazioni possiamo individuarle nel fatto che sia la gestione amministrativa e centralizzata che la privatizzazione delle risorse rappresentano soluzioni inefficaci e costose, mentre molte comunità sono riuscite  a raggiungere collettivamente accordi per un’utilizzazione nel tempo delle risorse comuni grazie all’elaborazione spontanea di regole di sfruttamento accompagnate da doveri di gestione, sanzionati dall’esclusione di coloro che non rispettano tali regole.

 «La gestione colletttiva potrebbe rappresentare la soluzione vìncente per la gestione delle risorse naturali.

Il mercato privato dovrebbe fare un passo indietro di fronte a soluzioni di governo e gestione  sociale delle risorse.

Nell’ambito delle risorse naturali una proprietà collettiva può limitare l’uso improprio e l’abuso delle stesse e assicurare il diritto alle nuove generazioni.

Le privatizzazioni fanno scomparire dall’economia non solo lo Stato ma anche le comunità». 

          (Alessandro Menardi)

Da questo interessantissimo libro si evince che le comunità, con gli strumenti di democrazia diretta, partecipata, autogestita appaiono molto più determinanti ed efficaci dello stato nel perseguire il benessere collettivo tramite la gestione del “bene comune”.

Se le realtà locali (federate tra loro) sono democratiche, è la democrazia stessa, è la sua intrinseca forza etica e politica, a tenere unita la collettività nazionale e internazionale.

 «Ma perché questa democrazia non sia una mera formalità della politica, occorre che da essa si passi al “socialismo”, cioè alla gestione comune delle risorse vitali, alla socializzazione dei mezzi produttivi».

                         (Gavallotti)

Il cosiddetto neofederalismo, che dilaga, deve molto alla teoria  federalista anarchica.

La “rimozione collettiva” del tema, oggi tornato di estrema attualità per la crisi, nel fragile edificio dello stato unitario accentrato - passato da una tirannide all’altra: dalla monarchia al nazi-fascismo, alla partitocrazia insediata nel parlamento unico nazionale - è infatti a dir poco mostruosa. 

Il federalismo è stato un aspetto fortemente caratterizzante della tradizione anarchica, che si è distinta proprio in base ad esso da altre scuole di pensiero e da altri movimenti che non hanno mai avuto alcuna vocazione federalista.

«L’opera di Camillo Berneri in tema di federalismo potrebbe costituire l’esempio guida di un lavoro di approfondimento e sviluppo delle concezioni federaliste di matrice libertaria, non dimenticando i testi paralleli al federalismo anarchico, come  quelli di Pi y Margall che - al di là delle controversie degli anni Trenta in Spagna -  rimane uno dei federalisti più prossimi all’anarchismo (la sua opera in Italia è quasi del tutto sconosciuta). Vanno invece trascurati testi apparentemente federalisti, quelli di autonomismo unitario come li chiamava Berneri, i quali sono riusciti a penetrare in qualche caso persino nel campo dell’anarchismo, riadattando forme mascherate di autonomismo o di regionalismo,    lasciando   intatto l’edificio accentrato del potere, qualunque esso sia».

                     (Alessio Vivo)

Quest’analisi   permetterebbe di coniugare un elemento costitutivo dell’agire libertario, il principio federalista con quello della democrazia diretta e autogestita, e lo ritroviamo in questi, oramai “vecchi”, volantini del maggio francese:

 «RIFIUTIAMO IL PARLAMENTARISMO Generalizziamo l’occupazione delle fabbriche con sequestro delle direzioni padronali. Formiamo dei comitati di sciopero di base. PREPARIAMO LA GESTIONE DIRETTA Le libertà non vengono date, si prendono!»

 «Le  libertà politiche: libertà di stampa e di riunione, inviolabilità di domicilio e tutto il resto vengono rispettate solo se  il popolo non ne fa uso contro le classi privilegiate. Ma il giorno in cui comincia a servirsene per scalzare i privilegi, tutte queste sedicenti libertà sono scaraventate a mare».

 Tutti i socialisti per anarchia intendono questo: conseguito che sia lo scopo del movimento proletario, cioè l’abolizione delle classi, il potere dello Stato sparisce e le funzioni governative si trasformano in semplici funzioni amministrative ma:

«Noi non accettiamo la concezione marxista dell’anarchia, perché non crediamo alla morte naturale o fatale dello Stato, come conseguenza automatica dell’abolizione delle classi. Lo Stato non è soltanto un prodotto della divisione di classe; ma è esso stesso a sua volta un generatore di privilegi, e produce così nuove divisioni di classi. Marx era in errore nel ritenere che, abolite le classi, lo Stato dovesse morire di morte naturale, come per mancanza d’alimenti. Lo Stato non cesserà d’esistere se non lo si distruggerà di deliberato proposito, allo stesso modo che non cesserà d’esistere il Capitalismo, se non lo si ucciderà espropriandolo. Lasciando in piedi uno Stato, esso genererà intorno a sé una nuova classe dirigente, se pure non avrà preferito rappacificarsi con l’antica. In sostanza finché lo Stato esisterà le divisioni di classe non cesseranno e le classi non saranno mai definitivamente abolite».

(Luigi Fabbri, “Anarchia e comunismo scientifico”)

 
Esiste quindi un chiaro nesso tra forme di democrazia finalizzate alla gestione dei beni comuni, caratterizzate dalla partecipazione diretta delle persone, e desiderio di emancipazione umana, di giustizia sociale e di libertà.

 

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