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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Lunedì, 05 Aprile 2021

Carrello e computerCovid-19: non si può fare a meno di parlarne ancora, di Luciano Nicolini

È spiacevole, per chi edita questa rivista, constatare che degli ultimi undici numeri pubblicati ben sette si aprono con un articolo dedicato al covid-19. Però non si può fare a meno di continuare a parlarne, anche perché la gente ormai non parla d’altro.

Abbiamo affrontato il problema da molti diversi punti di vista, cercando di capire come si sarebbe evoluta la situazione. Ora, a oltre un anno di distanza dall’ “inizio ufficiale” dell’epidemia, è tempo di azzardare un bilancio (provvisorio).

Scrivevo alla fine di febbraio del 2020: 

«1) La malattia dovuta a una forma particolare di coronavirus, della quale si sta parlando, esiste. 

2) Almeno in Cina, ha causato la morte di parecchie persone.

3) Pur non essendo letale quanto lo fu la “peste nera” (che a metà del XIV secolo uccise almeno un terzo della popolazione europea) non è da prendere sottogamba.

4) In qualche maniera, è arrivata in Italia.

5) Poiché quasi tutti gli igienisti concordano nel dire che il miglior modo per fermare un’epidemia è isolare i malati, le misure decise dal governo italiano, per quanto tardive e contraddittorie, sembrano sostanzialmente corrette.

6) Il risalto dato all’epidemia dai mezzi di comunicazione di massa (e dallo stesso governo) è del tutto anomalo. Il che non significa che sia esagerato. Significa soltanto che è molto superiore a quello dato di solito ad epidemie analoghe.

7) Conseguentemente il comportamento degli Italiani  in questa circostanza risulta talvolta irrazionale».

A oltre un anno di distanza, che il covid-19 esista e sia stato causa di molti decessi (in Italia, circa centomila) mi pare definitivamente assodato, così come che non è letale quanto lo fu la “peste nera”. Non mi sento invece più di affermare che le misure decise dal governo italiano, «per quanto tardive e contraddittorie», siano «sostanzialmente corrette». Quando lo scrivevo era in atto un tentativo, da parte del governo Conte, di isolare con un cordone sanitario le aree dove si era manifestata l’epidemia: i fatti hanno dimostrato che era troppo “tardivo”.

Allora mi chiedevo: «perchè i giornali e la televisione hanno dato tanto risalto  a  un fenomeno che, finora, non ha causato più decessi di una normale epidemia d’influenza?

Una prima risposta a tale quesito potrebbe essere: perchè sono affamati di  “notizie”. (…) Una seconda (…) che a qualcuno (governi, case farmaceutiche, gestori delle reti telematiche) interessa che se ne parli. (…) Una terza che i governi, che controllano in larga parte l’informazione, sappiano con certezza che il pericolo di un’epidemia devastante è molto più grande di quanto sembra. (…) E c’è anche chi sospetta che della malattia si parli così tanto in Italia affinchè il governo giallorosa possa avere il pretesto per sottrarsi elegantemente alle pretese  dei partner europei».

Con il senno del poi, direi che le quattro risposte fossero tutte valide…

Proseguendo, scrivevo: «i commentatori (…) sottolineano che questa epidemia è una grande occasione per ampliare l’area del telelavoro e, ancor più, della didattica a distanza (…). Lavorare a casa propria può avere dei lati positivi per il lavoratore ma, soprattutto, consente alle classi dominanti di risparmiare sulle spese inerenti la cura dei bambini e degli anziani di cui si occuperà il lavoratore stesso (e in particolare la lavoratrice) nei ritagli di tempo, di risparmiare sulle spese connesse alla manutenzione della sede aziendale e, infine, fa sì che i dipendenti non lavorino insieme, contemporaneamente, nello stesso luogo, limitandone la possibilità di autorganizzazione.

Ancora più vantaggiosa per le classi dominanti è la didattica a distanza. Pensate al risparmio: sarebbe sufficiente un solo insegnante di lettere, o un solo insegnante di scienze, per tutte le scuole italiane. E basterebbe scegliere quello giusto per essere sicuri che nulla sfugga al controllo…». 

Tutto ciò si sta verificando. Inoltre (e questo non lo avevo previsto, anche perché non immaginavo che le restrizioni si protraessero così a lungo) si sta verificando un enorme incremento delle vendite a distanza e persino delle riunioni a distanza. Un incremento tale da far pensare che sarà molto difficile tornare alla situazione precedente la epidemia.

In altre parole: non solo si stanno diffondendo il telelavoro (o, peggio, lo “smart working”) e la didattica a distanza, ma stanno chiudendo molti commercianti al dettaglio e gran parte dell’indotto connesso a fiere, riunioni, congressi, spettacoli e mostre. Quando nel settore manifatturiero iniziarono le delocalizzazioni ci chiedevamo se saremmo diventati un popolo di pizzaioli e camerieri; ora che le pizzerie chiudono è lecito chiedersi se diventeremo un popolo di magazzinieri e fattorini!

Inoltre la paura della malattia, trasmessa quotidianamente dai mezzi di comunicazione di massa, sta portando molte persone ad accettare (e spesso a richiedere) limitazioni della libertà personale che fino a un anno fa sarebbero state impensabili. E, anche su questo terreno, sarà difficile tornare indietro.

Sinistra, se ci sei batti un colpo!

 

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