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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Lunedì, 01 Maggio 2017

Woody GuthrieTrump e il fascismo di Luciano Nicolini (n°201)

La sua vittoria è dovuta alla crisi economica o alla crisi dell’identità bianca?

Sui numeri 11 e 12 del settimanale “Umanità Nova” è stato pubblicato un lungo articolo apparso con firma PG, a dicembre 2016, sul sito di Crimeth-Inc (importante network anarchico americano). Il testo, tradotto da Luca Phi e Lorcon, si può dividere in due parti: la prima, discutibile ma certamente interessante, in cui si sostiene che la presidenza Trump non rientra nei canoni del fascismo storicamente inteso e rappresenta piuttosto l’affermazione dei valori della whiteness, l’identità bianca; la seconda, anch’essa discutibile e decisamente meno originale (non mi ci soffermerò), in cui si sostiene, in buona sostanza, che i soli a voler cambiare realmente la società sono i libertari. Affermazione contenente molta verità, ma che ha il sapore di un triste narcisismo (consolatorio?).

«Da ben prima della recente vittoria elettorale di Donald Trump – scrive l’autore dell’articolo - si è levato un coro crescente di voci su di un possibile ritorno del fascismo». Niente di più errato, perché «per quanto il Trump sia terrificante, è importante non livellare qualsiasi critica nei suoi confronti e, nonostante il suo epiteto favorito, “assolutamente disgustoso”, gli si adatti come un guanto, l’accusa di fascismo è inappropriata. (…) La mia ipotesi - prosegue mostrando forse un esagerato ottimismo - è che il fascismo è stato reso definitivamente irrilevante dalla Seconda Guerra Mondiale e dal periodo immediatamente successivo in cui è stato completamente assorbito dalla democrazia capitalista».

L’ascesa al potere di Trump, dunque, è, a suo parere, «legata a una forza sociale che ha predato il fascismo e lo ha superato. Rimane da capire esattamente quale tra i modelli di conservatorismo l’insolente egomaniaco vorrà implementare, ma il suo incoraggiamento per l’identità bianca come meccanismo reazionario per il controllo sociale è assolutamente chiaro». Nel corso della storia degli USA, «una piccola minoranza di proprietari fondiari che ha brutalmente sfruttato la propria forza lavoro e portato avanti una costante guerra genocida nei confronti delle popolazioni native ha dato ruolo a una strato medio della popolazione, povero ma privilegiato, di combattere le proprie guerre e di rimanere costantemente vigile verso rivolte e sconfinamenti. I privilegi, a seconda del punto di vista, erano insignificanti o fondamentali» e «includevano il privilegio psicosociale di essere considerati umani, che non era male per dei poveri provenienti da un’Europa dove l’aristocrazia non aveva mai utilizzato la categoria di “umanità” e raramente, se non mai, ha cercato di stabilire una identità comune con i propri subordinati (…)». Questo strato medio della popolazione, povero ma privilegiato, veniva quindi ad assumere una funzione paramilitare.

«È mia opinione – prosegue l’autore - che è la funzione paramilitare costitutiva della identità bianca che è in crisi e questo ha mobilitato un gran numero di voti dei bianchi per Trump».

Inoltre «il fatto che gli afroamericani siano diventati più poveri sotto la presidenza Obama ha fatto sì che una parte degli afroamericani stessi si sia tenuto lontano dalle urne». (…)

«I bianchi sono in crisi non perché stanno perdendo i loro privilegi economici ma a causa del crescente potere delle strutture statali che usurpa le funzioni paramilitari, storicamente loro prerogativa. (…) Prima di Trump il movimento del Tea Party ha iniziato a parlare di crisi dell’identità bianca ed è stato premiato con un certo supporto elettorale. Trump ha semplicemente indicato in modo più esplicito questa ansia e le ha dato una piattaforma più ampia».

Una spiegazione interessante, che se da un lato sgombra il campo dall’equiparazione semplicistica (e fuorviante) tra “trumpismo” e fascismo, mi sembra non essere, checchè ne dica l’autore, in vera contraddizione con quanto affermato da altri commentatori (primo fra tutti Michael Moore), che hanno visto invece, nell’impoverimento della classe lavoratrice, e nel suo tradimento da parte dei vertici del Partito Democratico, le motivazioni della vittoria di Trump (che, peraltro, a differenza dei media, avevano previsto).

Quindi «dobbiamo – prosegue l’autore - considerare la possibilità che la presidenza Trump si riveli né più né meno come una classica presidenza repubblicana. Non è mai un uomo solo che governa, semmai una burocrazia tentacolare. C’è più continuità che cambiamento nel cambio da un’amministrazione ad un’altra». (…)

«Avendo già trattato il tema del suprematismo bianco – afferma, avviandosi verso le conclusioni - vorrei affrontare le seguenti questioni: democrazia, geopolitica, sfruttamento economico ed ecocidio».(…)

«Per ora, con Trump che ha abbandonato le sue posizioni più estremiste e con gli investitori che hanno iniziato a regolarsi, parrebbe che si sia placato il chiacchiericcio ardito sulla svolta autoritaria, ma rimane comunque un possibile scenario per il futuro. Fino a che gli investitori riusciranno a fare soldi nel sistema attuale, rifiuteranno cambiamenti estremi, ma se il modello americano di democrazia liberale non riuscirà a rendere il mondo più sicuro per il capitalismo durante le prossime crisi, gli appelli alla democrazia diverranno anacronistici e pure controproducenti.

Questo ci porta alla questione della geopolitica (…). È improbabile – a parere dell’estensore dell’articolo - che Trump riesca ad abolire il NAFTA; per farlo avrebbe bisogno della cooperazione di tutto il partito repubblicano che, nel complesso, è saldamente e fondamentalmente neoliberista (…). Pare anche che il TTIP con l’avvento della presidenza Trump sia già morto, ma vi sono buone probabilità che si rimangi le promesse elettorali e resusciti una zona di libero scambio nel Pacifico prima che la Cina monopolizzi la regione (…). Se Trump tenterà una guerra commerciale con la Cina rovinerà l’economia statunitense. L’unica soluzione praticabile nell’attuale sistema è la velocizzazione di questa corsa al successo, riducendo le barriere commerciali (come le protezioni ambientali), tagliando i costi del lavoro ed aumentando la produzione. (…) Pertanto Trump non ha molte opzioni. O seguirà questo programma o distruggerà l’economia degli Stati Uniti (…). Prevediamo che sarà un altro presidente amico del libero scambio che al massimo implementerà un sistema di incentivi per aumentare leggermente la produttività nazionale».

Uno scenario probabile, anche se non mi sembra così obbligato.

«L’approccio di Trump con Russia e Cina merita un esame scrupoloso. (…) Nei confronti della Cina ha usato un linguaggio bullesco (…); ma ha anche avuto un atteggiamento incostante nel supportare gli alleati chiave nella regione (…). Trump è un isolazionista duro e puro, quindi è difficile predire la sua politica estera, ma la macchina militare americana abbisogna di proiettare più forze nel mar cinese del sud e di farlo nella maniera più efficace possibile, per contrastare l’espansione dello stato cinese (…).

Gli Stati Uniti e la Russia sono impegnate in un aspro conflitto per la supremazia regionale sin da quando l’Unione Europea e la NATO sono cresciute fino al punto da poter attirare nazioni come l’Ucraina e la Georgia (…). L’unico modo per porre fine al conflitto sarebbe che Mosca o Washington decidessero di non perseguire più strategie di dominio nell’Europa orientale ed in Medio Oriente». O, verrebbe da aggiungere, di spartirselo.

Venendo al pericolo nucleare, oggi risvegliato dal ruvido contenzioso tra USA e Corea del Nord, «il pensiero che un magnate immobiliare turpe ed immaturo abbia accesso all’arsenale nucleare è terrificante, ma una presidenza Clinton che avrebbe visto gli Stati Uniti provare a mantenere il loro dominio militare in un mondo che ha reso certe pretese sempre meno possibili avrebbe avuto molte più possibilità di scatenare una guerra nucleare. (…) Dovremmo perlomeno considerare tutte le possibili implicazioni delle proposte di Trump, ma se continuerà a reclutare militanti neocon all’interno della sua amministrazione, la sua presidenza finirà per assomigliare a quella di George W. Bush (…)».

Circa lo sfruttamento economico, «al di la della retorica protezionista di Trump, nessuno dei due candidati è mai stato intenzionato a mettere un freno alla roulette dell’ipersfruttamento e del precariato alla quale è sottoposta la maggior parte della popolazione mondiale. (…)

L’ecocidio con Trump procederà più velocemente di quanto avrebbe fatto con Hillary Clinton, anche se – afferma l’autore - mi viene difficile scorgere l’importanza di settare il conto alla rovescia dell’orologio che segna la fine del mondo sul 10 invece che sul 9. (…) Nessuna istituzione in nessuna parte del mondo ha dimostrato la capacità di iniziare anche solo a fare il primo passo per fermare il cambiamento climatico e l’estinzione di massa e, con la vittoria repubblicana nel paese più responsabile del disastro ambientale, ora nemmeno fingeranno più di provarci». Ignorando, come sempre, che il problema non è quello di salvare la natura (che, grazie ai suoi meccanismi regolatori, se la caverà benissimo) bensì quello di salvare la nostra fragile specie.

 

 

 

 

 

 

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