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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Martedì, 01 Dicembre 2015

LiberaDove è finito il dibattito sulle strategie libertarie? di Luciano Nicolini (n°185)

Sono trascorsi due anni da quando, sul numero 163 di Cenerentola, il Passatore invitò a discutere su obiettivi e strategie del movimento libertario italiano. Sul numero 179 ho riassunto brevemente le posizioni emerse nel corso del dibattito circa gli obiettivi; sul numero 181 Toni Iero ha sottolineato come non si possa parlare di obiettivi se non si discute, prima di tutto, dei mezzi che si intende utilizzare per conseguirli; sul numero 182, infine, ho illustrato la mia opinione circa quest’ultimo tema, senza alcuna pretesa di giungere a conclusioni ma chiarendo da dove, a mio parere, occorre partire per affrontarlo.

È seguito il silenzio. Meglio: nessuno fino ad ora si è espresso facendo esplicito riferimento al dibattito in corso. Tuttavia, all’interno di due articoli pubblicati sul numero di novembre, il tema è stato toccato: mi riferisco a quello di Rino Ermini intitolato “752 morti sul lavoro” e all’articolo di Guido Candela e Toni Iero intitolato: “Stato e Anarchia: convivenza im-possibile”.

Ermini, dopo aver descritto le categorie di persone che, a suo parere, potrebbero essere promotrici di un processo di trasformazione sociale, si domanda: «Che cosa c’è da fare?»

«Molto. – risponde - Ad esempio sfoltire il nostro pensiero da categorie non più proponibili. (…) Fermi tutti: non sto parlando della rivoluzione. (…). La rivoluzione si farà se chi vuole farla la farà e sarà come le condizioni del momento la vorranno. (…). La rivoluzione è sempre proponibile, ma sono i metodi che eventualmente si possono discutere». E propende, se ben capisco, per una rivoluzione tendenzialmente nonviolenta, «una rivoluzione di lungo periodo. Una rivoluzione da farsi subito partendo dalle piccole e dalle grandi cose. (…) Può essere un pezzettino di rivoluzione lottare a scuola in un consiglio di classe per non bocciare un ragazzo in difficoltà e al posto della bocciatura lavorare con lui con metodologie diverse per aiutarlo a crescere; (…) potrei citare migliaia di piccole cose che messe insieme ne farebbero delle grandi (…)». E prosegue sottolineando, come già aveva fatto il Passatore, la necessità di disporre di una strategia «sulle pensioni, sulla scuola pubblica, sull’utilizzo del territorio, sulla raccolta differenziata dei rifiuti, sulla decrescita, sul debito pubblico, ecc.».

In prima approssimazione, condivido. Ma che cosa significa, esattamente, fare «una rivoluzione di lungo periodo, partendo dalle piccole e dalle grandi cose»? Dalle mie parti si chiama “gradualismo”, un gradualismo che, pur non escludendo la necessità di difendere le conquiste fatte giorno dopo giorno, si incammina su di un lungo percorso a tappe. Con quali mezzi? Ci serviremo delle scarpe, della bicicletta, della moto, del treno o dell’automobile? Mi sembra fosse questo il problema posto da Toni Iero.

Nel merito cercano di esprimersi Candela e quest’ultimo all’interno dell’articolo intitolato: “Stato e Anarchia: convivenza im-possibile”.

«Tuttora – scrivono - il percorso insurrezional-rivoluzionario appare dominante nel pensiero anarchico in Italia. Ebbene, siamo convinti che l’attuale evidente impraticabilità di tale strada si associ anche ad una sua modesta desiderabilità: i deludenti risultati conseguiti dalla maggior parte dei rivolgimenti violenti lasciano forti dubbi sulla loro capacità di costruire una società più equa e sostenibile.

Se il punto è che non si può pensare di escludere totalmente lo Stato, mentre è possibile annullarne il dominio, allora l’idea di sostituire l’atto insurrezionale con un costante logorio ai fianchi dell’autoritarismo acquisisce più appeal. Ecco quindi che l’azione libertaria si potrebbe sviluppare su più piani, schematizzando:

I) il sindacalismo, per la difesa degli interessi dei lavoratori;

II) la costruzione di una rete di imprese cooperative, trama attuale su cui delineare la futura comunità autogestita (condizione necessaria per l’attuazione di una società libertaria);

III) l’intervento politico, attraverso cui modificare in senso libertario (o, quanto meno, neutrale rispetto all’equilibrio sociale) il funzionamento della macchina pubblica, poiché uno Stato di parte rappresenta una condizione sufficiente per il permanere dell’autoritarismo;

IV) la cultura e l’istruzione, per sensibilizzare le persone verso la libertà e verso un senso di appartenenza ad una comunità (altruismo), senza il quale – come sostiene il modello – non si può prescindere dal comando dello Stato.

Non pare inopportuno ricordare che l’efficacia dell’azione volta al cambiamento è dipendente dalla capacità di garantire uno stretto coordinamento del gioco in tutti questi campi. In caso contrario, si rischierebbe di vanificare in un settore i risultati conseguiti in un altro».

Circa i punti I e IV (quasi) tutti i libertari concordano, sul II concorda la maggioranza di essi, il III invece li turba. Sembra lecito chiedere agli autori: che cosa significa, esattamente, mettere in cantiere un «intervento politico, attraverso cui modificare in senso libertario (o, quanto meno, neutrale rispetto all’equilibrio sociale) il funzionamento della macchina pubblica»?

Più oltre scrivono che «evolvendo storicamente il concetto di Stato di parte, a seguito delle conquiste storiche di una democrazia “avanzata”, ottenute con anche il contributo del sindacalismo anarchico, lo Stato appare “apribile” non necessariamente con una Rivoluzione, ma tramite un impegno ed un controllo costante, un “lavoro” quotidiano svolto al fine di rendere lo Stato sempre più trasparente, rinnovabile e neutrale rispetto agli interessi dominanti». Posto che sia diventato «apribile», con che cosa lo apriamo?

«Una rivoluzione parlamentare – affermano - è poco più che una pia illusione», occorre invece «un’impostazione politica che si allontana dalla Rivoluzione intesa come la presa del Palazzo, ma sostiene una rivoluzione continua ed immediata, condotta tutti i giorni, che muove verso una società diversa, creando spazi radicalmente nuovi».

Che la rivoluzione si faccia «tutti i giorni» lo abbiamo capito (nel caso qualcuno avesse mai avuto dubbi in proposito), ma questi «spazi radicalmente nuovi» come li andiamo a creare?

È qui che al movimento occorrono idee originali e la capacità di operare le scelte più opportune!

 

 

 

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