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Categoria: Diario libertario
Creato Domenica, 01 Maggio 2011

Ho incontrato il soldato Svejk , di Alessio Lega (n°135)

E si riparte belli-belli a fare la guerra!

Anche questa volta i bombardieri umanitari belli-belli prendono orgogliosamente il volo dalle basi italiane per andare a bombardare il dittatore di turno… un crudele, crudelissimo uomo. Feccia dell’umanità, sentina d’ogni male, affamatore del suo popolo, nemico d’ogni democrazia…

Appunto, precisamente uno di quelli con cui si stringevano affari fino a ieri l’altro! E chissà, chissà come si metteranno le cose: il domani - come diceva un tizio - è sulle ginocchia d’Allah… per cui nulla vieta domani di riprendere i negozi, con lui, i suoi affini o - più probabilmente - i suoi eredi.

Intanto si parte a bombardarlo, poi si vedrà!

Bombardare lui? Lui, proprio precisamente? Ma si potrà bombardare un sol uomo?

Beh, certo, che pretese… si parla a nuora perché suocera intenda! Si bombarda un popolo perché dittatore muoia!

Siamo dunque rientrati belli-belli nel turbine degli avvenimenti. L’Italia per costituzione ripudierebbe la guerra… ma si sa, la ragazza dopo 150 anni di unità e 60 e passa di democrazia ha la costituzione un po’ debole, così finisce per approvarla a destra e a sinistra.

No! Calma. In realtà persino in parlamento c’è chi la disapprova.

Chi saranno questi coraggiosi non-violenti? Chi saranno questi razionalisti a oltranza? Chi saranno questi pacifisti parlamentaristi?

Forse i seguaci del vaticano, ben disseminati fra i partiti di destra, di sinistra e di centro? Macché!

Allora i lontani eredi della compagine comunista, che qualche vero pacifista lo hanno sempre tenuto dentro i loro partiti, come si tiene una foglia di lattuga accanto a una cotoletta alla milanese - per bellezza - che le guerre del neo-colonialismo capitalista un tempo usavano condannarle… (ma solo quelle, neh!). No, manco loro.

E allora forse i vecchi-nuovi non-più-fascisti di “Futuro e libertà” (sia detto en passant… belle mani in cui si sono messi sia il futuro che la libertà). Magari loro non vorrebbero si danneggiassero quelle vetuste strade e ospedali di costruzione italiana. Si sa che la campagna di Abissinia (quella del Puzzone, che ci costò le sanzioni) aveva l’unico scopo di portare infrastrutture: per quel che riguarda le guerre umanitarie siamo dei veri pionieri… una sola accortezza: Iprite la finestra altrimenti si soffoca!

No, neppure loro.

In parlamento i nemici giurati della guerra sono i leghisti… non per un qualche residuo di elementare umanitarismo – ci mancherebbe – ma per il belluino terrore dell’assalto delle coste da parte dei barconi di profughi disperati.

Ho incontrato il soldato Svejk… l’ho incontrato nella follia del presente, l’ho incontrato all’ombra del patriottismo d’accatto – “ultimo rifugio dei farabutti” – l’ho incontrato in quest’Impero Europeo frollo e allo sbando, dove Francia e Italia sgomitano per mettersi a capo dei bombardieri e non sanno come pagare lo stipendio ai professori… o forse proprio perché non vogliono pagare lo stipendio ai professori si mettono a cavalcioni di una bomba.

Ho incontrato Svejk che beveva birra in un’osteria giocando a carte col dottor Stranamore. L’ho incontrato in libreria, in biblioteca… c’è la vecchia gloriosa edizione economica sempre ristampata da Feltrinelli – dalla quale è tratta la lunga citazione più sotto - e c’è una nuova meravigliosa lussuosissima traduzione Einaudi. Procuratevene una, procuratevele tutte e due… leggetele! È un’antidoto efficacissimo contro quel veleno sottile che porta non dico ad approvare la guerra, ma anche solo ad assuefarcisi, a dimenticare di quanto si nutra in parti uguali di idiozia e crudeltà.

“Il Buon soldato Svejk” è un libro che risale all’inizio degli anni ’20. È l’ultimo regalo di un genio ciccione e ubriacone, che ha passato due terzi della sua breve esistenza nelle bettole di Praga. Lui si chiamava Jaroslav Hasek, anarchico da ragazzo, dopo essere passato attraverso la guerra e il bolscevismo e aver fondato un dadaista “Partito del progresso moderato nei limiti della legge”, ha creato questo personaggio immortale che non teme confronti manco con Don Chisciotte. Con quel libro in mano ogni giorno faccio la mia piccola manifestazione contro i miei tempi. Leggere per credere:

“Non c’è massacro d’uomini i cui preparativi non abbiano avuto luogo nel nome di Dio o ad ogni modo d’un supposto ente supremo che l’umanità ha partorito dalla sua fantasia.

Prima di decapitare un prigioniero di guerra, gli antichi fenici celebravano un solenne servizio divino simile a quello celebrato dai loro posteri più giovani di qualche migliaio di anni, prima d’entrare in battaglia e d’annientare i loro nemici col ferro e col fuoco.

Gli antropofagi delle isole della Polinesia e della Nuova Guinea, prima di divorare solennemente i loro prigionieri di guerra o la gente che non serve a nulla come i missionari, gli esploratori, i rappresentanti di commercio o dei semplici curiosi, sacrificano ai loro dei eseguendo i più svariati riti liturgici. Poiché il nostro civilissimo costume dei paramenti non è ancora giunto fra loro, essi adornano i loro fianchi con ciuffi di piume d’uccelli selvatici.

La Santa Inquisizione, prima di mandare al rogo le sue vittime, celebrava la più solenne delle cerimonie religiose, vale a dire una gran messa cantata.

All’esecuzione d’un delinquente assiste dovunque qualche sacerdote che lo tormenta con la sua presenza.

In Prussia è il pastore che guida il poveraccio sotto la scure, nell’Austria è il prete cattolico che lo conduce alla forca, come pure in Francia alla ghigliottina. Allo stesso modo, in America è un sacerdote che l’accompagna alla sedia elettrica, e in Spagna alla garrotta; in Russia è un pope barbuto che presenzia l’esecuzione dei rivoluzionari.

In ogni paese i sacerdoti brandiscono il crocifisso come per dire: Ti taglieranno la testa, t’impiccheranno, ti scanneranno, ti faranno attraversare da quindicimila volt, ma non avrai mai sofferto come Lui.

L’immane scannatoio della guerra mondiale non avrebbe potuto agire senza la benedizione ecclesiastica. I cappellani militari di tutti gli eserciti pregavano e officiavano per la vittoria del paese di cui mangiavano il pane.

(…) In tutta Europa gli uomini marciavano come greggi allo scannatoio dove li conducevano gli imperatori, i re, gli altri potentati, i generali in grembiule da macellaio e i sacerdoti di tutte le confessioni che li benedivano.

(…) La messa si celebrava in due occasioni diverse. Prima quando un reparto partiva per il fronte, e poi al fronte stesso, in anticipazione di qualche mischia sanguinosa e di una strage. Mi ricordo che una volta durante una di queste messe un aeroplano nemico lasciò cadere una bomba proprio sull’altare da campo, e del povero cappellano non rimasero altro che dei miseri resti sanguinolenti.

Allora i giornali lo descrissero come un martire, mentre i nostri aeroplani preparavano una fine altrettanto gloriosa al cappellano militare della parte opposta.

Quest’avventura ci rallegrò moltissimo, e sulla croce provvisoria piantata sul luogo dove avevano sepolto i rimasugli del cappellano, apparì nel corso della notte la seguente epigrafe funeraria:

È a te e non a noi che hanno fatto la festa.

Ci promettevi il cielo come fosse una pacchia.

T’è caduta una tegola dal cielo sulla testa.

T’ha schiacciato e non resta che questa macchia.”

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