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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Mercoledì, 25 Settembre 2019

seconda scelta 120A proposito di un editoriale (n°226)

La formulazione è, a mio parere, inaccettabile, di Eugen Galasso

Leggo con attenzione, e rileggo, l’editoriale di Luciano sul numero di giugno di Cenerentola (pagg. 2-3), concordando con la prima parte e parzialmente con la seconda (non è del tutto vero che l’immigrazione non si possa “bloccare”; diciamo meglio che si sarebbe potuta bloccare, qualche decennio fa, o almeno limitare, con una decisione non europea ma internazionale, coordinata per esempio dall’Onu, che invece si sta trasformando, sulla base dei reciproci veti delle supepotenze, in una sorta di superente inutile).

 Invece nell’ultima parte, dal punto 5 in poi, le cose non vanno, o meglio la formulazione è, a mio parere, inaccettabile: 

A) Perché un prezzo da pagare per tutti e non solo per le classi dominanti? Sostenerlo vuol dire accodarsi a proposte stile “lacrime e sangue”, che andavano bene (forse) nel 1940 bellico (Winston Churchill, famoso discorso alla Camera dei Comuni, 13 maggio 1940), ma in Italia si è già dato, molto, con i governi da macelleria sociale Monti (il peggiore),  Letta, Renzi, Gentiloni, né l’attuale esecutivo, confuso e ambiguamente fascistoide, sembra voler (e potere) migliorare le cose...

B)   In Italia lo spirito di sacrificio è connaturato alla cultura ipercattolica, diciamo meglio bigotta, nonché fortemente implementato da personaggi come Tommaso Padoa-Schioppa, banchiere e varie volte ministro dell’economia, ma anche super-consulente economico. Di Padoa-Schioppa rimane memorabile il richiamo alla “durezza del vivere” (articolo del 26 agosto 2003 nel Corriere della Sera, “Da Berlino e Parigi richiamo alla realtà”); 

C) Ma oltre alla dichiarazione d’intenti,  il compagno Luciano commette, credo, un errore grave: non quantifica l’entità dell’(eventuale) sacrificio.  Se si dicesse tot, spiegando ovviamente perché, in base a quali argomentazioni, a quali cause, qualcuno potrebbe pensarci.  Detto invece così, senza ulteriori informazioni e soprattutto spiegazioni, il tutto credo possa invece portare voti ulteriori a chi respinge tout court ogni forma di immigrazione, ossia, detto fuori  dai denti, a Salvini... 

Il punto 6, per concludere, è ancora una volta generico.  La “vita più degna di essere vissuta”, non si sa né mai si saprà quale sia.  Sembra quasi il “Muori subito e paghi dopo” di Woody Allen e tutto questo, spiace dirlo, anzi ripeterlo, non può che incrementare i voti a Salvini che, basta fare un calcolo anche solo empirico riguardo alle regioni e province “rosse”, provengono anche (prescindendo per un momento dall’astensionismo) da sinistra... 

7/7/2019

Ma io non cambio idea, Luciano Nicolini

Innanzitutto, una premessa: sono molto contento che Eugen mi critichi. Come ben sanno i nostri lettori, tendo ad essere eccessivamente sintetico, e le critiche, anche quando non riescono a farmi cambiare idea, mi sono molto utili per precisare le cose dette.

Circa la prima obiezione: sono assolutamente convinto che l’immigrazione non si possa bloccare. Se da una parte del pianeta ci sono troppe persone rispetto alle risorse e da un’altra ce ne sono poche, il travaso di popolazione è inevitabile. Lo si può ritardare, (forse) governare, ma quanto a bloccarlo, come ho scritto nel mio editoriale, «nessuno, nella storia, è mai riuscito» e, con ogni probabilità, «non ci riuscirà nemmeno Salvini».

Né, penso, avrebbe potuto farlo l’Onu.

Circa il punto A): È ben vero che «in Italia si è già dato molto con i governi da macelleria sociale», ma se s’intendesse portare avanti (come auspico) una politica di accoglienza nei confronti degli immigrati, questa avrebbe costi notevoli che non credo potrebbero essere sostenuti senza oneri per le classi subalterne, neppure espropriando completamente le classi dominanti. Quest’ultime, del resto, hanno già portato  all’estero (da un pezzo) gran parte dei loro beni. Resterebbero da espropriare solo un po’ di terreni, un po’ d’immobili e una serie d’imprese scarsamente redditizie. 

B) È vero che «in Italia lo spirito di sacrificio è connaturato alla cultura ipercattolica» e che noi laici dovremmo invece indicare alle donne e agli uomini la strada per la felicità, ma è altrettanto vero che costruire il socialismo significa chiedere a chi possiede di più di rinunciarvi per darlo a chi possiede di meno e che, in generale, gli immigrati che arrivano in Italia possiedono meno degli Italiani. Quindi…

C) È vero: non ho quantificato l’entità dell’(eventuale) sacrificio. Ma non si tratta di un errore: semplicemente, avendo fatto a lungo, per lavoro, previsioni riguardo al futuro della popolazione presso un grande ufficio di statistica, so bene che, quando si cerca di quantificare certe cose, il rischio di fare figuracce è altissimo. Tuttavia, a costo di rendermi ridicolo, ci proverò. 

Sappiamo tutti che una gran parte della popolazione mondiale vive nella miseria. In particolare, l’Africa, dalla quale ci separa un mare assai stretto, è abitata da un gran numero di indigenti. Secondo le previsioni dell’Onu, sul breve periodo abbastanza affidabili, nei prossimi dieci anni l’Africa aumenterà la propria popolazione di circa duecento milioni di persone. È credibile che riesca a trattenerle tutte? Mi sembra piuttosto improbabile. Quante potrà trattenerne?  Nessuno è  in grado di rispondere a tale domanda ma, dato che Eugen mi chiede di fare  una scommessa, sulla base di quanto avvenuto in passato in altri contesti (forzosamente) assimilabili, direi: non più di due terzi. Nel qual caso, durante i prossimi dieci anni, almeno sessanta milioni di persone si trasferirebbero in paesi più ricchi. 

«D’accordo – si potrebbe obiettare – ma mica tutti verranno in Europa!».

Certo che no. Ma in compenso verranno in Europa molti poveri provenienti da altre regioni del mondo che, stando alle previsioni dell’Onu, manifesteranno analoghi incrementi di popolazione…

Ora, ammettiamo che l’Italia metta in atto (come auspico) una politica di accoglienza, e che invece gli altri paesi d’Europa proseguano nelle attuali politiche tese a limitare gli ingressi. La probabile conseguenza sarebbe l’arrivo di circa sessanta milioni di persone nel nostro paese (che, peraltro, è già densamente popolato). Quali costi, mi chiede Eugen, dovrebbero sostenere gli attuali abitanti dell’Italia per dar loro ospitalità?

Stando a quanto affermano molti compagni, non dovrebbero sostenere alcun costo: l’espropriazione delle classi dominanti renderebbe disponibile quanto necessario per vivere tutti bene mantenendo inalterati, anzi incrementando, gli attuali livelli di consumo. Come ho già detto, ho parecchi dubbi in proposito.

Infatti, anche ammettendo che un’equa ripartizione delle risorse tra i sessanta milioni di persone che attualmente abitano l’Italia potesse portare a un reddito mensile di 2.400 euro a testa, tali risorse divise per centoventi milioni di abitanti (la cifra cui si arriverebbe a seguito dell’immigrazione) ridurrebbero il reddito a soli 1.200 euro.

«D’accordo – si potrebbe obiettare – ma i sessanta milioni di nuovi Italiani non staranno mica con le mani in mano! Contribuiranno a incrementare la ricchezza prodotta…».

Certamente. Ma, come tutti sappiamo, il lavoro non si inventa (meglio: lo si inventa fino a un certo punto) e, soprattutto, fino a un certo punto si inventano le produzioni esportabili con le quali pagare le necessarie importazioni.

In conclusione: non dico che una politica di accoglienza quale quella auspicata da noi libertari porterebbe tutti gli Italiani sotto a quello che oggi è considerato dall’Istat il livello di povertà assoluta (circa 800 euro mensili, per un single che vive in una città dell’Italia settentrionale) ma ritengo che una buona parte della popolazione vedrebbe ridursi significativamente la propria capacità di accedere al consumo.

E allora? Che cosa dobbiamo fare? Accodarci alle crociate di Salvini contro gli immigrati? Rinunciare a proporre una politica di accoglienza?

No di certo. Ma, se vogliamo fare un discorso  socialista, dobbiamo proporre ai nostri concittadini qualcosa che valga di più della capacità di accedere ad elevati livelli di consumo. Cioè, in altre parole, “una vita più degna di essere vissuta”.

«La “vita più degna di essere vissuta”- scrive Eugen - non si sa né mai si saprà quale sia». Io, invece, credo di saperlo: si tratta, come ho scritto nel precedente articolo, di una vita «con maggiore soddisfazione nel proprio lavoro, maggiore libertà nella gestione della propria vita quotidiana, maggiore solidarietà, una giustizia civile efficiente e via dicendo». Preferisco (e credo di non essere il solo) fare tutto l’anno un lavoro creativo che fare una vacanza di una settimana ai Caraibi. Preferisco non dover sottostare agli ordini di un dirigente imbecille che mangiare carne tutti i giorni (e non sono vegetariano). Preferisco non essere fermato da guardie che mi fanno soffiare dentro a un palloncino che bere acqua minerale proveniente dall’Irlanda (sì, in un bar sotto casa ho trovato in vendita pure quella). Sarei più contento se, dopo aver subito un torto, venissi rapidamente rimborsato anziché vincere in tre gradi di giudizio e scoprire, alla fine, di aver solo speso soldi in avvocati. E via dicendo…

 

 

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