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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Lunedì, 01 Febbraio 2016

Cose da fare: elencoStrategie libertarie: è ora di finirla! di Luciano Nicolini (n°187)

Scrivevo, due mesi fa: «Sono trascorsi due anni da quando, sul numero 163 di Cenerentola, il Passatore invitò a discutere su obiettivi e strategie del movimento libertario italiano.

Sul numero 179 ho riassunto brevemente le posizioni emerse nel corso del dibattito circa gli obiettivi [le riporto, al termine di questo articolo, per chi le avesse dimenticate]1; sul numero 181 Toni Iero ha sottolineato come non si possa parlare di obiettivi se non si discute, prima di tutto, dei mezzi che si intende utilizzare per conseguirli; sul numero 182, infine, ho illustrato la mia opinione circa quest’ultimo tema, senza alcuna pretesa di giungere a conclusioni ma chiarendo da dove, a mio parere, occorre partire per affrontarlo».

È seguito qualche articolo che, in modo molto prudente, si esprimeva nel merito. Tra essi quello di Guido Candela e Toni Iero intitolato: “Stato e Anarchia: convivenza impossibile”. Quest’ultimo contiene alcune affermazioni che, di seguito, riporto:

«Tuttora il percorso insurrezional-rivoluzionario appare dominante nel pensiero anarchico in Italia. Ebbene, siamo convinti che l’attuale evidente impraticabilità di tale strada si associ anche ad una sua modesta desiderabilità: i deludenti risultati conseguiti dalla maggior parte dei rivolgimenti violenti lasciano forti dubbi sulla loro capacità di costruire una società più equa e sostenibile.

Se il punto è che non si può pensare di escludere totalmente lo Stato, mentre è possibile annullarne il dominio, allora l’idea di sostituire l’atto insurrezionale con un costante logorio ai fianchi dell’autoritarismo acquisisce più appeal. Ecco quindi che l’azione libertaria si potrebbe sviluppare su più piani, schematizzando:

I) il sindacalismo, per la difesa degli interessi dei lavoratori;

II) la costruzione di una rete di imprese cooperative, trama attuale su cui delineare la futura comunità autogestita (condizione necessaria per l’attuazione di una società libertaria);

III) l’intervento politico, attraverso cui modificare in senso libertario (o, quanto meno, neutrale rispetto all’equilibrio sociale) il funzionamento della macchina pubblica, poiché uno Stato di parte rappresenta una condizione sufficiente per il permanere dell’autoritarismo;

IV) la cultura e l’istruzione, per sensibilizzare le persone verso la libertà e verso un senso di appartenenza ad una comunità (altruismo), senza il quale – come sostiene il modello – non si può prescindere dal comando dello Stato.

Non pare inopportuno ricordare che l’efficacia dell’azione volta al cambiamento è dipendente dalla capacità di garantire uno stretto coordinamento del gioco in tutti questi campi. In caso contrario, si rischierebbe di vanificare in un settore i risultati conseguiti in un altro».

Ho già scritto che, almeno in prima approssimazione, condivido tali affermazioni, ma ho scritto anche che mi sembrano piuttosto vaghe. Poichè, dopo due anni di dibattito (in verità, piuttosto fiacco), mi pare sia giunta l’ora di finirla, proverò a tirare quelle che sono le mie personali conclusioni rispetto al problema delle strategie libertarie.

I) Rispetto al sindacalismo autogestionario: a mio avviso è, e rimane, lo strumento fondamentale per trasformare la società. E questo non tanto perchè il problema dei problemi è (e rimane) l’irrisolta questione sociale, ed è necessario che le classi subalterne si organizzino per recuperare la ricchezza loro espropriata dalle classi dominanti, bensì perchè è attraverso il lavoro che si mantiene, si conosce e si modifica la società. Ne deriva che i sindacati autogestiti, come già affermarono le innovative tesi approvate dall’USI nel congresso del 19902, dovranno organizzare, non genericamente “i lavoratori”, ma quei lavoratori che intendono agire, a partire dal proprio settore, per trasformare in senso socialista e libertario la società. E ne deriva altresì che le lotte portate avanti, principalmente attraverso lo strumento dello sciopero a oltranza, dovranno tendere, non a migliorare le condizioni di vita e di lavoro degli appartenenti a un determinato settore, ma quelle di tutti gli appartenenti alle classi subalterne.

II) Per quanto riguarda “la costruzione di una rete di imprese cooperative”: è, senz’altro importante, a condizione che non ci si illuda, attraverso di essa, di poter trasformare la società. Centocinquant’anni di storia del movimento cooperativo, particolarmente sviluppatosi in alcune regioni dell’Italia centrosettentrionale, sono lì a dimostrare che è casomai la società (capitalistica) a trasformare le imprese cooperative rendendole sempre più simili a quelle private. La costruzione di una rete di imprese cooperative serve soltanto a sviluppare, negli appartenenti alle classi subalterne, quelle capacità di gestione della produzione, della distribuzione e dei servizi (ben diverse dalle capacità di gestione delle lotte sindacali e sociali) che saranno indispensabili al mantenimento e allo sviluppo della società socialista e libertaria che si intende costruire.

III) Circa «l’intervento politico, attraverso cui modificare in senso libertario (o, quanto meno, neutrale rispetto all’equilibrio sociale) il funzionamento della macchina pubblica», mi sono convinto che non sia da escludere la partecipazione dei libertari alle elezioni politiche, mentre tenderei ad escludere (salvo casi particolari, da valutare con estrema attenzione) la partecipazione alle elezioni amministrative. Questo, non perchè ritenga possibile trasformare la società per mezzo delle elezioni politiche («una rivoluzione parlamentare – lo scrivono gli stessi Candela e Iero - è poco più che una pia illusione») ma perchè ritengo che partecipando a quest’ultime si possa, prima pubblicizzare, poi “legittimare” attraverso il voto popolare, ciò che si sta ottenendo attraverso le lotte sindacali e sociali.

Tale posizione può apparire stravagante ai libertari, talvolta possibilisti riguardo alla partecipazione agli organi di amministrazione locale (più vicini alla popolazione) e in genere risolutamente contrari alla partecipazione ai parlamenti nazionali (ritenuti, giustamente, specchietti per le allodole). Mi sembra tuttavia che l’esperienza di chi, partendo da presupposti libertarieggianti, ha finora partecipato alle competizioni elettorali mostri chiaramente che la partecipazione agli organi di amministrazione locale e alle relative elezioni è troppo dispendiosa in termini di impegno dei militanti (che dovrebbe essere rivolto a ben altro!) nonché troppo pericolosa in termini di coinvolgimento nel malaffare; al contrario, la partecipazione ai parlamenti nazionali e alle relative elezioni, se adeguatamente regolamentata, può risultare meno pericolosa e pertanto, giustificata dai vantaggi che è possibile ottenere in termini di pubblicità.

Che cosa intendo per “adeguatamente regolamentata”? I candidati, scelti dai militanti all’interno del movimento, dovranno, se eletti, guadagnare quanto un operaio (rinunciando a gran parte dello stipendio) e rimanere in carica per un solo mandato; dovranno inoltre votare attenendosi a quanto contenuto in una dichiarazione di princìpi simile a quella esposta nei miei “Appunti per una costituzione libertaria”3 (che cito, non per narcisismo, ma perchè più avanzata di quella, analoga, scritta negli anni trenta da Camillo Berneri), strettamente controllati da un collegio di probiviri che, in caso contrario, revocherà loro l’incarico di portavoce del movimento.

IV) Quanto alla cultura e all’istruzione, è ovvio che costituiscono le fondamenta di tutto l’edificio. Non può esistere sindacalismo autogestionario e autogestito dove non c’è cultura autogestionaria. In sua assenza può esistere, al massimo, qualche sindacato diretto da militanti libertari (che è tutt’altra cosa). Nè può esistere impresa cooperativa dove non vi è adeguata istruzione (o, come si usa dire in aziendalese, “know-how”).

Alla diffusione della cultura libertaria e, più in generale, dell’istruzione, deve essere dedicato uno sforzo enorme, sia avvalendosi degli strumenti tradizionali (Socrate chiacchierava con i suoi allievi passeggiando) sia dotandosi dei più moderni strumenti di comunicazione di massa (i giornali, la radio, la televisione, la rete). E se, per quanto riguarda i primi, “piccolo è bello”, per ciò che concerne i secondi non sarebbe male tener presente che non sempre “la diversità è una ricchezza”: se ciascuno fa una rivista (o un blog) che legge soltanto lui, è come se riviste e blog non esistessero.

1 «Per cio che concerne la sanità, tutti gli intervenuti si sono dichiarati favorevoli a una sanità pubblica e decentrata, dove per “sanità pubblica” s’intende, a scanso di equivoci, il Sistema Sanitario Nazionale che, sotto lo stretto controllo dei lavoratori della sanità, dovrebbe garantire a tutti (attraverso strutture il più possibile decentrate) un’assistenza gratuita. Ciò non significa che le professioni mediche e infermieristiche non debbano poter essere esercitate privatamente, ma che chi lo fa non dovrebbe ricevere alcun denaro pubblico.

Anche per ciò che concerne l’istruzione, quasi tutti si sono espressi a favore della difesa della scuola pubblica che, sotto lo stretto controllo dei lavoratori della scuola e degli studenti, dovrebbe garantire a tutti l’istruzione gratuita. Particolarmente urgente, anche al fine del buon funzionamento delle scuole di grado inferiore, è la riforma dell’università, il cui nodo fondamentale resta la selezione del personale docente. Quanto alla scuola privata dovrebbe poter continuare a esistere, ma senza ricevere alcun tipo di finanziamento pubblico (neppure sotto la forma di detrazione fiscale).

Per ciò che riguarda la previdenza, gli intervenuti si sono dichiarati favorevoli a una previdenza pubblica organizzata su base nazionale e intercategoriale sotto il controllo dei lavoratori dell’Inps. La pensione, ovviamente, dovrebbe essere uguale per tutti i lavoratori. Quanto al reddito di cittadinanza, soltanto io mi sono espresso esplicitamente per la sua istituzione, ma penso di poter dire che, in generale, i libertari lo vedono di buon occhio.

Più complesso è il discorso per quanto concerne l’autogestione delle aziende in crisi, che va senz’altro promossa nel caso di aziende le cui produzioni (o i servizi offerti) possono garantire reddito, nonchè con riferimento ad alcune produzioni o servizi strategici.

Poco si è detto fino ad ora per quanto riguarda i concorsi pubblici: il mio parere personale è che, in generale, sarebbe bene utilizzare, per le assunzioni, pubbliche graduatorie basate su punteggi inambigui. In alcuni casi non sarebbe inopportuna l’elezione diretta da parte dei cittadini. In altri (ad esempio nel caso dei responsabili all’interno della pubblica amministrazione) sarei favorevole all’elezione diretta da parte dei colleghi.

Circa le cause civili, gli intervenuti ritengono opportuno affidarsi al giudizio di un giudice (ovviamente appellabile) piuttosto che all’arbitrato. Urgente è poi la necessità di diminuire la durata dei processi e semplificare il più possibile le norme in materia, pena la mancanza di certezza del diritto.

Quanto alle cause penali è essenziale che l’esilio, la detenzione o qualsiasi altra sanzione decretata da un giudice (ovviamente appellabile) dopo regolare processo non sia intesa come punizione, bensì semplicemente come isolamento temporaneo dalla società di un individuo che potrebbe costituire grave pericolo per l’incolumità degli altri. In tale ottica le carceri (ineliminabili, se non altro per brevissimi periodi di carcerazione preventiva) dovrebbero essere confortevoli e non, come ora, affollate e disumane.

Su tutti questi argomenti, ovviamente, la discussione rimane aperta a chiunque voglia fornire il suo contributo».

2 Da “Mozioni approvate dal Congresso di Roma dell’Unione Sindacale Italiana (25, 26 e 27 maggio 1990)”

«A) VERIFICA DELL’ATTUALITA’ DEL PROGETTO USI

Il progetto USI, che consiste nel riproporre l’esistenza di un sindacato rivoluzionario autogestito e tendente all’autogestione delle lotte e della società è, nelle sue linee generali, più che mai attuale.

Infatti, se nel 1979, al momento della rifondazione, erano in corso lotte sociali che iniziavano ad essere svendute dal sindacalismo statalista, partitocratico e/o corporativistico e l’USI (dov’era presente) si proponeva ai lavoratori come punto di riferimento per chi rifiutava le compatibilità del sistema capitalistico, oggi, a dieci anni di distanza, la situazione si è deteriorata al punto che le lotte in corso rischiano addirittura di essere isolate e represse da un sindacalismo confederale ormai completamente integrato nella struttura statale.

C’è sempre più bisogno di un sindacato capace non soltanto di difendere i lavoratori ma anche di aiutarli a difendersi da soli contro il potere padronale, per garantire quel patrimonio di solidarietà peculiare del mondo del lavoro.

Per sindacalismo tuttavia oggi non si deve più intendere, come agli inizi del secolo, quella pratica che tende ad organizzare unicamente la classe operaia ma, più realisticamente, quella pratica che vuole organizzare, all’interno del mondo del lavoro, coloro che operano con l’obiettivo di costruire una società egualitaria, libertaria ed autogestionaria.

Anche sull’aggettivo rivoluzionario è opportuno fare alcune precisazioni: all’inizio del secolo, infatti, con tale specificazione si intendeva anche, in parte, quel sindacalismo che vedeva nell’insurrezione lo sbocco del conflitto di classe. Da molto tempo l’USI sostiene piuttosto la necessità di un gradualismo che si definisce rivoluzionario in quanto rifiuta la logica delle compatibilità con il sistema capitalistico e statalista, puntando invece alla costruzione di una società autogestita ed autogestionaria basata su valori completamente diversi da quella attuale; l’USI considera la rivoluzione anche come un processo di trasformazione culturale».

3 Luciano Nicolini, “Appunti per una costituzione libertaria”, Bologna, Baiesi, 1995, poi in Cenerentola n. 88 (http://www.cenerentola.info/index.php/dibattiti-e-opinioni/464-appunti-per-una-costituzione-libertaria)

 

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