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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Giovedì, 23 Luglio 2020

SardineSardine: una storia contemporanea, di Luciano Nicolini

Sono passati sette mesi da quella sera a Bologna, in piazza Maggiore…

Quando si narra una storia, di solito, si comincia dal principio ma, dato che la nostra rivista si occupa in primo luogo di attualità, in questo caso è forse meglio cominciare dalla fine. 

Scrive Ilaria Venturi su “La Repubblica” del 30 maggio: «Ha parlato solo Mattia Santori per 40 minuti. Senza contraddittorio. Un momento di chiarimento (…) che decreta (…) il rilancio del movimento. Con alcuni pezzi che si perderanno per strada e il ritorno alle “origini” ovvero l’impegno nelle prossime Regionali - si vota in Liguria, Marche, Puglia, Campania, Toscana e Veneto - sul modello Emilia-Romagna. (…) Così le Sardine segnano il loro ritorno. Negano la crisi, tentano una ripartenza. L’apice del confronto di chiarimento, dopo mesi di scontri interni (…), si è consumato giovedì sera in una videochat con circa 400 attivisti. Santori è stato netto: “A luglio e agosto verrà data priorità alle regioni che andranno al voto e, come sette mesi fa, saremo la risposta immunitaria della società civile, contro sovranismi, populismi, razzismi, intolleranze e negazionismi”. (…) 

Cosa c’è dietro? Malumori e incomprensioni che covavano da tempo. E scoppiati di recente quando sono arrivati i risultati di un’indagine interna voluta dallo stesso Santori. Un questionario rivolto ai quattrocento attivisti (…).

Cosa emerge? Che il movimento è fatto da giovani perlopiù laureati ed occupati, che fanno riferimento alla Costituzione e sognano gli Stati uniti d’Europa. Con un differente posizionamento rispetto al futuro del loro impegno politico: il 38% chiede di fare politica in modo attivo, il 30% si vede più come movimento di influenza e pressione, di cittadinanza attiva. Ma c’è anche un 24% che si spinge oltre, chiede un partito. (...)

La linea del partito, o della politica più spinta, non è condivisa da Santori e dai fondatori bolognesi: troppo presto, la paura è di perdere l’anima originaria, di bruciarsi troppo in fretta (…)». 

Tutto vero, almeno per quel che ne so, ma nell’analisi mi sembra manchino alcune parti importanti. 

Innanzitutto: che cosa deve intendersi per movimento delle Sardine? Il gruppetto di giovani che lo ha fondato? Le migliaia di persone (perlopiù attempate) che il 14 novembre hanno manifestato in piazza Maggiore? Quelle che le hanno imitate pochi giorni dopo, a Modena, sotto una pioggia torrenziale? O coloro che, in tutta l’Italia (e non solo) si sono affrettate a mettersi in contatto con i fondatori?

L’idea delle Sardine venne, per quanto ne sappiamo, a un piccolo gruppo di giovani bolognesi. C’è chi afferma che dietro a loro ci fosse fin dall’inizio il Partito Democratico, e che si trattasse soltanto di burattini. Non lo posso escludere, ma mi sembra improbabile: non credo che ai vertici del PD ci siano persone capaci di farsi venire delle buone idee…

Ma, come scrissi nei giorni immediatamente successivi, il vero movimento delle Sardine, quello che in Emilia-Romagna ha fermato la marcia trionfale di Matteo Salvini, fu quello composto da una moltitudine di bolognesi (non necessariamente di sinistra e perlopiù, lo   ribadisco, attempati) che, contro   ogni  aspettativa, riempì la piazza della città. Già diverse furono le caratteristiche della manifestazione di Modena, decisamente più sostenuta dagli elettori di Stefano Bonaccini (PD).

Altra cosa ancora sono state le manifestazioni che si sono poi susseguite in molte parti d’Italia, in occasione delle visite dell’onnipresente Salvini: in tali occasioni nelle piazze si radunava, a quanto mi dicono, un pubblico non molto diverso da quello dei “girotondi” sinistrorsi o di altri movimenti analoghi.

E chi sono, invece, gli “attivisti” di cui parla Ilaria Venturi?

Non lo so, anche perché, dopo le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna e della Calabria, me ne sono disinteressato. Ma ho subito avuto l’impressione che sui fondatori si sia avventata una moltitudine di opportunisti ansiosi di salire per primi su un carro che prometteva di ripetere il successo del Movimento 5 Stelle creando altri miracolati. Ricordo bene, infatti, che verso la fine dello scorso anno molti sondaggi attribuivano alle Sardine percentuali a due cifre, nel caso avessero presentato una lista alle elezioni. I risultati ottenuti mediante il questionario rivolto ai 400 “attivisti” sembrano confermare questa impressione: il 24% chiede un partito e il 38% di “fare politica in modo attivo”. Cosa, intendiamoci, più che legittima, ma sulla base di quale programma? Essere “contro sovranismi, populismi, razzismi, intolleranze e negazionismi” non è un programma, e voler “fare politica in modo attivo” limitandosi a sbandierare questi presupposti sembra nascondere (e neanche troppo bene) l’ambizione di voler “fare il professionista della politica”, che è tutt’altra cosa.

Per evitare di creare un nuovo Movimento 5 Stelle, Mattia Santori, novello Beppe Grillo, ha dovuto imporsi “senza contraddittorio”, cioè in maniera autoritaria (come faceva Beppe Grillo, quando tuonava che chi invitava il suo movimento a presentarsi alle elezioni “non aveva capito niente”).

Non entro nel merito del perchè Santori non voglia che i suoi attivisti, almeno per ora, si presentino alle elezioni. Non lo so e non mi interessa molto saperlo. Ciò che mi interessa evidenziare, in questa sede, è che oggi in Italia molti giovani (pare che di “giovani perlopiù laureati” si tratti) vedono la politica solo come un mezzo di promozione personale. E che chi prova a incanalare le loro energie verso altri obiettivi (giusti o sbagliati che siano) è spesso costretto a imporsi in maniera autoritaria.

È una constatazione di interesse socioantropologico: sarà bene tenerne conto.

 

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