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Categoria: Economia e finanza
Creato Sabato, 01 Novembre 2014

PecorePoveri e povertà di Toni Iero (n°173)

La povertà è il nuovo fenomeno che sta caratterizzando le cosiddette economie avanzate, paradossalmente proprio quei Paesi che, fino a qualche tempo fa, erano definiti “ricchi”.

La diffusione della miseria in strati sociali una volta immuni da tale pericolo è il frutto di scelte politiche che affondano le loro radici negli ultimi 3 – 4 decenni. Si potrebbe dire che il pendolo della lotta di classe, dopo un breve periodo favorevole ai lavoratori, è tornato ad oscillare nel campo del capitale.

Nel numero scorso di Cenerentola, si constatava la scomparsa del socialismo dall’orizzonte della lotta politica e sociale. Purtroppo, l’idea stessa di qualsiasi cambiamento degli assetti sociali verso una maggior uguaglianza appare ormai come una velleità utopica. Al punto tale che, nell’ambito delle stesse classi sociali più deboli, si vanno diffondendo le parole d’ordine lanciate dalla demagogia governativa. Cosicché capita di sentire lavoratori citare come causa dei loro mali gli immigrati, i dipendenti pubblici e, in qualche caso, addirittura i sindacati.

Insomma, il potere sembra essere riuscito a travasare nella testa di molte persone le corbellerie e i luoghi comuni propagandati attraverso la televisione.

Purtroppo era il rischio che da queste pagine abbiamo spesso paventato: l’acuirsi della crisi sta portando, a livello europeo, ad uno spostamento a destra di importanti settori della popolazione. Naturalmente, ogni Paese ha le sue particolarità. Se, ad esempio, in Francia si assiste ad una marcia trionfale di un vero partito di destra (il Front National, con a capo la figlia del fondatore, Marine Le Pen), in Italia il percorso è più subdolo, in accordo con la nostra lunga tradizione trasformista.

Da noi, almeno per il momento, non sono le forze di destra che colgono successi elettorali o consenso sociale. Ma è l’attuale maggior partito di governo che, utilizzando un linguaggio “di sinistra” e la collaudata tecnica stalinista di sparare sugli avversari e non sulle loro idee, ha realizzato in passato (e sta continuando a realizzare) le più incisive riforme volte a smantellare l’apparato normativo (ed economico) a difesa dei ceti deboli, costruito in decenni di dure lotte sindacali e sociali.

È piuttosto singolare constatare come l’erede del più forte partito comunista dell’Occidente sia stato l’artefice dell’introduzione del precariato nei rapporti lavorativi (ricordate il pacchetto Treu?), abbia dato la stura al finanziamento delle scuole confessionali (peraltro tagliando i fondi alla scuola pubblica), abbia svenduto le aziende pubbliche (gran parte delle quali, a vent’anni dalla loro privatizzazione, non esistono più), sia in prima linea nella privatizzazione della gestione dell’acqua (ennesimo referendum sconfessato dai comitati d’affari della politica), sia stato determinante nell’approvare il Fiscal Compact, delirante concentrato normativo alla base delle politiche fiscali anti-popolari. Tanto per citare alcune perle regalateci nel recente passato.

Ma, non senza una certa coerenza, il Partito Democratico sta continuando ad operare in direzione di un aumento delle disuguaglianze sociali. Come non dimenticare la riforma della struttura di controllo della Banca d’Italia, trasformata in un’occasione per regalare alcuni miliardi di euro ai “poveri” banchieri. E i continui aumenti delle tasse: Iva, accise su carburanti e alcolici, imposte sul risparmio delle persone fisiche (ma non sugli intermediari finanziari), addizionali regionali Irpef, falsa abolizione dell’Imu con l’introduzione della Tasi (mantenendo, però, l’esenzione per gli edifici di proprietà della Chiesa), aumento della tassa per la gestione dei rifiuti, aumento del bollo per le ricevute delle prestazioni sanitarie. Vi ricordate la bersaniana promessa elettorale di un’imposta sui grandi patrimoni? Scomparsa nelle nebbie di Montecitorio! E l’allentamento dei requisiti per ottenere la pensione, propugnata dal compagno Cesare Damiano? Buona grazia se ancora non sono intervenuti a tagliare ulteriormente la previdenza pubblica, mentre nella legge di stabilità è stato disposto un aumento dell’imposizione fiscale sui fondi pensione!

Si, certo, qualcuno potrebbe rilevare come l’attuale governo, bontà sua, abbia concesso il famoso bonus fiscale di 80 euro ai lavoratori dipendenti a basso reddito. Però, in primo luogo, è evidente a tutti come tale provvedimento non sia stato altro che una elargizione elettorale (il 41% dei voti al Pd alle europee è costato e costerà 10 miliardi all’anno agli italiani). Inoltre, una buona parte di quegli 80 euro è stata (e sarà) ripresa indietro dal governo attraverso aumenti del carico fiscale o riduzioni della spesa pubblica. Quanto all’obiettivo dichiarato, non vi è alcuna traccia degli effetti decantati di tale misura, con grande sorpresa di Graziano Del Rio: i consumi continuano a calare e chi può cerca di risparmiare qualcosa, viste le brutte prospettive economiche (in questa circostanza, gli italiani si sono dimostrati meno stupidi di quanto ritenuto dai loro governanti).

Adesso nel mirino governativo vi è l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che il partito post comunista intende sopprimere del tutto. Per addolcire la pillola, Matteo Renzi ha pensato bene di estrarre dal cilindro il trasferimento in busta paga del Trattamento di Fine Rapporto (Tfr). Un’idea geniale: fare un regalo ai lavoratori usando i loro soldi! Ma, a parte questo simpatico particolare, c’è qualcosa che non quadra. In occasione di ognuno dei numerosi tagli alle prestazioni pensionistiche (che loro chiamano riforma) ci hanno spiegato che nel futuro lo Stato avrà meno risorse finanziarie e, conseguentemente, la pensione pubblica sarà sempre minore. Unica soluzione a questa situazione, ci hanno detto, era l’adesione ai fondi pensione, in cui bisognava versare (anche) il Tfr per costruire un’essenziale rendita integrativa. Sono vent’anni che battono su questo tasto… e adesso viene fuori un bel tizio che ci dice: “Ma no, prendete il Tfr e spendetelo. Così facciamo crescere l’economia!”. Agghiacciante.

Insomma, il vero agente del neoliberismo in Italia non è certo il pregiudicato di Arcore, il cui successo politico, peraltro, sembra essersi offuscato. Quello che appare incomprensibile è che tante persone che si considerano di sinistra continuino a sostenere un partito che ha sempre preso decisioni che vanno costantemente nel verso dell’aumento delle disuguaglianze e del mantenimento dei privilegi per ristrette cerchie. Probabilmente, oltre alla sempre più diffusa povertà monetaria, bisogna mettere in conto anche l’arrivo di un’impressionante ondata di povertà mentale…

 

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