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Categoria: Diario libertario
Creato Mercoledì, 01 Febbraio 2012

La medaglia e il suo Roversi, di Alessio Lega (n°143)

Caro diario libertario,

che Roberto Roversi sia una delle più alte figure della storia della cultura in Italia negli ultimi 6 decenni mi pare indubitabile.

Ma grandi autori ce ne sono stati e forse ce ne sono ancora.

Che Roversi sia anche la più bella e dignitosa immagine del rigore, di una creatività che non è mai al servizio di nessuno, questa è cosa che stupiva già negli anni ’60 e che stupisce vieppiù oggidì.

«Ma come? Il vecchio orso saggio, non più appollaiato nella sua storica libreria/ stamperia/ officina Palmaverde - una delle librerie antiquarie più famose d’Italia, sita per 50 anni in Bologna - non è ancora stanco di resistere alle sirene dell’editoria nazionale? Ha ceduto l’antro, ha venduto anche la sua biblioteca personale e i suoi dischi (a vantaggio dei senzatetto) e non vuole finalmente vendere la sua opera a un editore che lo immortali in un qualche monumentale “meridiano” celebrativo?».

No. Roversi resta il cavaliere senza macchia, senza paura e senza medaglioni della nostra letteratura. Impervio per i salotti letterari, ma non impraticabile per i suoi compagni: non ha mai disdegnato di apparire sulle pagine della stampa di sinistra ed ha avuto persino una sua parentesi “pop”, lavorando con Lucio Dalla ai testi dei tre album che restano la pagina più sperimentale e rivoluzionaria della canzone del nostro paese. Lui oggi si schermisce dicendo che smise quando convinse Lucio a usare i propri stessi testi, più funzionali alle musiche. Non credetegli, riascoltate piuttosto quella trilogia di dischi, che è uno degli snodi da cui la nostra canzone dovrebbe ripassare per prendere una strada che la porti lontano, tanto dalla banalità quanto dal minimalismo, suoi mali attuali.

L’ultimo lustro il libraio ormai in pensione ha messo a disposizione di tutti un po’ di materia incendiaria strappata alla sua scrivania, ovviamente tenendosi alla larga dall’editoria compromessa col potere.

Nel 2008 usciva per Luca Sossella editore “Tre poesie e alcune prose”, la summa più imponente di Roversi, che raccoglie le imprescindibili sillogi “Dopo Campoformio”, “Le descrizioni in atto” e molte altre cose.

Nel 2011 per Sigismundus “Trenta miserie d’Italia”, per dirla con le parole dell’autore «un canzoniere d’amore incattivito da una rabbia rabbiosa per un tradimento che è in atto ma che deve passare», splendida cantica morale, di quella morale che ha la poesia dai tempi di Dante: bella e ribelle.

Oggi esce ancora “Caccia all’uomo” (Edizioni Pendragon, 150 pagine) ristampa dell’introvabile “Ai tempi di re Gioacchino” del 1952. Un romanzo concepito “appena usciti da una guerra devastante”, quando “la gente, con speranza e vigore - sia pure corrotti da vincoli e ritardi, però duri e implacabili come il legno castagno - iniziava a rialzarsi da terra”. Una rievocazione del sanguinoso 1810, arsa in pagine dense di una lingua di battaglia. Questo romanzo storico privo di morale, lontanissimo dalle consolazioni manzoniane (Roversi ammette di aver cominciato ad apprezzare Manzoni nella maturità, e dunque non ai tempi della scrittura di “Caccia all’uomo”), è una sfida al “neorealismo” delle rievocazioni della guerra partigiana - e Roversi fu partigiano - che andavano di moda allora. Forse già allora le rievocazioni servivano per allontanare, per mettere in tutta fretta la resistenza nel museo. Questo libro forse - nel suo sfuggire a una concezione della storia comodamente divisa in buoni e cattivi - s’imparenta con Fenoglio (contemporaneo chissà se già letto allora dal Roversi), e indica un modo di procedere al romanzo, e in particolare al romanzo storico, che non è stato colto: è come se il brivido adolescenziale e la vividezza affrettata di Salgari fossero diventati adulti e consapevoli in queste pagine che hanno la bellezza del poema in prosa e assieme la brusca compattezza della relazione. La lingua di Roversi resta anche qui, come nelle poesie, visionaria, nel senso che provoca visioni improvvise, precipitose. È un libro in movimento.

La storia è una storia di briganti e di generali incaricati di reprimere il brigantaggio nel regno del Sud Italia affidato a Gioacchino Murat. Ma dove s’è cacciata la carità per i sanfedisti e dove sono nascosti invece i lumi della ragione di Francia, fra questi due contendenti che si scannano senza misericordia, non si può dire. Questo libro ebbe il suo senso quando uscì e un altro ancora ne ha oggi inserendosi nelle diatribe delle celebrazioni del centocinquantenario dell’unità d’Italia, fra neoborbonici che santificano i briganti dell’861 e storici che non capiscono che il massacro del sud fu atto di barbaro colonialismo.

Caro diario, in tutta questa confusione storica, che getta ancora ombre sul presente, un vecchio libro del più grande poeta italiano vivente può essere un messaggio nella bottiglia utile, se viene colto.

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