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Categoria: Economia e finanza
Creato Venerdì, 01 Maggio 2015

Expo - Foto Luca BaronciniL’economia italiana è in ripresa? di Toni Iero (n°179)

Mentre le trattative tra il governo greco e la troika (anche se, unica concessione a Tsipras, non la chiamano più così) si trascinano senza un’apparente via d’uscita, stampa e televisioni hanno cominciato a declamare l’arrivo della ripresa economica di cui dovrebbe beneficiare la maggior parte dei Paesi dell’area dell’euro

Anche nella nostra penisola, non si contano più le manifestazioni di ottimismo. Il governo italiano non tralascia occasione per sostenere come, grazie ai suoi provvedimenti, il riscatto economico dell’Italia sia già in corso. Recentemente, il ministro del lavoro si è lasciato andare al trionfalismo, affermando che già nei primi mesi del 2015 si sta assistendo ad un aumento degli occupati. È toccato al quotidiano di Confindustria sbugiardarlo sulla base dei dati che lo stesso ministero si guardava bene dal rendere noti e che sono stati pubblicati in seguito dall’Istat1: una svista da ignoranti o mentono sapendo di mentire? Un’altra spia delle difficoltà che persistono si trova nella variazione dei prezzi al consumo che, in termini tendenziali, rimane ancora negativa, sintomo di una deflazione ancora non eradicata dai gangli del sistema economico nazionale. Eppure, sarebbe intellettualmente disonesto negare che qualche segnale positivo stia emergendo: le indagini Istat sulla fiducia dei consumatori e delle imprese segnalano un apprezzabile aumento della quota degli ottimisti; in febbraio la produzione industriale ha fatto segnare un incremento dello 0,6% rispetto al mese precedente; sono in aumento le vendite di autovetture e gli acquisti di immobili residenziali; crescono le percorrenze autostradali tanto dei veicoli leggeri quanto di quelli pesanti. Come vanno interpretati questi dati contraddittori?

Per una lettura equilibrata della situazione economica italiana occorre partire dalla consapevolezza dello stato in cui versa il nostro sistema produttivo. A oltre sette anni da quell’agosto 2007 in cui i mercati azionari crollarono sotto l’onda d’urto di centinaia di miliardi di dollari di crediti di dubbia esigibilità (i mutui subprime erogati negli Stati Uniti), la produzione industriale italiana è scesa di oltre il 23% (tra i grandi Paesi europei, solo la Spagna ha fatto peggio); nell’ultimo quinquennio sono state autorizzate dall’Inps oltre un miliardo di ore di cassa integrazione all’anno (equivalenti a più di 600mila lavoratori a tempo pieno!); il grado di utilizzo degli impianti, nonostante la chiusura di decine di migliaia di aziende, è rimasto ben inferiore al livello precrisi.

Queste evidenze indicano, da un lato, che il mercato del lavoro italiano sottostima il numero dei veri disoccupati, anche grazie all’istituto della cassa integrazione; dall’altro, il basso grado di utilizzo degli impianti rivela che, nel breve termine, vi sarà poco spazio per una ripresa degli investimenti (e quindi la creazione di reali nuovi posti di lavoro). Insomma, due delle principali componenti della domanda interna (consumi, legati all’occupazione, e investimenti) non hanno margini per svilupparsi significativamente nei prossimi trimestri. Le esportazioni pesano sul Pil italiano per il 29,4% (nel 2014), ciò significa che una ripresa economica non può basarsi solo sul commercio con l’estero, ma avrebbe bisogno di domanda interna che, come abbiamo visto, ha limitati spazi di crescita.

Il tessuto industriale italiano si è impoverito drammaticamente in questi anni di recessione: nel periodo 2007 – 2014, le imprese manifatturiere sono le uniche ad essere diminuite di numero anche nella categoria “aziende non individuali”2. Se, inoltre, consideriamo che diverse grandi aziende italiane sono state acquisite da importanti gruppi esteri (solo negli ultimi anni: Ducati, Pirelli, Ansaldo, Alitalia, …) il quadro diventa ancora più fosco.

Questo per quanto riguarda l’economia italiana. Ma vogliamo dire qualcosa anche sugli italiani? A causa di politiche sociali e occupazionali dissennate, che tendono a penalizzare le giovani coppie, ci ritroviamo con la popolazione più vecchia in Europa, dietro solo la Germania. Nelle classifiche redatte dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico siamo nelle posizioni di coda in termini di incidenza di diplomati e laureati sulla popolazione di giovani adulti (tra i 24 e i 35 anni di età), superati da Paesi come Cile, Ungheria, Messico. A peggiorare il panorama, va poi considerato che, in Italia, l’incidenza dei laureati in materie scientifiche è inferiore a quella degli altri Paesi. I risultati? Gli italiani, nel consesso internazionale, sono ultimi nella graduatoria sulla capacità di comprendere un testo redatto nella propria lingua e penultimi come capacità di utilizzare strumenti matematici nella vita quotidiana3. Un popolo di vecchi ignoranti?

Insomma, il quadro che emerge da queste sintetiche considerazioni ci riporta l’immagine di un Paese appena uscito da una guerra che ha rovinosamente perso. Abbiamo, scioccamente, rinunciato ad una presenza industriale in settori chiave quando, agli inizi degli anni ’90, si è deciso di procedere alla privatizzazione di quasi tutte le aziende delle partecipazioni statali: erano tra le poche grandi imprese italiane in grado di tenere testa alla concorrenza dei grandi gruppi internazionali. Abbiamo regalato ai finanzieri migliaia di miliardi in interessi sui titoli pubblici grazie alla sconcertante separazione tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia (1981, Andreatta e Ciampi). Invece di investire in istruzione e ricerca, i nostri governi hanno utilizzato i fondi per la scuola e l’università come un bacino da cui ottenere risparmi di spesa, salvo poi dirottare una quota non irrilevante di queste risorse al finanziamento delle scuole confessionali. Si sono gravate famiglie e sistema produttivo di un carico fiscale senza paragoni in Europa, badando bene di non chiedere una lira di tasse alla Chiesa per le sue proprietà immobiliari e per le sue attività commerciali. Si potrebbe continuare l’elenco citando i principeschi emolumenti che si sono attribuiti i “rappresentanti del popolo” o il disinvolto collocamento delle amichette in Parlamento o nei consigli regionali effettuato da un ex presidente del consiglio. Poi, perché non ricordare i faccendieri annidati nei ministeri, le connivenze di politici e amministratori con la criminalità organizzata, i continui scandali sull’uso del denaro pubblico. Ma non ce n’è bisogno. Fermiamoci qui.

Negli incontri e nelle discussioni che mi capita di avere, spesso sento frasi del tipo “dobbiamo fare questo (o quello) sennò facciamo la fine della Grecia”; “se continua così sono guai seri” e discorsi analoghi. Non ce ne siamo accorti, ma quel collasso, quel disastro economico e sociale che tanti tendono a collocare in un futuro più o meno prossimo, in realtà, è già avvenuto! L’Italia e, a maggior ragione, Spagna, Portogallo e Grecia sono state devastate economicamente e socialmente. Aggiungerei pure culturalmente, anche se questo è avvenuto, in generale, per la maggior parte della popolazione degli altri Paesi occidentali.

Per rimanere nell’analogia bellica, i segnali che i nostri governanti ci presentano come sintomi di una prossima ripresa economica non sono altro che il sollievo legato alla fine (o è solo una tregua?) dei bombardamenti. Una discreta parte delle imprese che dovevano chiudere lo ha fatto, il nostro sistema scolastico fa acqua da tutte le parti, il Servizio Sanitario Nazionale ha tra le sue caratteristiche principali quella di erogare denaro agli amici degli introdotti, il sistema previdenziale pubblico arranca verso l’insostenibilità.

Nella migliore delle ipotesi, per i prossimi anni, si può ipotizzare l’avverarsi di uno stato di crescita economica anemica da cui non sarà semplice tirarsi fuori, proprio alla luce dei danni al sistema industriale e del modesto profilo culturale degli italiani (a cominciare dagli intellettuali). Se poi teniamo conto che la nostra classe dirigente è composta, nella maggior parte dei casi, da persone corrotte, arroganti e incompetenti si capisce bene come questo Paese avrebbe bisogno non tanto di una ripresa, quanto di una ricostruzione.

Note

1 Luca Ricolfi, Segnali veri e segnali di fumo, Il Sole 24 Ore – 29 marzo 2015.

2 Dati Infocamere.

3 OECD Skills Outlook 2013. First Results from the Survey of Adult Skills.

 

 

 

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