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Categoria: Diario libertario
Creato Domenica, 01 Aprile 2012

Scighera parte 1: la lotta contro lo sfruttamento di sè, di Alessio Lega (n°145)

«Penso veramente che il post-Genova 2001 sia stato il punto di partenza che ha portato a incontrarci su ipotesi comuni. Il momento in cui abbiamo cominciato è proprio quel momento nel quale esplodeva una crisi che covava da tanto tempo. Noi abbiamo aperto pochi mesi dopo i fatti di Corso Buenos Aires di marzo 2006, che hanno rappresentato la crisi conclamata del nostro fare politica da un decennio a quella parte. Forse non eravamo ancora coscienti di tutto questo: c’era una crisi, noi eravamo figli di quella crisi e stavamo cercando una strada alternativa, qualcosa che ci fosse congeniale».

Caro diario libertario,

questa rubrica è una sorta di “reportage” dai luoghi nei quali mi chiamano a cantare, che poi sono spesso i luoghi nei quali oggi si fa politica. Una maniera di rintracciare le diverse modalità con le quali ci si inventa una pratica di agire sociale in questo posto che è l’Italia e in questo momento che vede una straordinaria crisi di fiducia nelle soluzioni collettive.

“La Scighera” è un circolo ARCI milanese, fondato da un gruppo di militanti e simpatizzanti anarchici. È uno dei luoghi ai quali più mi sento affine. Quella che segue è la trascrizione in due parti (su questo e sul prossimo numero) di una recente chiacchierata con Lorenzo, che di “Scighera” è uno dei fondatori.

Alessio: «Dove sono finiti, cosa fanno oggi i compagni? Per capirlo forse bisogna andare nei luoghi la cui finalità sociale è vissuta in molte sue forme: la musica, i corsi, un certo modo di intendere la somministrazione e la ristorazione. Alla base del modello Scighera c’è quest’intuizione. Il vostro tentativo è quello di fare una politica della cultura con una forte radice libertaria in un locale che deve rispettare criteri di economicità».

Lorenzo: «La sostenibilità economica non è un addentellato, non è un discorso parallelo che non deve sporcare il discorso politico. La sostenibilità economica è una parte del discorso politico, così come lo è il fatto di avere un bar con somministrazione. Non abbiamo mai fatto il discorso “mi pago il lusso di fare cultura e politica con la somministrazione della birra”. Noi abbiamo ragionato fin da subito in altri termini: anche la birra è cultura - per me in realtà più il vino che la birra! -, scegliere gli alimenti, scegliere i formaggi, i salumi, farlo secondo determinati principi è politica. Noi volevamo un progetto che soddisfacesse prima di tutto le nostre esigenze individuali. Il bisogno che emergeva nelle nostre vite era il bisogno di rimettere assieme tutta una serie di discorsi che si erano completamente separati. I lavori che abbiamo mollato, nel momento di metter su La Scighera, in certi casi ci soddisfacevano: io lavoravo come giornalista a Radio Popolare, che può essere anche considerato come un lavoro militante, ma anche gli altri miei compagni non è che in generale scappassero da situazione terrificanti. Certo, c’era l’aspirazione a costruirsi un lavoro che conciliasse l’impegno col tema della sopravvivenza. Nella nostra società l’attività umana non può che essere legata al tema della sopravvivenza».

A.: «Tanto per mettere subito il dito in una piaga: è vero che riuscire a non sfruttare altri lavoratori è un bel traguardo, ma nelle attività in cui la sopravvivenza si mischia all’idealità è difficile non cadere in una forma di autosfrutta-mento».

L.: «Questo è un nodo difficilissimo da districarsi. Essendo già tutti legati fra di noi da valori molto forti: amicizia, solidarietà, e un senso della politica molto condiviso, ci siamo proprio resi conto che, in una situazione di autogestione nella quale nessuno controlla nessuno, il problema non sarebbe stato di capire chi lavorava meno, ma di stoppare chi lavorava troppo! In un progetto che affonda le sue radici negli individui, che ha il suo patrimonio principale negli individui, gli individui li devi curare».

A.: «E siete mai arrivati al punto di rottura di qualcuno di voi?»

L.: «Ci siamo andati vicinissimo… ci siamo dovuti arrivare per capire davvero di cosa stavamo parlando. Bisogna lavorarci sopra, bisogna sperimentarsi in una situazione del genere, sfiorare il punto di rottura e tirarsene fuori. Perché quando tu dici ai tuoi compagni “ragazzi, io sono arrivato a un punto dal quale non posso andare più avanti”… anzi, come invece accade, quando i tuoi compagni ti dicono “fermati, perché sei diventato irritabile, perché non ti appassioni più a quello che fai… perché rischi di farti male”. Qui, come in quasi tutti i posti di lavoro, facciamo delle cose che richiedono una grande attenzione: parlo principalmente dell’affettatrice. Se io vado a lavorare all’affet-tatrice dopo aver passato sette ore a lavorare alla segreteria, qualcuno si deve preoccupare che io rischio di perdere un dito.

Il nostro patto si basa sul-l’attenzione e sulla cura reciproca. Succede spesso che uno dica all’altro “adesso ti fermi”. Perché è difficile fermarsi da soli.

In cinque anni ti rendi conto di quanto abbiamo dentro questa malattia della produttività, dell’immo-lazione eroica a una causa».

A.: «Dietro questo auto-sfruttamento si nasconde l’ombra del potere: l’idea di diventare indispensabili e quindi avere una sorta di potere passivo».

L.: «Certo, il rischio del potere è totale. Abbiamo introdotto dei meccanismi di limitazione quasi forzata delle ore che passiamo a fare qualcosa. All’inizio dell’anno noi stabiliamo un mansionario che elenca tutto quello che c’è da fare per far andare avanti questo posto. Ognuno di noi indica ciò che vuole fare, ciò che non vorrebbe assolutamente fare e ciò che potrebbe anche fare. Ci dividiamo questi lavori con un serrato confronto. Nel frattempo siamo cresciuti numericamente: siamo partiti in quattro e adesso siamo in nove. I quattro delle origini si consideravano completamente dedicati alla causa, quasi privi di una vita privata, e ci pareva l’unico modo di reggere un sistema basato sul comunismo libertario. Tutti dovevano dare tutto. Invece con l’andare del tempo ci siamo resi conto che era molto meglio che ciascuno di noi trovasse anche delle attività esterne alla Scighera».

A.: «Perché un luogo come questo dove ci sono un sacco di elementi: il cibo, la socialità, la politica, la cultura, la musica… beh, c’è il rischio di non vedere più il mondo fuori, di vivere in un isola, magari felice, ma pur sempre un’isola portandoci dentro tutte le proprie esperienze».

L.«E tutte le aspettative! Cominci a portare qui dentro tutte le tue amicizie, e poi i legami sentimentali, visto che non metti mai il naso fuori! Sono passaggi che avevamo anche affrontato all’inizio, credendo di esserne vaccinati, ma non lo eravamo».

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