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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Martedì, 01 Gennaio 2019

rabbiaAlcune note sull’ultimo rapporto Censis, di Domenico Secondulfo (n°219)

La sua 52ª edizione non reca sicuramente buone notizie: evidenziare come sentimento chiave del 2018 la cattiveria non è certo cosa di cui rallegrarsi

Rispetto alle sintesi del vecchio presidente De Rita, queste nuove indagini Censis sono un pochettino più aspre, e questo molto probabilmente è anche il segno dei tempi.

Del resto se, come abbiamo dimostrato in alcune nostre ricerche (Osservatorio sui consumi delle famiglie - Università di Verona), dal punto di vista delle abitudini di consumo il confronto con il passato è ormai svanito e la situazione attuale è stata presa come una nuova normalità, si tratta di una normalità sicuramente peggiore di quella passata. Gli effetti della lenta ma inesorabile planata degli stili di vita da quindici anni ad oggi da un lato, le tensioni e le compressioni della situazione attuale dall’altro, hanno sicuramente lasciato il segno sia su quelli che hanno potuto fare il raffronto sia su quelli che non lo hanno potuto fare perché nati già durante la crisi, e questo certo non favorisce relax e buoni sentimenti.

La compressione delle traiettorie di vita, la loro insicurezza, sono argomenti ormai quasi noiosi ma non per questo superati, anzi il lavoro precario è in costante aumento, le sicurezze sociali sono in costante diminuzione, l’unica industria che sembra rimasta in Italia è il turismo, nel quale però il ruolo che ci è riservato pare sia soprattutto quello dei camerieri. Quindi, la meraviglia sarebbe se non ci fosse un certo risentimento, una certa rabbia compressa, che in ogni istante può affacciarsi alla realtà, e non in modo piacevole. Un colpo di cacciavite perché mi sorpassi, un pugno perché mi hai detto di non fare pipì in strada, una coltellata perché mi vuoi lasciare. Il totale fallimento del mondo politico nel riuscire a rispondere o a convogliare questa rabbia in una proposta politica la lascia a sobbollire all’interno della società, favorendo gli improvvisi scoppi di violenza e l’odio verso i diversi e i più deboli, le cui garanzie appaiono privilegi a chi non sopporta più paure e delusioni. Una cultura di cui si è sempre nutrita la destra, che i partiti della sinistra italiana le hanno però regalato, impegnati nei vari comitati di affari, e che sta dando anche in Italia quei risultati non proprio eccezionali che hanno già investito il resto dell’Europa.

Sotto questo aspetto, sono emblematici alcuni esiti derivanti dal Censis e da altre indagini di cui ho contezza, sia direttamente che indirettamente. Quasi la metà degli italiani è pessimista, e bisogna tenere presente che quasi il 20% delle famiglie o è già povera o è a rischio di diventarlo. Ovviamente i più preoccupati ed i più arrabbiati sono quelli che sono più fragili o hanno avuto dei percorsi meno garantiti, come i disoccupati, gli anziani, o le famiglie con figli piccoli. Tutti si stanno rendendo conto che la nuova normalità è molto peggio della vecchia. Ad esempio, i giovani si stanno rendendo conto che difficilmente raggiungeranno il livello di vita socioeconomico dei propri genitori; e questo dopo quasi quattro generazioni in cui il miglioramento della condizione sociale dei figli rispetto a quella dei genitori era quasi una regola. Ma anche la possibilità di mobilità sociale all’interno della propria vita è per la gran parte delle persone con basso titolo di studio una chimera; non è una novità, ma la differenza è che se ne stanno rendendo conto.

Del resto l’Italia ha smantellato le possibilità di creare un sistema produttivo che potesse trarre profitto da prodotti con alto valore aggiunto e alto tasso di innovazione, ove avrebbero potuto trovare impiego i nostri eccellenti laureati, scegliendo invece la strada di abbassare il costo del lavoro e sostenere attività a basso valore aggiunto, fondate essenzialmente sullo sfruttamento del lavoro, come il turismo attuale. E di pari passo a questo processo, lo smontaggio del nostro sistema scolastico, uno dei migliori del mondo, è proceduto accompagnato dalla distruzione del ruolo dell’insegnante, iniziata negli anni scorsi come lotta generale contro l’autorità, la competenza e il mondo delle regole, per lasciare spazio a quello della forza (dalle armi della ragione alla ragione della armi, seppure economiche, come ricordava Marx), e serenamente continuata dai governi attuali, nessuno escluso.

Ma è purtroppo abbastanza normale che i gruppi sociali più fragili reagiscano in maniera più forte all’insicurezza, quello che non dovrebbe essere normale è che questa reazione da un lato si muova in una società già innervata dalla rabbia, dalla paura e dal risentimento, e dall’altro in una prospettiva che non ha sbocchi positivi, neppure immaginabili. Sulla paura diffusa basta il dato relativo ai depositi bancari per capire come stanno le cose: nonostante in molti siano dovuti ricorrere al denaro accantonato, famiglie e consumatori cercano di spendere il meno possibile perché non sanno cosa potrà accadere in futuro, non sanno quale brandello di Stato sociale sarà rimasto per coprirli quando avranno bisogno.

A questo punto, in uno scenario sociopolitico di vuoto dal punto di vista delle proposte futuribili ed in uno scenario culturale personale di individualismo ed isolamento (la media delle persone su cui ciascuno di noi pensa di poter fare riferimento in caso di bisogno non arriva a tre compresi i parenti) è purtroppo tristemente normale che il trend culturale generale si sposti verso il rancore, la paranoia e la cattiveria, spinto anche da un’azione mediatica e governativa che continuamente cerca di individuare dei privilegi da abbattere in nome della giustizia verso i più deboli, dimenticandosi che la vera giustizia sarebbe quella di portare i più deboli al livello dei “privilegiati” e non viceversa. Del resto, volendo cavalcare la paura e non volendo redistribuire il profitto c’è poco da correre, il populismo dei nemici del popolo è l’unica risposta possibile. Ed allora via con la rabbia e la cattiveria verso questo o quel bersaglio e che gli Dei ci aiutino.

 

 

 

 

 

 

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