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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Martedì, 01 Marzo 2016

BambineNon solo “unioni civili”, di Luciano Nicolini (n°188)

Sullo scorso numero di Cenerentola manifestavo alcune perplessità circa il dibattito relativo alla legge Cirinnà che, mentre sto scrivendo, è ancora in discussione al Senato. Le mie considerazioni riguardavano essenzialmente l’approccio di molti sedicenti progressisti rispetto alle cosiddette “unioni civili” che, in buona sostanza, altro non sono che un matrimonio fra omosessuali (con tanto di obbligo di fedeltà e di risiedere sotto lo stesso tetto!).

Ma, come evidenziato da Alessandro Simeone, avvocato specializzato in diritto di famiglia, con una breve nota su Repubblica del 2 febbraio scorso, il progetto di legge non riguarda soltanto loro.

«Il polverone sollevato attorno al ddl Cirinnà - scrive - ha portato i più a pensare che si discuta solo dei diritti degli omosessuali; pensiero sbagliato giacché il disegno di legge si compone di tre differenti capitoli: le unioni civili (solo per le coppie same sex); i contratti di convivenza (etero e omo) e la convivenza tout court (etero e omo). La legge dunque avrà effetti e ricadute sulla vita di tutti, a prescindere dall’orientamento sessuale».

L’autore inizia il suo ragionamento descrivendo la situazione attuale delle coppie conviventi:

«Chi non può (perché aspetta il divorzio) o non vuole sposarsi ma solo convivere, in Italia, non ha alcuna forma di tutela: non può assistere il partner in ospedale o andarlo a trovare liberamente in carcere, non può prendere decisioni sulla sua salute, può essere cacciato di casa, da parenti rapaci, in caso di  morte dell’altro. (…) La legge in discussione al Senato si propone di eliminare proprio queste situazioni; il legislatore, però rischia, ove le norme fossero approvate, di farsi sfuggire la mano. Il disegno di legge infatti prevede che due persone, con un legame di coppia, che vivono insieme sotto lo stesso tetto, automaticamente e indipendentemente dalla loro volontà (art.11), abbiano gli stessi diritti dei coniugi per quanto riguarda le visite in carcere, in ospedale e l’accesso alle informazioni sanitarie (art. 12); in caso di morte del partner potranno rimanere a vivere nella casa familiare per un periodo da 2 a 5 anni (se la convivenza aveva superato i 24 mesi, art. 13) e avranno diritto al risarcimento del danno (art. 18). In caso di rottura della coppia, il partner economicamente più debole avrà diritto all’assegno di mantenimento (come se fosse stato sposato) calcolato in proporzione alla convivenza (…).

L’acquisizione di diritti e doveri (…) sarebbe automatica, prescindendo dalla volontà dei conviventi: una scelta troppo radicale che, seppur mossa dal lodevole intento di eliminare alcune odiose forme di discriminazione, rischia di comprimere la libertà di chi, autonomamente, non vuole impegnarsi, per ragioni che lo Stato deve rispettare. Chi vorrà assumersi obbligo verso l’altro, avrà, dopo l’approvazione della legge, tutte le possibilità (…). Chi non vorrà impegnarsi, invece, non avrà via d’uscita, giacchè la legge impone, anche a chi magari non lo vuole, diritti e doveri».

Il problema, in effetti, da un punto di vista libertario, si pone: se due omosessuali intendono contrarre un matrimonio tradizionale (“unione civile”) è giusto che siano liberi di farlo (contenti loro…); sul “diritto” di adottare il figlio del partner già mi sono espresso nell’articolo precedente (appoggiando l’idea di istituire un percorso di adozione privilegiato per il convivente del partner defunto); quanto all’obbligo di mantenere una persona con la quale si è convissuto, di comune accordo, al di fuori di qualsiasi vincolo mi sembra francamente assurdo.

 

 

 

 

 

 

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