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Categoria: Diario libertario
Creato Sabato, 01 Ottobre 2011

Il bardo e lo stilita: Brancaleone a Chiomonte, di Alessio Lega (n°139)

Caro diario libertario

quest’estate sono stato a cantare dai No-TAV.

Mi avevano contattato sotto il palco del concertone fatto a Genova il 23 di luglio per il decennale della mattanza del 2001. Si avvicina un compagno tutto sorridente e mi chiede “verresti a cantare al presidio permanente di Chiomonte”. “Si”.

Si allontana di qualche passo, poi, come se si fosse dimenticato un particolare, si gira e dice “soldi non ce n’è”… “ci mancherebbe”, ribatto.

Caro diario, non è che io sia del tutto scemo o abbia la vocazione al martirio, però devo ammettere che mi sentivo un po’ in colpa: per un motivo o per l’altro io a quest’ondata di rivolte popolari in Val di Susa non avevo ancora dato il mio contributo. Il 3 luglio scorso, durante gli scontri più feroci, ero a cantare a una festa antileghista. Avevamo pure fatto un collegamento in diretta con Chiomonte. “Guarda un po’ te” m’ero detto “i leghisti se lo menano tanto col territorio, e poi le vere battaglie le facciamo sempre noi”.

Fino al 4 agosto ero impegnato a Carrara col festival di cultura resistente “Fino al cuore della rivolta”, poi giusto il tempo di ripassare da Milano per mettere due panni in lavatrice e il 6 io e la Patrizia ci mettiamo in macchina e partiamo alla volta della valle che resiste.

Ci dovrebbero raggiungere sul posto Rocco e la Francesca, cioè i musicisti coi quali ho condiviso un milione di palchi… ma Rocco si sveglia quel mattino con la febbre. Un paio di telefonate dalla macchina, che intanto scorre sulla Milano-Torino e, alla chiamata di soccorso rispondono Guido Baldoni con la sua fisarmonica, e Giubbonsky, storico sassofonista degli “Ottoni a scoppio” e da qualche tempo cantautore in proprio. Guido lo recuperiamo alla stazione di Torino, Giubbonsky ci raggiunge sul posto.

Arriviamo. La situazione è tesa. Stretto fra pareti altissime di roccia c’è un torrente, un ponte, uno sputo di terra spezzato in due. Al di qua e al di là di un muretto, che sancisce la zona rossa, i poliziotti armati a incombere su di un popolo che difende la propria valle dalle ruspe. Gli assedianti disarmati e gli occupanti in divisa che aspettano il cambio turno. Appena al di là della barriera, nel territorio inaccessibile, c’è un albero secco secco, alto alto. Lì, da due giorni, vive arrampicato Turi.

Turi è un manifestante pacifista da lunga pezza, dai tempi delle basi di Comiso, dunque non è un bambino. Sembra un po’ l’incrocio fra un santone indiano e un hippy fuori zona. Stava già in sciopero della fame, quando ha trovato la forza per “sguisciare” fra i guardiani armati, arrampicarsi su questo scheletro di tronco e lì rimanere attaccato, sorretto da non si sa quale forza: non c’è proprio posto, su quella parodia di albero, per sedersi, sdraiarsi o fare alcunché. Solo rami contorti e senza foglie. Lì sta Turi che s’è imbragato con due coperte e si legge i libri di Terzani. Ogni tanto fa pure la verticale fra i rami, per sgranchirsi le gambe.

Mentre mi aggiro in questo strano presidio di montagna, non riesco a non sentire il lato surreale della situazione. Sembra di stare dentro Asterix. Sembra di entrare in una scena del film “Brancaleone alle crociate”: un villaggio medievale con lo stilita in cima a un palo… poi arriva un prete, Luigi Ciotti, che si fa portare con un elevatore a parlare con Turi. Turi decide di scendere: con stile e agilità, come se quell’accrocchio di legno stopposo fosse una comoda scala a pioli.

Un’altra giornata di lotta finisce in Val di Susa. C’è la cena e poi il concerto. Turi mica è andato a dormire: mi si siede davanti e, mentre canto, versa una serie infinita di bustine in una bottiglia d’acqua e agita. Verso la fine dello spettacolo mi chiede educatamente il microfono: “se mi vedete bere quest’intruglio non è perché abbia sospeso lo sciopero della fame… ma mi hanno consigliato di prendere qualche sale minerale.” Si sta per allontanare, si gira, mi porge la bottiglia “Ne vuoi?”…

Finisco di suonare e dal cielo, che evidentemente è con noi, inizia a piovere.

Siamo ospitati in un Camper, tre omoni più la Patrizia. Sarà l’acqua che batte sul tettuccio, ma sogno candelotti che piovono. La mattina dopo dobbiamo districare Baldoni che si è raggomitolato sul sedile di guida, “Pensa a Turi e non lamentarti!” gli dico. Riparto per andare a suonare in Langa (acqua permettendo!).

Ho saputo che di lì a qualche giorno hanno abbattuto l’albero di Turi, colpevole di aver ospitato un resistente. Sono pazzi questi romani!

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