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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Venerdì, 01 Luglio 2016

internazionaleNazioni, multinazionali, internazionalismo, di Toni Iero (n°192)

Spagna, Portogallo e Francia furono tra i primi esempi di moderni Stati nazionali in Europa. Le monarchie che presero il potere in quelle nazioni ebbero cura di organizzare il controllo territoriale sulla base di una forte centralizzazione. Inoltre, altri pilastri portanti, edificati con attenzione, furono quelli di uniformità di moneta, lingua e religione, all’epoca importante fattore di coesione nazionale.

Un messaggio diverso emerse nel corso del XIX secolo, quando, sulla spinta della rivoluzione industriale, si addivenne ad una progressiva presa di coscienza da parte dei ceti operai dei loro interessi e della necessità di unirsi per contrapporsi ad un padronato protetto proprio dagli apparati repressivi degli Stati nazionali. Con una certa coerenza, il movimento socialista (e anarchico) si proclamò internazionalista (proletari di tutto il mondo unitevi …): il legame di classe avrebbe dovuto essere più forte di quello nazionale.

A cavallo del passaggio tra il 1800 e il 1900 si ebbe una prima fase di globalizzazione economica, determinata dai grandi progressi tecnologici dell’epoca: la diffusione della navigazione a vapore, l’estensione della rete ferroviaria, l’elettricità, il telegrafo. Tale processo durò relativamente poco, poiché nel 1914 scoppiò la Grande Guerra.

All’indomani della fine del primo conflitto mondiale, dopo la caduta dei vecchi imperi, gli Stati nazionali divennero il modello predominante di organizzazione territoriale in Europa. Certo, la maggior parte del pianeta era, allora, organizzata diversamente, dato che il mondo era ricoperto da colonie degli Stati europei. Ma questo, paradossalmente, rappresentava proprio un sintomo del successo degli Stati nazionali.

In conseguenza della Grande Depressione degli anni ’30 del secolo scorso, il ruolo degli Stati nazionali assunse ancora più rilievo, dato che le politiche (giuste o sbagliate che fossero) per uscire dalla crisi furono, per lo più, appannaggio dei governi.

Tuttavia, il messaggio internazionalista era ancora forte, come dimostrato dalla mobilitazione a favore della rivoluzione spagnola. Anche se è bene ricordarsi che, data la predominanza della componente marxista-leninista, frutto della presa del potere in Unione Sovietica da parte del partito bolscevico, la bandiera dell’internazionalismo da allora fu spesso utilizzata strumentalmente per coprire l’appoggio alle scelte geopolitiche della Russia.

Ma il periodo aureo degli Stati nazionali cominciò proprio alla fine della seconda guerra mondiale. Le forze riformiste (in particolare i partiti socialdemocratici nell’Europa Occidentale) aumentarono il loro peso politico in un contesto in cui le organizzazioni sindacali raccoglievano sempre più aderenti, grazie anche al processo di ricostruzione e reindustrializzazione posto in essere nel vecchio continente. In parallelo alla crescita delle organizzazioni della sinistra, aumentava anche l’erogazione dei servizi sociali curata dagli Stati nazionali: sistema previdenziale, legislazione a tutela del lavoro, programmi di edilizia popolare, sanità pubblica, istruzione per tutti, assistenza alla maternità, creazione di milioni di posti di lavoro nelle imprese partecipate dallo Stato e dagli enti pubblici locali. Il risultato di tale processo fu l’aumento dimensionale della classe media, anche grazie ad una apprezzabile mobilità sociale legata alla possibilità, per tanti figli dei ceti sociali più poveri, di accedere ad un’istruzione pubblica di buon livello. L’allargamento dell’intervento dello Stato a favore delle classi più deboli fu un indubbio successo delle lotte sociali e politiche dell’epoca.

Ma, per sua natura, il capitalismo non è un sistema votato a protrarre indefinitamente gli equilibri raggiunti. Così, già a partire dalla fine degli anni ’70, cominciò la “rivoluzione” liberista. I governi della Tatcher nel Regno Unito e le due amministrazioni del presidente Reagan negli Usa lanciarono una massiccia campagna volta a ridurre il peso dello Stato nell’economia. In parallelo, si procedette ad un rilancio della corsa agli armamenti che contrapponeva gli Stati Uniti all’Unione Sovietica, fino a quando quest’ultima si trovò a soccombere anche a causa dell’arretratezza del suo sistema produttivo e tecnologico.

La fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 registrarono la caduta del Muro di Berlino (1989) e l’implosione dell’Urss (1991). A quel punto, avendo vinto la Guerra Fredda, il capitalismo privato non aveva più alcun limite geografico: il mondo, con poche eccezioni, era a sua disposizione! Negli anni ’90, sotto le due amministrazioni del presidente Clinton, dilaga una nuova fase della globalizzazione, favorita dall’inclusione della Cina nel sistema commerciale mondiale. Le grandi multinazionali diventano le protagoniste del momento: i prodotti vengono progettati nei Paesi sviluppati, si fabbricano nelle nazioni emergenti per sfruttare il basso costo della manodopera, si assemblano dove logisticamente più conveniente, per essere venduti, infine, alle declinanti classi medie dell’Occidente. In questo contesto, agli Stati nazionali non spetta più il compito di sostenere la produzione, bensì quello di favorire le attività internazionali dei grossi conglomerati industriali e finanziari: in particolare, diventa importante rimuovere gli ostacoli che limitano le possibilità operative delle imprese, come le “obsolete” legislazioni a tutela del lavoro.

Un’altra pressante richiesta proveniente dalle élite mondialiste è stata la riduzione delle tasse. Qui, tuttavia, la conseguente riduzione delle entrate avrebbe potuto generare eccessivi squilibri nei bilanci pubblici e, pertanto, era necessario provvedere ad un contestuale taglio della spesa: quale migliore occasione per ridurre le coperture sociali un tempo garantite dallo Stato! Un bell’esempio di circolo “virtuoso”: lo Stato risparmia sui servizi a favore dei ceti medi per ridurre le tasse ai ricchi!

Paradossalmente, la classe politica che ha gestito tali processi è stata proprio quella autodefinitasi di sinistra: il Partito Democratico di Bill Clinton negli Usa, il New Labour Party di Tony Blair nel Regno Unito, il partito socialdemocratico di Schroeder in Germania, l’Ulivo di Prodi in Italia…

Proprio nel corso degli anni ’90, accanto alla globalizzazione e all’allentamento del controllo territoriale degli Stati, si rilanciavano due ambiziosi progetti sovranazionali: l’Unione Europea e la moneta unica europea, presentate dai loro sostenitori come strumenti per controllare gli effetti della globalizzazione, quando, in realtà, ne rappresentano solo il logico corollario.

La insostenibilità del progetto liberista, prevedibile e prevista, ha portato alla grande crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti (2007 – 2008) e allo scoppio della crisi dei debiti sovrani in Europa (2010). Recessione, deflazione, fallimenti di imprese e conseguente disoccupazione, compressione salariale, precarizzazione dei rapporti di lavoro, taglio dei servizi sociali pubblici, immigrazione destabilizzante, distruzione del risparmio e ridimensionamento del ceto medio sono alcuni tra gli elementi che caratterizzano l’odierno paesaggio sociale di numerosi Paesi che una volta mostravano invece un relativo benessere piuttosto diffuso: la Grecia ne è un esempio eclatante.

Attualmente, di fronte a tale sfacelo, diverse forze politiche, sia all’estrema destra che all’estrema sinistra, sostengono la necessità del ritorno di un forte Stato nazionale, in grado di difendere il popolo contro tutti i pericoli “esterni”. Il successo elettorale e il seguito di cui godono molte forze tacciate di populismo trovano spiegazione proprio in questo bisogno di protezione, avvertito soprattutto dalle fasce sociali più deboli.

Eccoci quindi giunti alla nemesi dello Stato nazionale: agognato da un proletariato in cerca di protezione contro un grande capitalismo oggi ormai totalmente internazionalizzato.

 

 

 

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