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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Lunedì, 01 Febbraio 2016

 svegliaA proposito di unioni civili (n°187)

«Amor ritiene uniti gli affetti naturali e non domanda riti né lacci coniugali.

Noi dai profan mercati distor vogliam gli amori e sindaci e curati ci chiaman malfattori»

 (da una canzone anarchica di fine Ottocento)

Questi versi mi sono tornati spesso alla mente durante gli ultimi giorni, mentre i cattolici chiamavano a raccolta le folle in difesa della famiglia da loro definita “normale” (affermazione sulla quale ci sarebbe da discutere), ma anche mentre gli omosessuali chiamavano a raccolta in difesa delle loro famiglie.

Interessante, a tale proposito, è un’intervista raccolta da Thomas Mackinson e pubblicata da “Il fatto quotidiano” del 23 gennaio.

Il titolo è «Unioni civili, la famiglia con due mamme e due gemelli:

“Il Paese è più avanti della politica. La nostra storia lo dimostra”».

«Dopo i D’Auria – scrive Mackinson - tocca ai Vecchia-Fazzina aprire la porta. Dopo l’alfa della famiglia tradizionale, l’omega di una omogenitoriale nata sotto il segno di un’unione di fatto che conta due mamme, Paola e Serena, e due gemellini maschi di tre anni, Tommaso e Diego. La prima famiglia, con cinque figli che si raccolgono volentieri attorno ai salmi domenicali e letture del Vangelo, è stata protagonista di una lunga intervista al Corriere della Sera (“Noi siamo la normalità”) e sarà in piazza il 30 gennaio per il nuovo Family Day al Circo Massimo. (…) Foto, sorrisi, i bambini che “spuntano allegri in fondo al corridoio”, un altro che “arriva con le scarpette da calcio in mano perché sta per andare a giocare in parrocchia”.

La famiglia Vecchia-Fazzina non è poi così diversa ma sarà nell’altra piazza, quella che il 23 gennaio mobilita associazioni e cittadini a difesa del disegno di legge (…). Entriamo in casa in punta di piedi. Paola e Serena sono sedute sul divano. “Diego e Tommaso sono di là che giocano con due compagni, faranno casino e come spesso capita dovremo litigare per chi mette a posto i giochi”, esordisce Paola» (E, francamente, non mi sembra un bell’esordio).

«I due gemelli – prosegue Mackinson - sono arrivati dopo un lungo percorso che le ha portate in Spagna dove Paola, più giovane, si è sottoposta a fecondazione eterologa. La mamma biologica è lei. “Siamo una famiglia normalissima, né eccezionale né pessima, penso io. (…) Non siamo alieni, non portiamo avanti un discorso eversivo”». (Direi che lo si era capito).

«Come è stata presa la decisione di avere dei figli?» - domanda loro Mackinson.

«A casa come al lavoro non ha sollevato alcuna tensione – risponde Serena – nessuno ci ha detto che stavamo sbagliando, nessuno ci ha giudicate. Ma anche fuori dal nostro piccolo mondo familiare ci siamo accorte che in realtà il Paese è molto più avanti di quanto non si dica. (…)»

«Ma se va tutto bene» - incalza l’intervistatore - «perché questa esigenza di fare un passo avanti?»

«Il problema fondamentale è che io sono la mamma sociale e non biologica, cioè quella che non ha messo al mondo Tommaso e Diego e non esisto.

Né per l’amministrazione, né per la burocrazia e né per lo Stato italiano. Vuol dire che non ho diritti e doveri verso i miei figli. E che ufficialmente hanno un solo genitore mentre ne hanno avuti due da prima della nascita. Ero in sala parto quando sono nati, c’ero io con loro». (Anche il medico, suppongo, se la vogliamo mettere su questo piano…).

«Ma nel concreto - domanda Mackinson - quali impedimenti riscontrate?»

«Nel quotidiano, per fare degli esempi, avrei bisogno di una delega per qualsiasi cosa: dal prenderli al nido al portarli alla pediatra, non potrei neppure portarli al pronto soccorso da sola per un’emergenza. Se dovessero mai succedere cose più serie io sparirei dalla loro vita perché l’unico genitore che esiste è Paola. Ed è una cosa che ha un peso enorme nella nostra normalità. Nessuno può togliermi i miei figli finché non succede qualcosa di realmente serio. Ma può succedere».

(Il problema, in effetti, si pone, e non mi riferisco a quello della delega ma a quello del decesso della madre biologica, che tuttavia potrebbe essere risolto anche istituendo un percorso di adozione privilegiato per il convivente del coniuge defunto).

«E la mamma biologica che dice?»

«Si dibatte molto sul fatto che se il genitore biologico venisse a mancare resterebbe solo un surrogato materno senza diritti ed è vero. Ma quello di cui poco si parla è il carico psicologico di questa situazione. Nei rapporti con la burocrazia Serena sta sempre un passo indietro perché potrebbero comunque dirle che lei legalmente non è nulla per i suoi stessi figli. E questo pesa sul nostro sentirci famiglia. (…)»

Insomma, da quello che sembra di capire, queste signore sono interessate all’istituzione delle “unioni civili” soprattutto per potersi “sentire famiglia” nel senso più tradizionale del termine!

«E come vivono questo i bimbi?» - domanda loro l’intervistatore.

«Tommaso e Diego hanno scoperto che esistono famiglie con un padre e una madre dai Barbapapà. La loro normalità è avere mamma Paola e mamma Serena. Sanno perfettamente che esistono famiglie composte da un papà e una mamma e altre solo da un genitore. Sanno che nessuna è giusta e nessuna sbagliata. Ma presto la serenità della loro condizione sarà messa a dura prova dal retaggio culturale che la individua come una anomalia. I nostri figli rischiano di aver più fragilità di altri nel momento in cui qualcuno gli verrà a dire che non possono avere due mamme. Spero che cresceranno forti grazie alla nostra serenità, ma per loro sarà dura vedere messo in discussione un dato per loro fondamentale: la loro famiglia. Ecco, ai politici dico: fatelo per loro. Ci sono, esistono. Riconoscere anche le loro famiglie non toglie nulla alle vostre. Per questo saremo in piazza il 23 gennaio.(…)»

Non so se i bambini, crescendo, avranno problemi psicologici connessi al “retaggio culturale che individua la loro condizione come anomalia”. Mi auguro di no. Ma se li dovessero avere, dubito che sarà il riconoscimento legale dell’unione tra le due donne a risolverli.

«Un ultimo appello alla politica» - suggerisce loro Mackinson.

«Dico semplicemente: perché no? E se no dev’essere, che almeno si dica la verità: che quel no non ha nulla a che fare con la migliore tutela dei minori, come sarebbe invece introducendo le adozioni. Semmai quel no ha molto a che fare con l’avversione contro tutto il mondo omosessuale. E allora che smettano di risentirsi se li chiamiamo “omofobi”. Una parte di questo paese lo è certamente e tale resta. Ma non è negando lo status di famiglia che può negare il fatto che esistiamo. Siamo un pericolo? Che i vari Giovanardi, Brunetta o chi altro vengano a vedere i nostri figli all’asilo: li sfido a trovarli in mezzo a tutti gli altri. E allora basta ipocrisie e false morali: questa innegabile uguaglianza di fatto sia riconosciuta anche di diritto».

Con tutto il dovuto rispetto, quest’ultima argomentazione mi sembra piuttosto debole: ci mancherebbe altro che i figli delle coppie omosessuali fossero riconoscibili a vista!

 Luciano Nicolini

 

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