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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Sabato, 18 Maggio 2019

fiori“Date fiori ai ribelli caduti con lo sguardo rivolto all’aurora”, di Alberto Lipparini (n°223)

Sulla morte di Lorenzo Orsetti

Cerchiamo di capire: quello che ha fatto Lorenzo Orsetti morto combattendo contro l’Isis (e prima, naturalmente) non è cosa di secondaria importanza. Le informazioni oggi giungono smozzicate e confuse molto più di quanto non succedesse nel Novecento, per strano che possa sembrare: ne giungono di più, magari dirette, ma mescolate con non-informazioni o sommerse in mezzo a cose di cui può essere poco agevole, se non si conosce benissimo l’argomento di cui si parla, capire il peso reale e valutare gli interessi di parte

Spesso a essere importanti sono le omissioni o l’uso di ingannevoli sinonimi, quasi sempre di natura ideologica: è il caso del termine “crociato”, usato dall’Isis, che non c’azzecca per nulla con la vita del compagno di cui stiamo parlando, perché Orsetti (noto, almeno in rete, anche come Orso) era un anarchico e coglieva tutte le occasioni propizie per dirlo o per usare i simboli che lo dicevano per lui, come la bandiera rossa e nera dei libertari iberici o la più moderna A cerchiata oppure il pugno chiuso, quello sinistro beninteso.

Ma ci sono cose, ributtanti, che riguardano la vita di alcuni compagni mossi dagli stessi suoi intenti. Sto parlando di cinque persone (fra cui una donna, che mi è parsa la più determinata) che non si sentono eroiche e sono rimaste senza parole di fronte alle denunce dei magistrati torinesi che le definiscono “socialmente pericolose” e vogliono sottoporle a sorveglianza speciale. «Non credo che siano andati in Siria per salvare la nostra società da una minaccia terroristica - è la motivazione . Uno di loro ha scritto che “dopo l’Isis il nemico numero uno è la società capitalista”: vogliono continuare la lotta in Italia». 

La conferma della loro pericolosità starebbe soprattutto nella frequentazione che alcuni hanno avuto col movimento No Tav.

Quindi, con un’assurdità giuridica, oltre che pratica, i cinque sarebbero “pericolosi” perché sarebbero andati in Rojava solo per imparare come si fa: peccato che trovarti di fronte uno che ti spara comporti il forte rischio di rimanere uccisi. È grottesca l’idea che si vada a combattere in capo al mondo per poi poterlo fare a casa propria: i compagni di cui stiamo parlando avevano già precise opinioni politiche, hanno corso i loro rischi e sono tornati nel proprio paese d’origine, mentre “Orso” è morto e prima di lui, sul finire del 2018, Giovanni Francesco Asperti, 53 anni. Di quest’ultimo non si è quasi parlato, forse perché, e azzardo una lettura tutta mia, la sua famiglia appartiene a ciò che si potrebbe definire “aristocrazia rossa” e ha mal sopportato le sue scelte di vita.

Innegabile è la somiglianza fra quel che cerchiamo di descrivere e gli accadimenti che riguardano la Spagna post 1931, cioè dopo l’abdicazione di Alfonso XIII, alla quale seguì la proclamazione della repubblica; numerosi fuorusciti degli stati dittatoriali vi si recarono, anche con l’intenzione, al ritorno, di operare per la defascistizzazione dei propri paesi, ma la sorte non gli fu favorevole: alcuni, come Berneri, non poterono provarci; altri invece tornarono vivi ma non per molto, come Emilio Canzi, anarchico da lunga data, cui il CLN aveva attribuito incarichi di responsabilità, che “meurt dans un accident bizarre” (come dice la Wikipedia francese), a meno di sei mesi dal suo ritorno e dopo che insieme con altri aveva rifondato la FAI. 

Insomma, fatte salve le differenze che la Storia s’incarica sempre di apportare, i combattenti che vediamo in Rojava sono gli “internazionali” di oggi, e non mi trovo in preda a una crisi di anarchite acuta. Voi mi direte: ma comunque questi fanno la guerra, curdi e non. Certo è una cosa che un nonviolento e antimilitarista stenta ad accettare ma… Ma è lo stesso chiunque ci sia dall’altra parte? È lo stesso se è questa parte ad avere iniziato le ostilità (e a condurle nei modi più disumani)? C’è una soluzione alla presente barbarie? Che fare quando l’intento dell’aggressore è quello di sgominare tutti coloro su cui riesce a mettere le mani?

In teoria una soluzione esiste, e si chiama “interposizione”: la Garzanti dice forza d’interposizione un “contingente militare neutrale schierato tra stati o fazioni in lotta, che ha il compito di proteggere la popolazione”, ma nei primi anni Novanta ne maturò una versione pacifica e non militarista, l’accorrere cioè di una massa di persone della società civile. Di questa difficile proposta si fece alfiere Alex Langer, specie nel caso di Sarajevo per cui tanto si spese. Purtroppo però questa idea non fu attuata nel modo sperato, e gli attirò anzi critiche ingenerose di cui parleremo in uno dei prossimi numeri, assieme ad alcune altre chiarificazioni necessarie che riguardano le vicende più recenti di Öcalan e del PKK e l’influenza che su di esse ha avuto il pensiero anarchico di Bookchin. Segnalo in ogni caso che tra le forze che combattono in Rojava ce n’è una che si chiama appunto “brigata internazionale” sulla quale sarebbe opportuno sapere di più.

 Lorenzo Orsetti ha raccontato come si fosse unito alle YPG perché credeva nella rivoluzione che la popolazione del Rojava sta conducendo: “Volevo vedere la rivoluzione con i miei occhi, capire come si fa, cosa riesce e cosa no. Inoltre mi sembra la cosa giusta: ci sono diversi ideali nei quali mi riconosco, come quelli di autogoverno e organizzazione dal basso”. L’agenzia Agi ha contattato la madre: “Non possiamo sconfiggere l’Isis finché qualcuno continua a finanziarlo. Voleva liberare i curdi dal fascismo”. E lo stesso Lorenzo ha lasciato un messaggio di addio diffuso in rete dagli altri combattenti italiani in cui spiega di essere morto “facendo quello che ritenevo più giusto”.

 

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