Stampa
Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Sabato, 18 Gennaio 2020

No MediazioneLa condizione femminile oggi (n°229)

Sintesi della relazione redatta da Dora Palumbo in occasione dell’incontro sul tema, promosso a Castel Bolognese dalla Biblioteca Borghi e dalla Biblioteca Dal Pane.

Parto da una nota biografica, per introdurre il tema della serata sulla condizione femminile oggi, tra autodeterminazione e difesa di conquiste e diritti civili.

Sono consigliera in Comune a Bologna, eletta con il Movimento 5 Stelle nel 2016. Mi ero avvicinata a tale movimento perchè mi era piaciuto il nuovo modo di fare politica, il modo di coinvolgere le persone. Gli eletti erano semplici portavoce e, attraverso assemblee e tavoli di lavoro, i partecipanti/cittadini affidavano agli eletti alcuni temi da portare nelle sedi istituzionali. 

Dopo le elezioni politiche del 4 marzo 2018, quando si è formato il governo M5S – Lega, ho abbandonato il M5S, non gradendo l’alleanza con la Lega, rimanendo però in Consiglio comunale. Sono passata al gruppo misto, al quale ho potuto aggiungere una denominazione politica autonoma, come consente il regolamento del Comune di Bologna.

Ho aggiunto, così, la denominazione “Nessuno resti indietro”, che era uno slogan del Movimento.

Il “contratto”

L’alleanza 5 Stelle-Lega è stata fatta sulla base di un contratto che, a suo tempo, ho molto criticato perché innanzitutto, in generale, si trattava di un programma di destra.

Per restare nel tema che affrontiamo stasera, in quel contratto di governo non era presente:

- nulla sull’uguaglianza di genere;

- nulla sui diritti delle donne o su qualche altro tema al femminile.

C’è da dire che, già nei singoli programmi dei due partiti, le donne erano prese in considerazione  solo in quanto pensionande o come mamme! La donna in quanto tale mai!

Politiche per la famiglia e natalità

In questa parte del contratto si legge: «Occorre introdurre politiche efficaci per la famiglia, per consentire alle donne di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro, anche attraverso servizi e sostegni reddituali adeguati». 

Da notare che la conciliazione famiglia-lavoro esclude gli uomini. Si dice espressamente «consentire alle donne di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro»; ostacolando così una più moderna visione della genitorialità e della cura responsabilmente condivisa.

Un altro punto richiede attenzione. Si legge: «Inoltre, è necessario prevedere: l’innalzamento dell’indennità di maternità, un premio economico a maternità conclusa per le donne che rientrano al lavoro e sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli».

Si parla di “premio” per la maternità anziché di “contributo alle spese”, riportandoci all’intollerabile retorica da ventennio fascista del “dare figli alla Patria”, della maternità come dovere sociale e non come libera scelta individuale. 

Nel contratto è assente il tema della disoccupazione femminile. E si dà scarsa importanza al tema della prevenzione contro la violenza sulle donne. In particolare: la violenza maschile contro le donne, non è mai nominata come tale, il contratto si limita a considerare la sola violenza sessuale.

Area penale, procedura penale e difesa sempre legittima

Come si legge in questo punto: «È prioritario l’inasprimento delle pene per la violenza sessuale, con l’introduzione di nuove aggravanti ed aumenti di pena quando la vittima è un soggetto vulnerabile ovvero quando le condotte siano particolarmente gravi». 

E quando si parla di violenza di genere lo si fa per trattare il tema della formazione del personale e delle forze dell’ordine, ma non si parla della vittima.

Si legge: «Ai fini della prevenzione e del contrasto del femminicidio, risulta opportuno impartire una specifica formazione agli operatori delle forze dell’ordine sulla ricezione delle denunce riguardanti reati a sfondo sessuale, stalking e maltrattamenti, per i quali sarà previsto anche un vero e proprio codice rosso». L’approccio individuato è meramente securitario e repressivo, pur essendo ormai nota e scientificamente provata l’inefficacia di tale orientamento ai fini della prevenzione.

Ho mostrato, come dicevo, che nel contratto del governo precedente non era presente nulla sui diritti delle donne, nulla sull’uguaglianza di genere. Del resto, se ricordate le fotografie delle riunioni tra M5S e Lega per scrivere l’accordo, fotografie che furono diffuse dalla stampa in quei giorni, erano presenti solo uomini; l’unica donna era Laura Castelli e, addirittura, negli ultimi incontri, quelli  più ristretti, durante le ultime fasi di rifinitura del contratto, la presenza femminile si era annullata. Il contratto di governo fu scritto da uomini per uomini.

E arriviamo ad un altro punto, partendo sempre dal contratto. Contratto che, anche se non è più valido, mostra comunque le idee, il modo di pensare dei politici che sono al momento in ascesa e che sono comunque in parlamento.

Diritto di famiglia, l’equiparazione delle figure genitoriali

Si legge nel contratto: «Nell’ambito di una rivisitazione dell’istituto dell’affidamento condiviso dei figli, l’interesse materiale e morale  del figlio minorenne non può essere perseguito se non si realizza un autentico equilibrio tra entrambe le figure genitoriali, nel rapporto con la prole. Pertanto sarà necessario assicurare la permanenza del figlio con tempi paritari tra i genitori, rivalutando anche il mantenimento in forma diretta senza alcun automatismo circa la corresponsione di un assegno di sostentamento e valutando l’introduzione di norme volte al contrasto del grave fenomeno dell’alienazione parentale» .

Questa parte è finita nel famigerato disegno di legge cosiddetto Pillon dal nome del primo firmatario, il senatore Pillon in quota Lega. Pillon è uno degli animatori del Family day, e ha dichiarato alla stampa che, se potesse, renderebbe il matrimonio indissolubile.

Il disegno di legge è il n.735 “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità” firmato da altri esponenti della Lega e dal M5S, anche se alcuni parlamentari del Movimento si sono dissociati.

Che fine ha fatto questo disegno di legge?

Quando si è insediato il nuovo governo M5S-PD, la ministra della Famiglia Elena Bonetti ha detto che sarebbe finito in un cassetto. Ma il senatore Pillon  ha risposto: «Noi non molleremo mai, finché non sarà riconosciuto il diritto di tutti i bambini a stare con mamma e papà». 

Questo disegno di legge resterà davvero chiuso in un cassetto?

Intanto c’è da dire che il 15 novembre 2019, c’è stato un convegno alla Camera Civile di Parma dal titolo “Affido condiviso: riforma necessaria?” Si trattava di un evento formativo per i giuristi che vedeva come primo relatore proprio il senatore Pillon.

Diverse associazioni hanno chiesto di sospendere la formazione su una proposta di legge che offende le donne, le bambine, i bambini. Ma la Camera Civile di Parma si è difesa dicendo: «Il convegno, come tutti gli altri eventi formativi organizzati dalla Camera Civile, ha unicamente un fine di carattere giuridico e non politico, è rivolto ad avvocati e non aperto alla cittadinanza ed ha nello specifico l’intento di offrire un confronto tecnico approfondito, sereno e plurale su di un istituto giuridico, quale l’affido condiviso, e sulla necessità, o meno, di una sua riforma».

Non ho trovato opportuno questo evento: anche se si è trattato di un corso di formazione, come dice la Camera Civile di Parma, con un carattere giuridico e non politico, è stato comunque invitato un politico in carica, essendo Pillon un senatore.

Brevemente, cosa contiene il Disegno di Legge che giace nel cassetto?

In generale c’è un evidente e preoccupante disconoscimento del diritto all’autodeterminazione delle persone, con una pesante intrusione da parte dello stato nell’ambito della famiglia. Innanzitutto, nel caso di separazione giudiziale in presenza di minori si deve obbligatoriamente avviare un percorso di mediazione al fine di trovare un accordo. Il primo punto del disegno di legge istituisce infatti l’albo professionale dei mediatori familiari. 

«Possono esercitare la professione di mediatore familiare le persone in possesso della laurea specialistica in discipline sociali, psicologiche, giuridiche, mediche o pedagogiche, nonchè della formazione specifica, certificata da idonei titoli quali master universitari ovvero specializzazioni o perfezionamenti presso enti di formazione riconosciuti dalle regioni, aventi durata biennale e di almeno 350 ore».

Trovo alquanto strano che un laureato in discipline giuridiche possa svolgere il ruolo di mediatore, una funzione che ha caratteristiche più sociali che giuridiche.

Lo studio legale del senatore Pillon è già pronto per questo tipo di attività: nella sezione “Mediazione familiare” del suo sito web, si legge  «È in corso di approvazione una modifica al codice civile che conferirà grande rilievo all’attività di mediazione nel corso dei procedimenti per la separazione dei coniugi. In vista  di ciò  in molti Atenei italiani si stanno realizzando corsi di alta formazione (Master) finalizzati alla creazione del profilo di “mediatore familiare”».

Dopo la fase di mediazione, viene rilasciato ai coniugi un attestato, in cui si dà atto del tentativo di mediazione e del relativo esito. Questo passaggio comporta un aggravio delle spese da affrontare, perché, oltre agli avvocati, bisogna prevedere anche il pagamento del mediatore familiare. Così la separazione diventa più costosa a discapito del coniuge più debole, che in genere è la donna. Ma c’è anche da dire che la mediazione funziona se c’è un’adesione volontaria, e che è deleterio per tutti allungare i tempi del processo.

Il disegno di legge non tiene conto dei casi di violenza dell’uomo sulla donna che spesso non vengono neanche denunciati. Di fronte a questa realtà, a mio parere, la donna che non riesce a intraprendere un percorso di conciliazione con il partner violento deve avere la possibilità di rivolgersi direttamente al giudice. 

Per raggiungere la “bigenitorialità perfetta”, le figlie e i figli, senza distinzione di età e di esigenze, dovranno trascorrere non meno di dodici giorni al mese presso un genitore e dodici giorni al mese presso l’altro, compresi i pernottamenti. Le bambine e i bambini, in questo modo, sono assimilati a pacchi, dovranno essere spostati da un posto all’altro, non avranno più la casa familiare: mentre si ambientano da una parte è già arrivato il momento di sloggiare.

In questa norma, inoltre, non si tiene conto della distanza, in termini di residenza, tra un genitore e l’altro, distanza che crea difficoltà alle bambine e ai bambini nello spostamento da una casa all’altra; tale ipotesi ha bisogno di valutazioni concrete caso per caso, l’interesse del minore va valutato come esclusivo interesse a suo favore, e in funzione del soddisfacimento dei suoi bisogni quotidiani.

La bigenitorialità perfetta, come declinata nel disegno di legge Pillon, potrebbe non garantire il raggiungimento della tutela per la figlia o il figlio, che non sarebbe più al centro del progetto separativo, ma diviso tra gli egoistici bisogni di un genitore verso l’altro.

Nei nostri tribunali e corti d’appello non vengono emesse sentenze o autorizzati accordi che non prevedano l’applicazione dell’affidamento condiviso ed il rispetto del mantenimento del rapporto continuativo ed affettivo del minore con entrambi i genitori. La giudice Betti, presidente della prima sezione civile del tribunale di Bologna, ha riportato, durante una commissione consiliare, che, nei casi di separazioni consensuali, le percentuali di suddivisione paritaria sono bassissime, e quindi nel concreto le parti concordano dei tempi in cui normalmente non c’è parità.

Tuttavia, un conto è prevedere tempi paritetici, un altro è prevedere ed imporre tempi paritari come obbligo teso a garantire metà del tempo, comunque esattamente paritario anche per i pernottamenti.

La prassi, l’esperienza, le linee guida psicologiche internazionali sconsigliano modalità e tempi che mettano i minori in condizione di non vedere riconosciuti i propri bisogni quotidiani, improntati sul rispetto di una condizione di vita che non sia dispersiva e faticosa.

Pillon dice di intervenire sul benessere della bambina e del bambino, ma non tiene conto:

- degli aspetti psicologici delle bambine e dei bambini;

- delle relazioni con i genitori;

- dei vissuti delle bambine e dei bambini.

Il disegno di legge non tiene conto neanche delle specificità di ciascuna famiglia, della storia precedente alla separazione; per cui affronta temi delicati e complessi, come quelli relazionali e di cura delle bambine e dei bambini, in maniera semplicistica, con modalità stereotipate, a scapito dei soggetti coinvolti, quali i minori che non hanno capacità di determinarsi nel contesto separativo.

Altro punto: è prevista l’abolizione dell’assegno di mantenimento; attraverso un piano genitoriale, si suddividono le spese da sostenere per la prole. Questo determina che le bambine e i bambini si troveranno in condizione di agio quando staranno con il genitore che guadagna di più e in situazione di sofferenza quando trascorreranno il tempo  con il genitore più povero.

Il mantenimento diretto non può essere la regola generale ed imposta obbligatoriamente, poiché sarebbe fonte di grave disuguaglianza, disparità e impoverimento del genitore economicamente più debole (notoriamente e statisticamente, la donna) e ciò a scapito dei figli.

Dimissioni dal lavoro

A questo proposito vorrei accennare alle differenze tra uomini e donne in materia di dimissioni dal lavoro. È noto che, spesso, diventare mamma comporta ancora discriminazioni sul lavoro. Ci sono casi di vessazioni, di ritorsioni, di demansionamento, cui le donne vanno soggette in organizzazioni aziendali rigide. Sempre più spesso le mamme sono obbligate a ritirarsi dal mercato del lavoro perché non riescono più a occuparsi della famiglia e, nel contempo, lavorare. La precarietà del lavoro, l’incertezza economica ma anche i ritmi veloci che impongono alle donne di badare ai figli, alla famiglia e a lavorare a tempo pieno per poter andare avanti, hanno determinato una situazione in cui molte famiglie sono costrette a fare una scelta. 

Al momento di presentare le dimissioni da un’azienda, il genitore lavoratore con figli che hanno meno di tre anni, deve effettuare la procedura di convalida delle dimissioni e risoluzioni consensuali, per contrastare il fenomeno delle “dimissioni in bianco”. Una pratica, quest’ultima, che prevede la richiesta del datore  di lavoro  di far sottoscrivere  al lavoratore, spesso al momento dell’assunzione, una lettera di dimissioni priva di data, che il datore di lavoro tiene da parte per utilizzarla, ad esempio, in caso di maternità, infortunio o malattia.

Dunque, nel caso in cui a volersi dimettere sia una lavoratrice in stato di gravidanza o un genitore (sia madre che padre) di un figlio con meno di tre anni, è richiesta la convalida personale delle dimissioni presso il servizio ispettivo della Direzione Territoriale del Lavoro, altrimenti le dimissioni non producono effetti. L’ispettore del lavoro ha il compito di verificare se le dimissioni sono state rassegnate volontariamente e di informare i lavoratori dei diritti e delle tutele in caso di dimissioni volontarie.

Dalla relazione annuale dell’Ispettorato del lavoro si può notare che in Emilia-Romagna uomini e donne, una volta diventati genitori, non si licenziano per gli stessi motivi (dati dal 1 gennaio 2019 al 16 ottobre 2019). Salta subito all’occhio la differenza tra quante donne e quanti uomini si sono licenziati nel momento in cui sono diventati genitori.

Guardando poi alle motivazioni delle dimissioni, si può vedere che, come si poteva immaginare, le donne generalmente si licenziano quando diventano madri per accudire i figli, gli uomini che si licenziano entro il terzo anno di vita del figlio lo fanno invece, in generale, perché trovano un posto di lavoro migliore in altra azienda.

Le associazioni dei padri separati 

Pensavo che il disegno di legge Pillon fosse un regalo alle associazioni di padri separati: invece non è così!

Esponenti di queste associazioni hanno fatto presente che il Disegno di Legge ha molti errori tecnici, potrebbe creare problemi e alimentare il conflitto. In particolare non trovano giusto il coinvolgimento dei nonni nel processo di separazione, che renderebbe più difficile da risolvere la crisi familiare. Perchè la norma fa anche questo: permette ai nonni di presentare ricorso!

Non sono viste bene neanche la mediazione obbligatoria e la bigenitorialità perfetta. E, allora, viene il sospetto che veramente si stiano gettando le basi per rendere indissolubile il matrimonio…

Leghisti e obiettori

Sempre il senatore Pillon, a settembre, in un’intervista alla stampa, dice: «Bisogna cambiare la legge 194 sull’aborto, come in Argentina; ma in assenza dei numeri in Parlamento per farlo, bisogna iniziare a perseguire la politica degli “aborti zero”». Il riferimento è a quanto avvenuto in Argentina alcuni mesi fa, quando il senato ha bloccato la proposta di legalizzare l’aborto nel paese. (La normativa attuale che si rifà al codice penale argentino del 1921, autorizza l’interruzione di gravidanza solo quando è frutto di stupro o in caso di pericolo di vita).

Già precedentemente, l’allora ministro della famiglia Lorenzo Fontana, oggi senatore della Lega, organizzatore dei Family day, diceva di sperare, un domani, di poter cancellare la legge italiana del 22 maggio 1978: «Oggi non ci sono le condizioni per cambiare la legge 194 sull’aborto. Ma anche noi ci arriveremo, come l’Argentina» ha promesso. Ritiene che si debba sostenere la maternità, altrimenti nel 2050 ci estingueremmo «come italiani». 

Non si può non far presente che il carico antropico sulla terra è già notevole, di fronte a risorse finite.

Ad Ottobre 2019 la popolazione mondiale ammontava a circa 7,7 miliardi.

Secondo stime aggiornate, l’Onu prevede che nell’anno 2030 sul nostro pianeta ci saranno circa 8,5 miliardi di abitanti. Ma le destre di casa nostra vogliono che si generino cittadini italiani, relegando la figura della donna a mera generatrice.

Secondo Pillon, «la libertà di scelta ce l’hai prima di concepire una vita. Poi c’è il diritto di un innocente di venire al mondo».

«Sa quante donne avrebbero potuto mettere al mondo dei figli con i soldi che il Pd ha regalato a Monte Paschi di Siena?»

A parte le esternazioni preoccupanti dei nostri politici, oggi, il grosso problema dell’applicazione della 194 è la presenza dei medici obiettori.

La Regione Lazio, qualche anno fa ha fatto una scelta molto coraggiosa, bandendo un concorso riservato unicamente a ginecologi dedicati alla legge 194, per contrastare l’enorme ricorso all’obiezione di coscienza che in molte regioni d’Italia rende sempre più difficile accedere all’aborto. Ma, purtroppo, qualsiasi concorso che contiene questa clausola può essere contestato, poiché il diritto dell’obiezione di coscienza è riconosciuto da tutti.

Allora quale diritto prevale dei due?

Io penso che un medico che partecipa ad un concorso pubblico debba rispettare la legge e la 194 è legge, altrimenti può decidere di lavorare in privato.

E veniamo ai dati circa l’obiezione di coscienza in Emilia-Romagna.

Visto il dato nazionale, secondo il quale, nel 2016, il 70,9% dei ginecologi era obiettore, in Emilia-Romagna la situazione è meno grave, perché la percentuale di ginecologi obiettori, nel 2016 risultava del 49,8%; per gli  anestesisti, invece,  la percentuale di obiettori nel 2016 risultava del 32,4%, superando la media nazionale che era del 27,1%.

Un’anomalia è costituita dal Policlinico Sant’Orsola di Bologna, che vede una percentuale alta di ginecologi obiettori, arrivando al 69%. 

E anche su questo fronte ci sarà da lottare!

Concludo dicendo che tanto è stato fatto e tanto c’è ancora da fare per i diritti delle donne e per l’uguaglianza di genere.

Purtroppo c’è da aggiungere che dobbiamo fare anche tanto per difendere quanto già acquisito.

Dora Palumbo

Castel Bolognese (RA)29 novembre 2019

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

La condizione femminile oggi (n°229) - Cenerentola Info
Joomla theme by hostgator coupons

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione di terze parti. Se vuoi saperne di più o negare il consenso all’utilizzo, consulta questa pagina. Cliccando su "CHIUDI" ovvero proseguendo la navigazione sul sito si presta il consenso all’uso di tutti i cookie.