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Categoria: Diario libertario
Creato Martedì, 01 Maggio 2012

Scighera parte 2: l'acqua e il canto, di Alessio Lega (n°146)

«C’era una crisi, noi eravamo figli di quella crisi e stavamo cercando una strada alternativa. Non stavamo cercando un’alternativa al centro sociale, stavamo cercando qualcosa che ci fosse congeniale».

Caro diario libertario,

un numero fa abbiamo cominciato a parlare di Scighera, un circolo ARCI milanese fondato da un gruppo di militanti e simpatizzanti anarchici che vuole tenere assieme la sostenibilità economica e una pratica nutrita di cultura libertaria. Ne continuiamo a parlare con Lorenzo, uno dei fondatori.

Alessio: «Al momento di fondare Scighera quali erano i percorsi che vi accomunavano?»

Lorenzo: «Noi militavamo tutti nei centri sociali all’epoca... ma abbiamo anche scoperto che quasi tutti avevamo avuto un’infanzia nello scoutismo, e forse non è così casuale! Molti di noi erano accomunati dalla militanza nel centro sociale Torchiera, dai tentativi di una delle prime pioneristiche radio via Web, “Radio Bandita”, che ha avuto la sua redazione proprio in Torchiera».

A.: « Cosa non vi soddisfaceva di quella militanza?»

L.: «La precarietà: il fatto che arrivati a 35 anni desideravamo qualcosa di più stabile per poter creare progetti più continuativi. Non rinnego affatto l’esperienza dell’occupazione, se se ne ripresentasse l’occasione non la disdegnerei come soluzione. Ma in quegli anni a Milano la difesa degli spazi occupati ci portava a bruciare tutte le energie creative nella resistenza contro lo sgombero, era impossibile fare un progetto culturale che avesse un respiro. Poi la qualità di ciò che facevamo, la puntualità, così anche tutta una serie di aspetti anche estetici dei centri sociali ci aveva un po’ stufato. Lo so che le risorse sono sempre scarse, ma perché in un luogo dove c’è tanta gente non ci devono essere gli estintori? Non è questione di norma, non mi interessano le leggi, ma di salvaguardia dell’individuo. Mi pare sia un fondamento dell’anarchismo. Per tutti questi motivi abbiamo fatto il passo di fondare un circolo».

A: « Aderendo all’ARCI, che è un’associazione che affonda le sue radici nel partito comunista, anche se negli ultimi anni mi pare di aver notato che si sia aperta. Quanto della rigidità originale resiste in quest’istituzione?»

L.: «Dipende dai luoghi, in Emilia ad esempio l’ARCI è omologa all’ex-Partito Comunista, ma qui è tutto diverso. Forse la nostra fortuna è stata quella di nascere come circolo ARCI in un momento nel quale il centro sinistra in Lombardia era così debole da non riuscire ad accaparrarsi il mondo ARCI. In ogni caso bisogna riconoscere che è una rete di circoli con una capillarità mostruosa: non esiste eguale in Europa».

A: « Di certo non ci sono molti circoli ARCI che al bancone forniscono l’acqua esclusivamente a titolo gratuito...»

L.: «Uno dei discorsi che più colpiscono i soci frequentatori è proprio quello dell’acqua. Noi diamo l’acqua microfiltrata gratuitamente e non vendiamo bottigliette di acqua minerale. La cosa crea curiosità in molti che non si erano proprio posti la questione, e se tu cominci a spiegare la tua scelta hai già creato una relazione importantissima. A partire da questo ho visto arrivare qui persone, in origine molto critiche col pensiero anarchico, che pian piano capivano e si lasciavano coinvolgere. Questo in un centro sociale non accade, perché tutti i frequentatori sono già acquisiti all’idea».

A .: «La Scighera è diventato uno dei luoghi di riferimento a Milano per la programmazione musicale. Ma da voi la musica non è solo una fruizione passiva, molti frequentatori di questo circolo praticano il canto, tu in particolar modo fai parte di un collettivo di canto sociale, lavori sulla canzone popolare. Negli ultimi anni la musica nei locali vive una crisi senza precedenti. Vista dal tuo punto di vista di cosa si è malata la musica? E la musica sociale conserva il suo valore di propaganda delle idee?»

L .: «Io sono un grande appassionato di canzone politica, come sai, ma ho i miei dubbi sul fatto che la canzone, come veicolo di certi messaggi, possa avere la stessa efficacia che ha avuto fino a vent’anni fa. Trovo difficile che oggi un’urgenza venga comunicata attraverso la canzone, se uno ha qualcosa che lo indigna, un problema da risolvere, lo comunica con i mezzi del network, apparentemente molto più rapidi ed efficaci che le canzoni.

Da un altro punto di vista però l’aspetto socializzante della musica è più che mai necessario ed efficace. L’esperienza che ho qua dentro è esaltante: abbiamo iniziato 5 anni fa con le cantate collettive, abbiamo fatto regolarmente dei corsi di canto popolare, e, anno per anno, si rinnova il miracolo di avere sempre nuovi iscritti con un’età media di 25 anni. Il ché mi fa pensare che ciò che manca a tutta la comunicazione del web è la profondità delle parole. La gente di 20 anni si appassiona e ha bisogno di sentire e cantare parole forti, quando le sentono e le cantano si esaltano, e non è il significato, ma una modalità molto forte e collettiva di praticare quelle tematiche che tutti già conoscono. Non a caso i nostri corsi di canto sono quelli che producono più volontari disposti a fare lavoro politico con noi. Le cantate collettive si trasformano in cantate durante le manifestazioni, occasioni di militanza... e così si esce dalla Scighera e si va per le strade».

 

 

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