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Categoria: Diario libertario
Creato Lunedì, 01 Giugno 2015

Ogni anno da Piadena, di Alessio Legaviolino

Piadena di tutti gli anni, Piadena nostra leggenda, Piadena ultimo rifugio della civiltà contadina, la sua ospitalità, la sua bellezza. Se non fosse un sostantivo per certi versi odioso parlerei di “aristocrazia” contadina.

Qui a Piadena un’aia ci viene aperta dai padroni di casa: quel “noi” cui viene aperta sono le centinaia di persone che accorrono annualmente per la Festa, dove si possono toccare punte di 3.000/ 4.000 presenze.

Caro Diario Libertario,

questa volta sono qui a parlarti di Piadena attraverso due testimonianze: quella di Alessandro Portelli e quella di Peter Kammerer.

«La sinistra ha fatto naufragio, e io sono qui perché sono un naufrago anch’io», queste parole ce le dice Alessandro Portelli, autore di esemplari libri di storia orale, etnomusicologo, organizzatore culturale e - en passant - docente di Letteratura Americana all’Università La Sapienza di Roma, ora in pensione. «Fra tanti naufraghi presenti qui, ci sono tantissimi amici miei che altrimenti non vedrei mai. E poi io ho un’ammirazione enorme per Micio e Giuseppe, perché forse hanno fatto più lavoro culturale questi due che tutti noi che magari siamo pagati per farlo; per “fare cultura” intendo anche creare le condizioni e la voglia di farci radunare. Tutti noi facciamo cose potenzialmente meravigliose - libri, dischi, spettacoli - che però spesso vengono fruite in maniera distante o proprio disertate, invece questo modo orizzontale di portare e portarsi verso la cultura cambia tutto. Qui non c’è il rigore di uno spettacolo importante, qui musicalmente è passato di tutto, ma l’aspetto interessante è che qui si fa la musica del “terzo livello”, quella che i musicisti fanno per se stessi, non per esibirsi, chi va al microfono qui va per fare condivisione. Qui non si sente la musica come professionismo, come pulizia sonora - anche perché la dotazione tecnica di Piadena è spesso largamente insufficiente, il rumore di fondo onnipresente - ma qui si sente la musica come fatto sociale condiviso».

Caro Diario, sto dando per scontate troppe cose e persone, proviamo a riassumerle in quattro parole. Piadena è un paese della bassa, sito fra Mantova e Cremona, dove però si respira già aria di Parma. Si respira l’aria delle Leghe Contadine di inzio ’900, quelle che facevano cantare “Sebben che siamo donne, paura non abbiamo”. A due passi da qui - ad Acquanegra - è nato Gianni Bosio, uno dei padri della canzone popolare in Italia, qui attorno bazzicava anche Sergio Lodi, alcune facce di contadini di Piadena le si scorge come comparse nel film “Novecento” di Bertolucci. Nel 1967, nella frazione Pontirolo, a casa del Micio (Gianfranco Azzali), da una famiglia di “bergamini” e lavoratori della terra, con il concorso dell’onnipresente Giuseppe Morandi, fotografo e documentarista immerso nella sua pianura, voce tonante e critica, emotività a fior di pelle e sincerità urticante, sorse la “Lega della Cultura”. La Festa di questa Lega si svolge nella seconda metà di marzo, all’incrocio fra il compleanno del Micio e il giorno di San Giuseppe (onomastico di Morandi), ed è un’occasione unica d’incontro fra i cori di tutto il mondo e gli appassionati di cultura orale contadina. Io ci sono sempre, e tanti come me darebbero un braccio pur di non mancare.

La Festa di Piadena dunque non è un festival, qui evidentemente sono passati e passano molti nomi celebri di questa solida nicchia: qui era di casa Ivan Della Mea, qui sono di casa Giovanna Marini, Gualtiero Bertelli, da qui si mosse uno dei più famosi gruppi vocali dell’Italia anni ’60 (non a caso per molti Piadena stessa è una reminiscenza del “Gruppo di Piadena”, e della sua filiazione il “Duo di Piadena”).

«Non è un Festival proprio perché è una Festa, che è una cosa per certi versi antitetica. Un Festival importa spettacoli, raccoglie lavori e li presenta a un pubblico interessato. La Festa è un incontrarsi tutti più o meno allo stesso livello, in maniera largamente autoorganizzata: non è un grande padrone che ci ha invitato, ma è un poveraccio come il Micio, con 850 euro di pensione. E noi ci organizziamo attorno a lui, ed è dalla Festa che nascono i canti - se vuoi anche dei momenti che potremmo chiamare di spettacolo - ma nulla viene importato, tutto nasce dalla Festa stessa, come cosa creativa di partecipazione».

Queste sono parole di un sociologo tedesco che insegna a Urbino, Peter Kammerer, forse il più antico, assiduo ed entusiasta sostenitore di Piadena.

«I piadenesi li ho conosciuti nei primi anni settanta, quando loro sono venuti all’Istituto di Filosofia dell’Università di Urbino, e noi abbiamo posto loro la domanda “cos’è cultura” e “cos’è popolo” e “quale rapporto c’è tra cultura e popolo”... e loro ce lo hanno insegnato. C’era gente che non c’è più: la Genia (la mamma del Micio), Mauro, e altri fondatori della Lega. È stato un insegnamento fondamentale per capire che c’era proprio un altro mondo, che non era il nostro intellettuale e nemmeno quello borghese. Adesso tutto sembra imborghesito, ha vinto la borghesia, e quindi la Lega di Cultura rischia di essere l’ultima zattera sulla quale viaggiamo - chissà verso dove - come superstiti, perché il mondo che vedi nelle fotografie di Giuseppe Morandi - appese alle pareti della casa del Micio - non esiste più. Però la cosa straordinaria della “Lega della Cultura” è che vive questa transizione con grande coscienza, ha vissuto la fine del mondo contadino, la sconfitta politica ed economica dei paisàn, la trasformazione delle case, la trasformazione della campagne, la trasformazione dei cervelli. Vive tutto questo cercando di non stare a rimorchio di questa transizione, ma per quel che è possibile di guidare almeno la propria memoria e la propria coscienza attraverso questa tempesta».

 

 

 

 

 

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