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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Domenica, 01 Maggio 2016

petrolioSecondo Renzi va tutto bene, di Luciano Nicolini (n°191)

(Ed, effettivamente, potrebbe andare molto peggio…)

Fare il punto circa la situazione in cui si trova l’Italia è decisamente difficile: partirò dai problemi sociali, per poi passare a quelli politici e sindacali.

Innanzitutto occorre dire che oggi, nel nostro paese, nessuno muore di fame. “Ci mancherebbe altro!” - penseranno molti lettori. (E penseranno male: perchè nulla, come vedremo, deve essere dato per scontato).

La gran parte dei lavoratori dipendenti percepisce uno stipendio che, stando a quanto afferma l’Istat, sarebbe uguale o superiore a quello cui aspiravano, sospirando, ottant’anni fa (vedi l’articolo a pagina 13). Il discorso non vale, ovviamente, per i precari; ma è evidente che quest’ultimi, in buona parte, riescono a vivere ugualmente grazie a ciò che hanno ereditato dalle generazioni precedenti (l’appartamento e/o altro). Tantomeno il discorso vale per gli stranieri immigrati di recente, che si adattano a fare i lavori più ingrati; ma la maggior parte di essi non si lamenta: bada a mettere da parte, con enormi sacrifici, quelle piccole cifre che permettono ai loro parenti di vivere decorosamernte nel paese d’origine.

Di tale situazione vengono date due differenti letture: Renzi sostiene, seguendo le orme del suo predecessore Berlusconi, che il paese va bene e che anzi, grazie al suo governo, la ripresa è alle porte; l'opposizione, rappresentata in parlamento ormai dal solo Movimento 5 Stelle, sostiene invece che va malissimo, e preannuncia, da mesi, catastrofi imminenti.

Tali catastrofi non si sono ancora verificate, e ciò mina seriamente la credibilità di chi le aveva previste. È tuttavia da sottolineare che il governo Renzi sta approfittando di due circostanze eccezionali: la benevola accoglienza da parte delle istituzioni internazionali, pilotate dalle grandi imprese capitalistiche, e il bassissimo prezzo del petrolio; circostanze che stanno consentendo al paese, malgrado tutto, di galleggiare.

Quanto potrà durare? Ritengo che nessuno sia in grado di rispondere a questa domanda.

Non è però da trascurare quanto osservavo sullo scorso numero di Cenerentola a proposito del mutamento di posizione del “Corriere della sera” in merito all’impresa di Libia: se fino a due mesi fa dava ampio spazio a opinionisti favorevoli a un più incisivo intervento militare, ora lo dà ai contrari. E poichè, come è noto, chi paga l’orchestra decide la musica, viene da pensare si sia fatta strada, anche tra i poteri forti, l’idea che siamo ormai sull’orlo del tracollo e che le enormi spese connesse all’impresa potrebbero provocarlo.

La sinistra extraparlamentare, da parte sua, non è del tutto passiva. Lo dimostra la discreta riuscita dello sciopero generale del 18 marzo scorso, indetto da Cub, Usi-Ait e Sicobas contro la guerra e, ancor più, il fatto che personaggi da essa distanti, come Cremaschi (ex-Cgil), abbiano dato indicazione di parteciparvi.

Mentre sto scrivendo, l'Usi-Ait sta preparando un altro sciopero generale per il Primo Maggio: una proclamazione che ha provocato l’ilarità dei burocrati di Cgil, Cisl e Uil (il Primo Maggio è festa nazionale e, per di più, quest’anno cade di domenica), ma non ha fatto per nulla ridere la cosiddetta “Commissione di garanzia” (che si è affrettata a vietarlo nel trasporto aereo, marittimo e ferroviario) né i lavoratori del commercio (ormai abituati a lavorare nei giorni di festa, anche se Cgil, Cisl e Uil fingono di non essersene accorte).

Quando leggerete quest’articolo già saprete come è andata a finire. Al momento si può soltanto rilevare come la proclamazione di sciopero contenga un forte richiamo alla memoria del movimento dei lavoratori (la lotta per le otto ore di lavoro; il ricordo degli anarchici impiccati a Chicago che in tale lotta erano impegnati) insieme a un altrettanto forte richiamo a un presente che, dopo che il Primo Maggio è stato dichiarato festa nazionale e addirittura religiosa (“S. Giuseppe lavoratore”), costringe spesso i dipendenti a “festeggiare” lavorando.

Accanto a tali richiami, la richiesta di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; richiesta più che condivisibile, a patto che i costi dell’operazione non vadano a carico delle aziende (che difficilmente, soprattutto le piccole, riuscirebbero in questo momento a sopportarli) bensì della fiscalità generale.

Ma, a questo punto - viene da domandarsi - perchè non mettere al centro dell’attenzione l’obiettivo del “reddito minimo garantito” (erogato a tutti coloro che sono privi dei mezzi necessari per vivere e senza richiedere loro alcuna contropartita)?

Un reddito minimo garantito potrebbe, oltre a rendere più tranquilla la vita dei meno abbienti, oggi assillati dal problema della pagnotta, liberare risorse umane che potrebbero dar vita ad attività di pubblica utilità (e comunque non finalizzate a realizzare il massimo profitto). Quel tipo di attività cui spesso ci si riferisce quando si auspica l’implementazione di un (non più rimandabile) nuovo modello di sviluppo che comporti un minor spreco energetico, un minor inquinamento ambientale, una maggior attenzione ai rapporti umani piuttosto che al livello dei consumi.

 

 

 

 

 

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