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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Domenica, 05 Giugno 2016

scheda referendumDei referendum e della partecipazione, di Toni Iero (n°191)

Nel precedente numero di Cenerentola erano esposte due posizioni riguardanti la partecipazione alle consultazioni referendarie: la prima, rappresentata dalla Federazione Anarchica Torinese, giudica i referendum una specie di specchietto per allodole e sostiene la scelta di non parteciparvi in alcun modo.

La seconda posizione, espressa da Alternativa Libertaria/FdCA, ritiene il referendum un possibile strumento di lotta e sembra proporre di contribuire all’organizzazione di alcuni referendum incentrati su specifici temi. 

Mi sembra difficile dare torto a quelli che giudicano i referendum uno strumento inconsistente ai fini del cambiamento sociale. È esperienza consolidata vedere gli esiti di queste consultazioni popolari disattese dalle stesse istituzioni che li gestiscono: ricordiamo, per esempio, la mancata abolizione del finanziamento dei partiti politici (referendum abrogativo dell’aprile 1993 promosso dai Radicali Italiani: 90,3% dei voti a favore) o l’esito inconcludente di quello, tenuto nella primavera del 2011, sull’acqua “pubblica”. Tanti referendum hanno visto gli elettori pronunciarsi chiaramente, senza che ciò abbia avuto alcun effetto sulle materie oggetto di consultazione. D’altra parte, appare piuttosto ingenuo aspettarsi che lo Stato, di sua iniziativa, rispetti la volontà popolare quando questa va contro gli interessi dei gruppi dominanti.

Sostenere, come i Radicali, che tramite i referendum sia possibile sconvolgere gli assetti di potere dominanti, è come pensare di realizzare una rivoluzione a colpi di carta bollata. Ci sono mille trucchi (e molti li abbiamo visti) che permettono di ignorare un esito “sconveniente” di queste, come di altre, espressioni popolari.

Allora, discorso chiuso? Beh … forse no.

Se partiamo dalla consapevolezza che la stragrande maggioranza della popolazione sia ormai pesantemente condizionata dalla propaganda del potere (televisione, giornali, radio, etc.), allora il ragionamento può essere diverso. 

Comincio con una nota che potrebbe sembrare folkloristica, ma ha la sua importanza. Limitarsi a dileggiare i partecipanti alle consultazioni istituzionali, rischia di apparire come una forma di snobismo: voi sciocchi andate pure a votare, tanto noi sappiamo che non serve a nulla! Anche se in parte giustificati, questi atteggiamenti tendono ad aumentare la distanza tra i militanti libertari (sicuri di aver capito tutto) e la “gente” (che si lascia illudere dal potere e dai suoi variopinti servi).

Il risultato è quello che vediamo: da un lato, un movimento libertario emarginato ed esiguo; dall’altro, una popolazione che tende a dare credito ad istituzioni e leader che la prendono costantemente in giro.

Ritengo occorra riavvicinare il nostro movimento alla “gente comune”, nella consapevolezza che il cambiamento sociale si realizza in virtù della maturazione della coscienza politica del maggior numero di persone possibile. Questo implica la necessità di un lavoro di base, da sviluppare in una società composta in prevalenza da soggetti lontani da atteggiamenti radicali. Con queste persone dobbiamo imparare a dialogare. Si tratta di un compito certamente difficile, forse poco gratificante, ma non vedo alternative. Bisogna ri/cominciare a parlare anche con chi si colloca ideologicamente fuori dal nostro ambito. Questo comporta essere disposti ad affrontare argomenti, come la salvaguardia ambientale o le leggi contro il lavoro, su livelli di discussione che possono apparirci banali. D’altra parte, prima di essere in grado di proporre, con credibilità, la nostra ipotesi di cambiamento autogestionario della società, è necessario interloquire con i nostri concittadini su temi più semplici e più comprensibili. Solo dopo aver instaurato un canale di comunicazione, sarà possibile veicolare tematiche più complesse. Sarebbe ora ne prendessimo atto: l’evoluzione verso una società libertaria (per non parlare delle condizioni che dovrebbero renderla sostenibile nel tempo) è un passaggio estremamente complicato. 

Anche se il risultato di un referendum potrà non cambiare i rapporti di forza che hanno dato vita ad una legge iniqua, tuttavia il lavoro politico che si svolge in coincidenza con la consultazione (costituzione del comitato, raccolta di firme, propaganda, dibattiti, voto) è un’occasione imperdibile per parlare alle persone e farci conoscere. Inoltre, con la necessaria umiltà, questo ci permetterebbe anche di cogliere meglio gli umori popolari. Vi sarebbe poi un ulteriore “effetto collaterale”: stabilire contatti con altre organizzazioni che possono evolvere verso forme di alleanza più o meno organiche. Sarebbe ora di spezzare l’isolamento politico in cui giace da troppo tempo il movimento libertario.

I referendum, come anche le elezioni (pur se qui il discorso si fa più complesso), sono occasioni in cui c’è la possibilità di far sentire la nostra voce a migliaia di persone che non incontreremo mai nelle nostre sedi, che non leggeranno mai la nostra stampa ma che, partendo da un generico anelito a migliorare la società, possono diventare interlocutori con cui confrontarsi per far crescere sia la loro consapevolezza, sia il nostro movimento. In questo contesto, anche l’eventuale tradimento della volontà popolare espressa in un referendum diventa un’occasione per rendere evidente la natura autoreferenziale del potere, fattore in grado di generare utili riflessioni nei nostri “compagni di viaggio”. 

Per questi motivi, pur non coltivando alcuna illusione sull’efficacia dei referendum, ritengo più costruttiva l’ipotesi presentata da Alternativa Libertaria. Partecipare all’organizzazione di un referendum sarà magari poco appagante da un punto di vista “rivoluzionario”, ma se non ripartiamo dal confronto con gli “altri” (sia gruppi che persone) corriamo il pericolo di restare dove siamo: in uno stato di sostanziale inutilità, con il rischio di trasformarci in una ristretta congregazione operante prevalentemente su un piano etico.

 

 

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