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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Lunedì, 01 Gennaio 2018

bracciodiferroDa “vogliamo tutto” a Salvini? di Luciano Nicolini (n°208)

Anche il cosiddetto “operaio massa”, protagonista delle lotte che negli anni settanta del Novecento hanno cambiato l’Italia, sta mutando il proprio orientamento politico

Al censimento del 1951, in Italia, gli occupati nel settore agricolo erano ancora in numero maggiore rispetto agli occupati nel settore industriale. Il sorpasso da parte dell’industria venne evidenziato nel 1961, dal censimento successivo. Nel 1981 cominciò invece a registrarsi il grande sviluppo del settore terziario.

Non è quindi un caso che le lotte che hanno cambiato il paese (e i grandi movimenti culturali che le hanno accompagnate) si siano verificati tra il 1960 e il 1980. Come non è un caso che agli anni settanta del Novecento dobbiamo la possibilità di divorziare, quella di abortire, il nuovo diritto di famiglia (prima era il maschio il “capofamiglia”), le cure mediche e una pensione minima per tutti. Anche la sospensione della leva obbligatoria, avvenuta successivamente, è figlia delle lotte di quegli anni. 

Protagonista di quella stagione fu il cosiddetto “operaio massa”,  spesso un giovane meridionale trasferitosi nell’Italia Settentrionale per cercare lavoro o, quantomeno un lavoro che non garantisse solo la sopravvivenza. Un giovane meridionale che quel lavoro aveva trovato, in genere, in una fabbrica del Nord, ma che quel lavoro, spesso ripetitivo, odiava. Non voleva tornare al suo paesello, dove lo aspettavano la miseria e una società culturalmente opprimente; “voleva tutto”: reddito, tempo libero, felicità.

Intendiamoci, in genere non erano gli operai le avanguardie delle lotte di quegli anni: le avanguardie erano spesso costituite da intellettuali piccolo borghesi; ma erano gli operai, e in particolare il cosiddetto “operaio massa”, a fornire loro la forza necessaria per vincere.

Qualche giorno fa, nel corso di un viaggio in treno verso la Sicilia, ho chiacchierato a lungo con un mio coetaneo (in verità aveva qualche anno più di me) che sembrava il ritratto di tale figura sociale. Fuggito giovanissimo dall’isola, ha lavorato tutta la vita in una grande acciaieria di Milano. Ora è in pensione. Dice di aver creduto nella sinistra, ma di non crederci più, perché si è accorto che i politici di sinistra fanno soltanto i loro interessi. Alle ultime elezioni ha votato per il Movimento 5 Stelle, ma la televisione lo ha convinto che i pentastellati sono “come tutti gli altri”. È molto arrabbiato con gli immigrati stranieri perché usufruiscono dei servizi che, con il suo lavoro, ha contribuito a costruire. Non è così sprovveduto da non capire che quest’ultimi stanno facendo, semplicemente, ciò che quarant’anni fa ha fatto lui. Ma lui è diverso: lui è italiano! E, attraverso questa rivendicazione di italianità, intesa come qualcosa che dà diritto a ciò di cui altri non hanno diritto, si fa strada, nella sua mente, l’ideologia fascista. Del resto “Mussolini – dice (non è neppure necessario che glielo chieda) – ha fatto anche tante cose buone”. Rimango allibito. Ma il nostro, essendo siciliano, non ha trascorso l’infanzia sentendosi raccontare gli orrori dei bombardamenti e della guerra voluta dal duce. E, probabilmente, nel quartiere in cui vive, s’imbatte più facilmente nella propaganda di CasaPound piuttosto che in quella dei compagni. Il che accade anche ai proletari più giovani di lui, i quali, settentrionali o meridionali che siano, della guerra fascista non hanno mai sentito parlare (da genitori che non l’hanno vissuta).

Nel frattempo, a Roma, si parla di elezioni politiche. E quasi tutto ciò che resta della sinistra marxista si coalizza sotto la direzione di Piero Grasso e Laura Boldrini. Sperano di ottenere come risultato una percentuale “a due cifre”. 

Personalmente glielo auguro: li preferisco certamente ai fascisti! Ma non credo che andranno molto lontano: di loro non si fida più nessuno, nemmeno quel po’ che resta dell’operaio massa degli anni settanta. Pensano di guadagnarsi la sua simpatia discutendo se la nuova formazione si deve chiamare “Liberi e uguali” o “Libere e uguali”? O forse qualche pubblicitario  da  quattro  soldi  li ha convinti che intitolare la lista a un leader (Grasso!) farà  conquistare loro qualche punto in più che intitolarla a un partito? 

La sinistra cosiddetta “antagonista”, quanto a miopia, non è da meno. I nostri lettori hanno potuto seguire (soltanto in parte, per loro fortuna) le polemiche recentemente intercorse tra i sindacati più combattivi. Non dico che siano polemiche  infondate, mi sembra però evidente che ai più risultano incomprensibili. Come incomprensibili ai più risultano le iniziative antifasciste che generosamente diversi compagni promuovono nelle piazze delle città italiane. Mezzo secolo fa tali iniziative mobilitavano grandi fasce della popolazione operaia, oggi poche centinaia di militanti. Non credo sia un caso: la società è cambiata e il fascismo va combattuto soprattutto con altri mezzi.

In particolare, per quanto riguarda il tema dell’immigrazione (che più di ogni altro sta spostando i consensi dei lavoratori verso destra) occorre a mio personale parere lasciare da parte, in questo momento, la rivendicazione del libero accesso in Italia per tutti coloro che ne fanno richiesta. Lo dico con grande dispiacere, convinto come sempre che “nostra patria è il mondo intero e nostra legge la libertà” ma, data l’altissima densità di popolazione del nostro paese, tale obiettivo sarebbe praticabile solo se avessimo poi la forza di abbattere le frontiere delle nazioni situate a nord dell’Italia (dove, del resto, gran parte dei migranti vorrebbe trasferirsi). E tale forza oggi non l’abbiamo.

Occorre invece, a mio avviso, puntare su di una politica di accoglienza ampia, ma regolamentata, mettendo in luce le ricadute positive che tale politica può avere sul nostro paese, sulla diffusione della sua lingua, della sua cultura e dei suoi prodotti.

Occorre infine, sempre a mio parere, modificare i regolamenti che possono far sembrare ai lavoratori già presenti in Italia che si voglia favorire a loro danno chi è appena arrivato (ad esempio evitare di privilegiare, nell’assegnazione delle case popolari, chi ha un maggior numero di figli!).

È chiaro, e ci tengo a ribadirlo, che il popolo italiano ha problemi ben più gravi di quelli innescati dall’arrivo degli immigrati (che peraltro sono in numero assai modesto) e che su obiettivi più importanti (relativi, ad esempio, al reddito) occorre coalizzare le forze e costringere  a cedere governo e padronato; ma questo è (in parte) un altro discorso, che è stato già trattato più volte su questa rivista.

 

 

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