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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Sabato, 01 Febbraio 2020

migrazioneDestra, sinistra e lotte sociali, di Luciano Nicolini (n°230)

Il comunicato riportato nelle pagine precedenti, prodotto a metà dicembre dal consiglio dei delegati di Alternativa Libertaria, mi sembra analizzi in modo molto convincente ciò che sta accadendo in  Italia, e fornisca anche due indicazioni, piuttosto vaghe ma valide, su ciò che occorre fare: «rivendicare obiettivi materiali tesi a ribaltare i rapporti di forza in favore delle classi sfruttate» e costruire «battaglie culturali all’insegna della solidarietà e dell’uguaglianza». La questione è: quali obiettivi materiali privilegiare? E, in secondo luogo, che cosa significa, oggi, costruire battaglie culturali all’insegna della solidarietà e dell’uguaglianza?

Il grande inganno

Nell’editoriale dell’ultimo numero di A – rivista anarchica (dicembre 2019 - gennaio 2020) anche Andrea Papi, dopo aver spiegato in modo chiaro che cosa debba intendersi per “destra” e per “sinistra”, e come tali definizioni siano più che mai attuali, afferma che «oggi stiamo assistendo al paradosso per cui la sinistra appare mediaticamente sganciata dalle fasce sociali più deboli e indifese, comprese quelle operaie che in origine erano il suo riferimento privilegiato» e che «sempre paradossalmente le stesse fasce sociali sono allettate dalle destre (…). Così attualmente i sostenitori di forti e spietati autoritarismi politici riescono a risultare i protettori dei deboli e dei sottomessi, mentre la cosiddetta “sinistra istituzionale” sembra al contrario dedicarsi “anima e core” a gestire e amministrare ciò contro cui la sinistra era nata: i sistemi di dominio, nel presente espressione di un liberismo finanziario feroce e disumano che ci sovrasta a livello globale. Alle destre – prosegue Papi - interessa come sempre il potere e, trasformatesi astutamente nelle tutrici delle masse, se ne stanno appropriando col loro consenso.

Dato il fallimento storico del “sol dell’avvenire” proposto dall’internazionalismo proletario, oggi le tensioni popolari generalizzate non aspirano più a un “mondo migliore”, mentre desiderano essere protette per stare un po’ meglio rispetto a come sono costrette a vivere. Paladine della difesa dei valori del passato, nel loro complesso le destre sembrano riuscire a illudere di soddisfare le aspirazioni di benessere momentaneo richieste a gran voce dal basso».

La dura realtà

Ma la verità è ben altra, e lo si è potuto constatare nel corso della campagna elettorale recentemente conclusasi. Il leader della destra Matteo Salvini, in particolare, ha percorso l’Emilia-Romagna promettendo agli elettori soltanto più polizia (come se non fossero loro a doverla pagare) e meno immigrati (senza spiegare loro che dovrebbero poi rinunciare alle badanti). Come se l’aumento del numero dei poliziotti e la riduzione del numero degli immigrati si trasformasse magicamente in un aumento del benessere dei proletari… 

Riguardo alla scuola, ai salari, alle pensioni non ha proposto nulla. Riguardo alla sanità ha avuto buon gioco nel criticare la scelta del Partito Democratico di chiudere alcuni ospedali locali, ma si è ben guardato dal far sapere che il modello della Lega è la sanità privata, cioè la distruzione di quel po’ di buono che c’è oggi nel settore in Emilia-Romagna (e, più in generale, seppure in misura minore, anche nel resto d’Italia).

Le lotte sociali

Occorre dunque, come affermano i delegati di Alternativa Libertaria, smascherare l’inganno e rivendicare obiettivi che incidano realmente sui rapporti di forza tra la classe dominante e le classi subalterne.

Un primo obiettivo, a mio parere, dovrebbe  riguardare il cosiddetto “reddito di cittadinanza”. So bene che a molti compagni quest’ultimo non piace ma, non a caso, piace alle classi subalterne e, non a caso, chi lo ha promesso (il Movimento 5 Stelle) ha ricevuto, alle ultime elezioni politiche, soprattutto nel Mezzogiorno dove la povertà è più diffusa, una grande quantità di consensi. È opportuno, a mio parere, invitare alla mobilitazione quel milione di famiglie che lo ricevono perché diventi un diritto slegato da obblighi che sono stati pensati al solo scopo di far digerire il provvedimento alla Lega ma che, oltre ad essere spesso privi di senso, rischiano di pesare, ancora una volta, sulle spalle dei contribuenti (lo sapete quanto costa un corso di formazione, soprattutto se lo organizzano gli amici degli amici?).

In secondo luogo sarebbe senz’altro opportuno rilanciare la proposta di una riduzione, sia pur modesta, dell’orario di lavoro a parità di salario. Per ciò che riguarda il pubblico impiego (considerato nel suo insieme) non dovrebbe essere un problema. E non perché i pubblici impiegati non facciano nulla (come sostiene la Lega, che li vorrebbe incatenati alle scrivanie) ma perchè troppo spesso sono costretti a fare cose inutili, oppure cose che già altri stanno facendo, al solo scopo di soddisfare l’esibizionismo di dirigenti carrieristi quanto incompetenti: probabilmente sarebbe sufficiente una sana razionalizzazione, portata avanti ascoltando chi, nel pubblico impiego, lavora quotidianamente.

Più delicato è, invece, rilanciare tale proposta nel settore privato, dove una riduzione dell’orario a parità di salario significa, in prima approssimazione, un aumento dei costi per le aziende. Ma ad aiutarle potrebbe intervenire lo stato, finanziando l’operazione con denari sottratti alle missioni militari all’estero, agli enti religiosi, a quelle “grandi opere”  delle quali, nella maggioranza dei casi, nessuno, tranne gli amici degli amici, sente il bisogno. E il tutto avrebbe come conseguenza, tra le altre, un aumento degli occupati.

L’immigrazione

Si è accennato a «battaglie culturali all’insegna della solidarietà e dell’uguaglianza», ed è ovvio che il pensiero vada subito al problema costituito dalla immigrazione. Un problema per troppo tempo sottovalutato dalla sinistra nella convinzione (fino a pochi anni fa non errata) che in un paese come l’Italia, dove per ottenere un lavoro decente occorre essere raccomandati, i nuovi arrivati non potessero essere in alcun modo concorrenziali rispetto alla manodopera indigena. Ma dal momento in cui la domanda di lavoro decente da parte delle imprese si è drasticamente ridotta, non è più così: gli Italiani, soprattutto se non in possesso di professionalità particolarmente richieste, si trovano a competere con gli immigrati. E la destra li aizza contro di loro raccogliendo consensi.

Parlare genericamente di solidarietà, in casi come questo, temo non sia sufficiente. Non perché sia convinto che gli uomini agiscano esclusivamente sulla base del proprio tornaconto, ma perché ritengo che quest’ultimo giochi comunque un ruolo non trascurabile nel determinare i nostri comportamenti.

Occorre quindi, a mio parere, sottolineare che fermare l’immigrazione chiudendo i porti e sorvegliando coste e frontiere è, innanzitutto, impossibile; soprattutto da parte di un paese come l’Italia in gran parte circondato dal mare: l’immigrazione si può forse frenare, ma niente di più. Né vale, come deterrente, l’ormai famoso “aiutiamoli a casa loro”: e non perché sia in sé cosa cattiva (al contrario, è cosa ottima), semplicemente perché l’esperienza ha dimostrato che, in presenza di forti squilibri, il miglioramento delle condizioni di vita nei paesi d’origine provoca un maggiore, e non minore, numero di partenze verso i paesi di destinazione.

Con l’immigrazione, nei prossimi anni, dovremo avere a che fare; e con gli immigrati, piaccia o meno, dovremo non solo convivere, ma spartire ciò di cui disponiamo: il che significa che una parte consistente delle classi subalterne non potrà aspirare a un incremento dei propri consumi.

Se vogliamo guadagnare il consenso della maggioranza della popolazione occorrerà quindi puntare su altri obiettivi quali, a titolo di esempio, una maggior autonomia nella organizzazione del proprio lavoro e una migliore gestione della vita sociale.

L’autogestione

Uno dei maggiori motivi di frustrazione nell’ambito delle attività lavorative è il dover eseguire ordini assurdi impartiti, troppo spesso, da incompetenti: le nostre vite sarebbero assai migliori se potessimo decidere collettivamente come svolgere tali attività. Non che i processi di decisione collettiva siano sempre rose e fiori (al contrario!) ma almeno ci rendono soggetti attivi e non passivi sul palcoscenico della vita. Ritengo che sarebbe opportuno, almeno da parte dei dipendenti pubblici, rivendicare il diritto di decidere collettivamente come svolgere le proprie attività e di scegliere democraticamente i propri coordinatori. Ritengo inoltre, come ho già detto, che ciò porterebbe ad una maggior efficienza nel  pubblico impiego, presupposto indispensabile per il suo allargamento a settori nei quali è oggi quasi assente.

La giustizia

Di maggior interesse per chi opera come privato (ma non solo) è mobilitarsi per una radicale trasformazione dell’amministrazione della giustizia penale e, soprattutto, della giustizia civile. Non ho le competenze per entrare nel merito più di tanto ma è inammissibile che per ottenere una sentenza (e un eventuale risarcimento) su cose assolutamente banali si debbano attendere anni come avviene in Italia. I processi dovrebbero concludersi entro un mese dalla segnalazione di quanto è accaduto e gli eventuali ricorsi in non più di un anno. 

Occorre sveltire le procedure? Che si sveltiscano! Occore più personale? Lo si assuma! (l’Italia è piena di laureati in giurisprudenza). Tutto ciò avrebbe un costo notevole? Sarebbero soldi ben spesi! Non soltanto perchè gli offesi hanno diritto di ottenere giustizia (e gli imputati di essere scagionati) in tempi ragionevoli, ma perchè l’intera società (imprese incluse) trarrebbe enorme vantaggio da una giustizia rapida.

Il problema costituito dalla sua inefficienza non si risolve con l’inasprimento delle pene (come la Lega ed altri sostengono) ma con tribunali che funzionano.

 

 

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