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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Martedì, 10 Novembre 2020

SocialThe Social Dilemma, di Luciano Nicolini

 “Lacrime di coccodrillo” o “furbetti del quartierino”?

È forse opportuno precisare, per i nostri lettori stranieri, che “piangere lacrime di coccodrillo” è un modo di dire usato in Italia con riferimento a chi finge di provare dispiacere dopo essersi avvantaggiato con il danno arrecato ad altri (trae origine dal mito secondo cui i coccodrilli verserebbero lacrime dopo aver divorato le prede)

“Furbetti del quartierino” è invece un’espressione che fu usata per la prima volta da Stefano Ricucci  nell’estate  del 2005, riferendosi a coloro i quali stavano scalando due banche italiane. Da allora viene utilizzata a proposito di chi nasconde le proprie finalità con l’intento di conseguire un vantaggio personale o di parte.

“The Social Dilemma”, il documentario di Jeff Orlowski recentemente diffuso  su Netflix, si propone ufficialmente di mettere in guardia la popolazione mondiale dal pericolo costituito dai social network ma, curiosamente, chi si prende la briga di  metterci in guardia da tale pericolo sono alcuni di coloro che hanno contribuito a crearlo. 

Si tratta di un sincero pentimento? Forse. 

Lacrime di coccodrillo? È più probabile.

Ma potrebbe anche trattarsi di furbetti del quartierino.

Molte tra le critiche mosse ai social network dal documentario sono più che condivisibili: buona parte della popolazione mondiale vive con in mano il telefono cellulare, passa il suo tempo a guardare, ascoltare e leggere le stupidaggini pubblicate dagli altri e, soprattutto, i contenuti che gli propone il social network allo scopo di manipolare la sua volontà. Tutto ciò ha conseguenze devastanti e in particolare, secondo molti intervistati, la generazione nata dopo il 1995 avrebbe completamente perso il contatto con la realtà: questi giovani vivrebbero ormai isolati nella loro “bolla social”.

Ma la critica principale mossa dal documentario ai social network è quella rivolta all’algoritmo di selezione dei contenuti, che, per catturare l’attenzione dell’utente, passaggio essenziale per poi manipolarne la volontà, gli farebbe vedere soltanto ciò che può piacergli o con cui è d’accordo, con il risultato di fomentare gli scontri politici.

Gli intervistati dicono la verità, ma non tutta la verità. Nessuno fa notare che i giornali e, soprattutto la radio e la televisione (che spesso ne rilanciano i messaggi) da oltre mezzo secolo manipolano la volontà della popolazione dei paesi industrializzati (il fascismo e il nazismo diventarono fenomeni di massa grazie all’uso della radio; Berlusconi ha cambiato il modo di pensare degli italiani grazie alla televisione…). La manipolazione di massa non è nata con i social network!

Inoltre, come ho accennato, ciò che più disturba gli autori del documentario non sembra essere l’effetto omologante dei social network, il fatto  che portino a pensare ciò che vogliono le classi dominanti, bensì il fenomeno opposto: gli autori sono preoccupati che l’algoritmo mostri all’utente le cose con le quali è d’accordo con il risultato di rafforzare le sue convinzioni. Preoccupazione in sé più che giusta (si dovrebbe sempre tener conto dei punti di vista diversi dai propri) ma, in questo caso,  fuori luogo.

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