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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Venerdì, 19 Luglio 2019

InsaccatiEvasione fiscale

L’Italia affonda: è colpa dei lavoratori “autonomi”? , di Luciano Nicolini

Sul numero di maggio di questa rivista Toni Iero ci ha spiegato che “il debito pubblico italiano non è più sostenibile”. Continuare a tagliare la spesa pubblica in modo indiscriminato non ci salverà dal disastro, anzi…

Penso che anche chi ci governa (e chi ad essi vorrebbe subentrare) ne sia consapevole. Ed ecco che si torna a parlare di lotta all’evasione fiscale. 

Recentemente ha anche girato per le sale cinematografiche  un film, “Bentornato presidente”, prosecuzione del divertente e profetico “Benvenuto presidente”, nel quale si propone la lotta all’evasione fiscale come soluzione dei problemi del Paese. 

Parliamoci chiaro: che in Italia l’evasione fiscale esista e sia notevole lo sappiamo tutti. Che sia praticata essenzialmente dai (cosiddetti) autonomi è ovvio:  evade chi ha la possibilità di farlo!

Ma che la colpa dei mali dell’Italia sia da attribuire agli autonomi che evadono sistematicamente le tasse, e che tali mali potrebbero essere risolti se tutti facessero il loro dovere di contribuenti rimane interamente da dimostrare. Come rimane interamente da dimostrare che gli autonomi siano così ricchi come da troppi anni ci viene raccontato.

Domenica 23 giugno, su “Il Fatto Quotidiano” è stato pubblicato un articolo di Luciano Cerasa intitolato «Sull’orlo della fame: i soliti liberi professionisti e commercianti». Il sottotitolo (naturalmente) era: «Dagli studi di settore agli indici di affidabilità poco cambia: i redditi dichiarati non sono credibili». Dopodichè, con il tono scandalizzato che contraddistingue questo tipo di articoli, l’autore ci raccontava che secondo i dati più recenti del Ministero dell’Economia e delle Finanze «i piccoli imprenditori e commercianti con partita Iva soggetti agli studi di settore, circa 3,183 milioni, dichiarano un reddito medio di 28.800 euro, contro i 20.560 euro del lavoratore dipendente». A lui la cifra dichiarata dagli autonomi sembra incredibilmente bassa.  A me  no, nonostante abiti in una regione, l’Emilia-Romagna, che risulta tra le più ricche d’Italia.

Tra gli imprenditori «il 56% dei soggetti dichiara un reddito d’impresa inferiore ai 15.000 euro e solo l’1% un reddito superiore a 150.000 euro». Francamente, non mi stupisce: in molti, al giorno d’oggi, diventano imprenditori di sè stessi perché non trovano lavoro come dipendenti e ben pochi, con la crisi che c’è in giro, guadagnano più di diecimila euro al mese!

Tra i lavoratori autonomi veri e propri, prosegue l’incredulo giornalista «il 38% dichiara compensi (…) inferiori a 25.820 euro e solo il 5% compensi superiori a 185.920 euro». Non ho dati per poter affermare che ciò corrisponda a verità, ma non mi stupisce che solo un lavoratore autonomo su venti guadagni più di 15.000 euro al mese…

In breve, la conclusione di Cerasa è la seguente: «per molte categorie la tassa “piatta” già esiste, in barba all’equità della tassazione e alla progressività imposta dalla Costituzione. Evadere “si faceva ma non si diceva”, adesso è diventato tutto legale».

Le mie conclusioni, invece, sono diverse:

1) l’evasione fiscale, come ho scritto in apertura dell’articolo, esiste, ed è sotto gli occhi di tutti;

2) chi evade sono essenzialmente, per ovvi motivi, gli autonomi;

3) i redditi da loro dichiarati, tuttavia, sono tutt’altro che incredibili;

4) sarebbe opportuno che tutti pagassero le tasse;

5) sarebbe ancora più opportuno che chi le incamera le usasse per fornire servizi utili ai cittadini (e non per foraggiare gli amici degli amici); 

6) non credo tuttavia che l’aumento delle entrate fiscali, così come la diminuzione delle spese, possa risolvere i drammatici problemi dell’Italia;

7) anziché aizzare i “virtuosi” lavoratori dipendenti contro gli “autonomi truffatori”, dimenticando che molti di loro sono autonomi solo in quanto non hanno trovato un lavoro dipendente, faremmo bene a ricordarci che la vera differenza non è tra chi è dipendente e chi è “autonomo” ma, soprattutto, tra chi ha il potere e chi, invece, non lo ha.

 

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