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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Giovedì, 01 Ottobre 2015

Sopra la gente lo stato campa sotto lo stato la gente crepaUna modesta critica (da Eugen Galasso) (n°183)

Premessa: da non anarchico (fatto noto a chi legge Cenerentola), so che dovrei avere riguardo a entrare in questioni specifiche riguardanti l’anarchismo, l’anarchia e tutto ciò che si muove attorno a queste costellazioni politiche, a livello teorico e pratico. Tuttavia lo faccio, in questo caso, riguardo alla seconda parte dell’intervento del prof. Guido Candela su “L’anarchia e gli stati dal punto di vista dell’economia”, pubblicata su Cenerentola, n. 182, settembre 2015, pp. 12-18 (la prima parte era nel numero precedente di luglio, n. 181).

Non entro nella tecnicalità economica, riconoscendo la mia incompetenza specifica, ma i modelli assunti dal prof. Candela, come egli stesso argomenta e riconosce, sono quelli dell’anticommon e quello della teoria dei giochi. Come egli stesso riconosce nelle note (p. 19 della seconda parte) si tratta di modelli di riferimento, come tali relativi, “pur rendendoci conto che altri modelli potrebbero essere sostenuti”. Credo che sia un riconoscimento importante, anche dal punto di vista epistemologico, dove forse, però, sarebbe stato più opportuno inserirlo come premessa invece che nelle note conclusive, ma questo è un dettaglio, volendo, certo non del tutto privo di valore.

Vengo ad alcune considerazioni specifiche, non attinenti al problema dell’anarchia (cfr. la considerazione iniziale, nella premessa):

A) Candela afferma: “Nei fatti, il comunismo è risultato meno equo del capitalismo, sia perché il comunismo è virato in un comunismo predatorio, sia perché il capitalismo sindacalizzato ha usato il grado di libertà distributiva per contenere la disparità dei redditi del capitalismo puro”. Ora, anche accettando l’affermazione relativa al “comunismo predatorio”, sono convintissimo che anche l’autore distingua tra diverse forme di capitalismo (almeno tra “economia di libero mercato” ed “economia sociale di mercato” - “capitalismo puro” e “sindacalizzato”, assumendo i termini di Candela) e di comunismo (quello sovietico, quello cinese, quello cubano, quello coreano, quello cambogiano, quello vietnamita), dunque parlare in astratto di “capitalismo” e “comunismo” (forse bisognerebbe tornare a parlare di “socialismo reale”, per chiarezza) mi sembra generico.

B) L’affermazione relativa alla maggiore equità - certo relativa - del capitalismo rispetto al comunismo mi sembra azzardata, se intesa in senso assoluto. Il “comunismo” (sempre tra virgolette, anche perché mi riferisco ancora alla distinzione marxiana e leniniana tra “socialismo”, come prima fase, di presa del potere da parte del proletariato, e “comunismo” come sparizione delle classi) cubano presenta indubbi vantaggi rispetto al capitalismo (qui senza virgolette) predatorio di molti stati dell’America Latina; per esempio a livello di sanità, gratuita ed efficiente a Cuba, mentre in Colombia e in vari altri stati, dal Messico all’Honduras pesa gravemente su chi ha scarso reddito. Qui si ripropone, poi, la differenza tra “capitalismo puro” (ammesso che esista) quale lo troviamo negli Usa e quello “sociale di mercato” europeo, certo con diverse varianti. Ho fatto l’esempio della sanità, ma certo si potrebbe parlare anche di case e di affitti: notoriamente, la riunificazione tedesca, da questo punto di vista, ha visto una “schisi” tra gli affitti dell’ex-DDR (Repubblica cosiddetta “democratica” tedesca) e BRD (Repubblica federale, che ha “mangiato” anche l’ex-DDR, dopo varie proposte di mantenere comunque delle differenze). A livello di libertà, poi, certo, credo che le differenze siano ovvie, ma l’equità attiene alla giustizia sociale, non alla/alle libertà.

C) Che l’altruismo sia efficiente, non so dire: certo che è una forma di “tappabuchi” rispetto a quanto non si è realizzato (e non credo possa realizzarlo la società anarchica, piuttosto una forma anche solo “minima” di Stato) a livello di giustizia sociale. Solidarismo (non solidarietà, sempre necessaria) e assistenzialismo sono e rimangono, direi, “pannicelli caldi”, forme sostitutive e meramente volontaristiche (quindi suscettibili, sempre di modifiche, dipendenti non solo dai mutamenti esistenziali, a livello emozionale, sentimentale, di disposizione esistenziale complessiva, ma anche, per esempio, dalla salute di chi è impegnato in questo) che sostituiscono la giustizia sociale, che si realizza con il “welfare” (non quello ormai fortemente castrato delle società occidentali), con misure che non possono dipendere dalla generosità e dal buon cuore dei singoli, con tutto il rispetto (ma da parte mia anche notevole margine di dubbio) per chi questo altruismo lo pratica sempre o quando può.

 

 

 

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