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Categoria: Economia e finanza
Creato Mercoledì, 01 Luglio 2015

Copertina del libro "La conquista del pane"L’anarchia e gli stati dal punto di vista dell’economia, di Guido Candela (n°181)

Parte prima: Lo stato o l’ordine spontaneo

Pubblichiamo, diviso in due puntate, un interessante articolo di Guido Candela che espone, brevemente, alcune delle tesi contenute nel volume “Economia, stato, anarchia”, recentemente pubblicato da elèuthera, del quale consigliamo vivamente la lettura.

1. L’esistenza della soluzione

1.1 - Alla radice del problema

La prima forma di vita in comune cui si fa normalmente riferimento è lo “stato di natura”: da qui, quindi, vogliamo iniziare. Il riferimento allo stato di natura più diffuso fra gli economisti è quello introdotto nel 1651 da Thomas Hobbes: una condizione “primitiva” in cui gli individui vivono in comunità senza garanzia di sicurezza, senza un’autorità che imponga limiti e che attribuisca diritti, ma dotati di una grande risorsa, la ragione.

Hobbes ritiene che nello stato di natura fra gli uomini non vi sia pace, ma solo guerra di tutti contro tutti, per la proprietà e per il dominio. Al fine di uscire da questa indesiderabile condizione, Hobbes indica due vie: l’ordine spontaneo dettato dalla ragione, oppure un’autorità esterna agli uomini che li obblighi all’ordine, il Leviatano. Questi è una creatura “artificiale”, personalizzazione dello Stato, la cui autorità è il frutto della delega volontaria di ognuno. L’ordine spontaneo o lo Stato sono le due soluzioni: in questa differenza sta tutta la questione.

1.2 - Lo Stato

Per discutere del ruolo dello Stato seguendo il metodo dell’economia politica, dobbiamo partire dallo scambio, e dal mercato, con cui avviene il principale atto produttivo.

Dalla Natura, gli uomini sono dotati di risorse realizzate con la propria attività: su queste risorse hanno un titolo “valido” di proprietà, perché ottenute direttamente con il proprio lavoro. Essendo, tuttavia, in comunità hanno anche la possibilità d’incontrarsi per scambiare. In questo incontro, ciascuno si domanda se vale la pena di proporre e accettare uno scambio di parte delle proprie risorse con parte di quelle dell’altro. Poiché ciascuno decide volontariamente se gli conviene accettare o rifiutare l’offerta, lo scambio avrà luogo solo con soddisfazione di entrambi. Ci domandiamo, inoltre, se lo scambio richiede che nella comunità governi uno Stato oppure sia sufficiente un autocontrollo delle persone.

Dai tempi dei classici, l’economia ha dimostrato che lo scambio può convenire a ognuno, dunque può avere luogo senza costrizione e senza che sia necessario l’intervento dello Stato. Tuttavia, affinché l’offerta sia credibile e lo scambio possa realizzarsi, potrebbe essere necessario che ciascuno dimostri la proprietà di ciò che dà e che abbia la garanzia di conservare la proprietà di ciò che riceve. Il mercato quindi richiede sia la definizione e la tutela dei diritti di proprietà, sia la garanzia dell’esecuzione dei contratti, per ordine spontaneo o per opera del Leviatano. Allora, in difetto di un ordine spontaneo, si configura uno Stato che stabilisce la struttura istituzionale del mercato: garantire i diritti di proprietà, il rispetto dei contratti e naturalmente la difesa della comunità dalle aggressioni. È questa, in prima istanza, la struttura minima che deve avere lo Stato, che per questo si usa definire “Stato minimo”, il guardiano notturno delle proprietà.

Domandiamoci ora se la visione di uno Stato minimo non limiti la comunità in opportunità troppo restrittive; ci domandiamo cioè se l’equilibrio dello scambio non sia confinato in un ambito che non rispetti un criterio di equità. Il mercato, infatti, è un  sistema efficiente di vita sociale, ma strettamente dipendente dalla dotazione delle risorse. Lo Stato potrebbe quindi avere un’altra ragione di intervento, oltre a quelle sopra indicate: aprire la comunità a possibilità di consumo diverse tramite atti ridistribuivi, che nella realtà sono costituiti da imposte e trasferimenti. Se la comunità intende agire in un ambito più vasto, adottando modelli di equità diversi da quello implicito nel mercato, è necessario integrare questo sistema con delle scelte pubbliche, esercitate da uno Stato che abbia la “forza” di tassare alcuni e trasferire il gettito ad altri. Queste sono le funzioni di uno “Stato più esteso” di quello minimo.

Per comprendere meglio le funzioni dello Stato è necessario complicare lo schema dello scambio: per gli individui non vi è solamente la possibilità di scambiare, ma anche quelle di rubare e quindi di difendersi. Questa ipotesi, che si richiama alla Teoria dei giochi ed in particolare al dilemma del prigioniero,1 è in economia la pièce de résistence dell’anarchia: il gioco dimostra che fra individui razionali ed egoisti la cooperazione non è la soluzione dominante, anche se è la soluzione socialmente preferibile.

Quindi, se ciascuno scambiando cerca di rubare, solo l’autorità di uno Stato può indurre alla cooperazione. Senza la volontà comune di cooperare e non rubare, l’intervento del Leviatano è necessario per abbandonare lo stato hobbesiano verso cui le scelte individuali ed egoistiche condurrebbero. Inoltre, lo Stato – si dice – potrebbe essere necessario ed opportuno, se nel combattere il brigantaggio è più efficiente di quanto spenderebbero gli individui per difendersi individualmente. Tuttavia, ciò è apparenza poiché le spese per la difesa sono utili perché esistono i briganti, ma sostanzialmente inutili se non vi fossero briganti.

La situazione descritta dal dilemma del prigioniero non è l’unica che può richiedere l’intervento dello Stato. Un altro gioco chiamato in causa è la battaglia fra i sessi.2 Oltre alla cooperazione, lo scambio richiede un’azione di coordinamento: deve esservi un luogo in cui gli individui sanno sicuramente d’incontrarsi, ma su dove localizzarlo possono esservi pareri discordi. La battaglia fra i sessi nasconde un problema di coordinamento, mentre il dilemma del prigioniero rappresenta un problema di cooperazione. In prima istanza si arriva alla medesima conclusione: per evitare soluzioni indesiderabili è necessario uno Stato che fissi regole e priorità sociali.

Se queste sono le ragioni dell’intervento dello Stato, da quello minimo a quello più esteso, dobbiamo chiederci come esercita la sua autorità.

Prima di tutto in forza di un comando. È evidente che l’atto ridistributivo dello Stato più esteso, non può che essere l’esito di un ordine impartito per legge e reso esecutivo tramite un potere d’imperio valido su un dato territorio: infatti, se non ha motivazioni altruistiche, chi è tassato non sarà “contento” del trasferimento e dovrà quindi essere obbligato.

Più complessa è l’azione nei confronti del dilemma del prigioniero: lo scambio rimane un atto libero, tuttavia lo Stato emana leggi ed infligge sanzioni in modo da escludere la strategia dominante ma inefficiente: la sanzione forza il comportamento cooperativo degli agenti. Esiste, invero, un’alternativa per obbligare alla cooperazione diversa da quella di punire l’infrazione, è la possibilità di premiare la cooperazione. Tuttavia, pur variando il senso dell’intervento non muta la conclusione: lo Stato è necessario per punire i «cattivi» o premiare i «buoni». Anche nel gioco della battaglia fra i sessi lo Stato deve intervenire indicando per tutti un comportamento, ma senza punizione, poiché in questo caso non c’è incentivo a deviare.

Dobbiamo complicare ancora lo schema osservando che raramente le interrelazioni fra persone si propongono una sola volta, poiché in una comunità l’incontro si ripete per alcune volte, molte volte o perfino ad infinitum fra le generazioni. In queste condizioni, può emergere un apprendimento delle persone che le conduce ad apprezzare comportamenti socialmente desiderabili: se il dilemma del prigioniero è ripetuto, gli individui potrebbero imparare ad astenersi dal furto; se la battaglia dei sessi è ripetuta gli individui possono imparare a coordinarsi, ad esempio per il solo motivo che «si è sempre fatto così». Per completare il nostro discorso, quindi, è interessante cercare il ruolo dello Stato nelle comunità in cui le relazioni sono normalmente ripetute nel tempo.

Nella ripetizione del dilemma del prigioniero, la soluzione è data da una sequenza di comportamenti, non è quindi detto che rubare rimanga il comportamento ottimo anche dal punto di vista intertemporale. Infatti, la strategia di non rubare potrebbe insorgere automaticamente, in forza della sola ragione egoistica, poiché le sanzioni dello Stato non sono più necessarie dato che la controparte stessa potrebbe punire chi defeziona, semplicemente cessando di cooperare. La ripetizione infinita del gioco del dilemma del prigioniero, allora, potrebbe risolvere automaticamente il problema della cooperazione fra gli individui. Tuttavia, questa soluzione avviene a date condizioni (Folk Theorem) e la teoria non dice quanto la cooperazione sia probabile, né dà garanzia della sua continuità.

Anche nella ripetizione della battaglia dei sessi si aprono altre possibilità: la sequenza permette di adottare un’alternanza delle convenzioni seguendo un criterio intertemporale d’equità. Ma se alternanza deve esserci, è necessario che siano previsti degli switching point: lo Stato “chiama” il tempo del cambiamento e conserva memoria dell’avvicendamento fra le generazioni.

Oltre i limiti dello Stato minimo, nell’ambito dello Stato più esteso, allorquando il sistema economico dei mercati privati mostra i suoi fallimenti, cioè non tende «automaticamente» alla realizzazione di criteri-obiettivo di efficienza ed equità, allora vi è ragione per sostenere un ruolo attivo dello Stato nell’economia: è la politica economica, competenza di uno Stato più esteso. La natura della politica economica si è modificata nel tempo ed il modello astratto richiede di essere coniugato con l’analisi storica: dalla politica del lasser faire del primo capitalismo; al moltiplicarsi dei motivi ideologici e pratici dell’intervento, instaurando così un’integrazione e una sostituzione del mercato privato, l’economia mista del Neo-capitalismo (John Maynard Keynes); fino alle posizioni neo-liberali (Milton Friedman e la scuola di Chicago) della Nuova macroeconomia classica che suggerisce, se non il ritorno allo Stato minimo, un Nuovo Stato minimo che minimizza la sua attività, limitandosi a seguire regole di routine, automatiche ed annunciate, che consentono al mercato privato di sviluppare la sua presunta efficienza.

Poiché il Leviatano non è un essere di questo mondo, si deve ammettere che lo Stato in ogni forma è “di fatto” gestito da persone della comunità stessa, e che la loro tentazione di muoversi verso uno “Stato di parte” è assai forte: uno Stato cioè che privilegia gli interessi di alcuni piuttosto che di altri, che distribuisce potere ad alcuni ed oppressione ad altri. Questa descrizione della condizione di fatto di uno Stato che “degenera” in uno Stato di parte è stata avanzata, ovviamente, dai “padri” dell’anarchia e dall’anarchismo post-classico, ma è visione comune anche di non anarchici, di economisti liberali e di liberali della golden age del liberalismo.

Proudhon fornisce il più interessante e completo elenco dei guai dello Stato, ovviamente non solo di quello di parte, ma anche di quello minimo; questo elenco è stato ripreso con qualche modifica da Spooner dove l’equazione (Stato = brigante) è perfino resa esplicita. Nella critica allo Stato di parte, Bakunin è molto vicino alle posizioni di Proudhon; Kropotkin lo vede manifestarsi tramite l’attività legislativa, anche quando le norme originano dal Diritto naturale.

Buchanan, che non è scrittore anarchico, ricorda che nella realtà la direzione verso cui tende ogni tipo di governo è per così dire “deviata” dall’essere costituito da uomini che massimizzano il benessere personale e non quello collettivo; anche Wolff, studiando la contrapposizione fra autorità dello Stato e autonomia del singolo, conclude con ironia che lo Stato giusto è un ossimoro, come un quadrato rotondo, uno scapolo sposato e un’esattezza sbagliata. Infine, tra i grandi liberali ricordiamo prima di tutto von Hayek, che rifiuta il dogma della maggioranza se “assoluto”, e anche Dixit non è dolce nei confronti della forma reale che lo Stato può assumere. Da ultimo, l’economia ha messo il rilievo che lo Stato di parte può essere causa di indesiderabili fluttuazioni economiche, sia del ciclo politico (Michal Kalecki) sia del ciclo elettorale (William D. Nordhaus). Il ciclo politico ed il ciclo elettorale, infatti, sono manifestazioni dello Stato di parte, il primo dalla parte dei capitani d’impresa, il secondo dalla parte dei governanti stessi.

Lo Stato minimo, lo Stato più esteso, lo Stato più esteso che si ingaggia nell’economia e lo Stato di parte sono le diverse configurazioni diacroniche e sincroniche che lo Stato può assumere.

1.3 - L’ordine spontaneo

Le vie d’uscita dallo stato di natura indicate da Hobbes sono due, lo Stato e la ragione: della prima abbiamo detto, rimane da vedere se la sola ragione degli uomini è sufficiente per generare un ordine spontaneo. La seguente domanda è quindi immediata: uomini razionali e guidati dall’egoismo, come vuole l’economia, possono generare un ordine spontaneo?

Questa domanda ha motivato importanti ricerche storiche, antropologiche, economiche che dimostrano la possibilità di una risposta positiva, ma sono studi di casi che non consentono di chiudere la questione. Usando gli schemi teorici dell’economia, Sugden cerca una risposta analitica usando la teoria dei giochi ripetuti, le strategie miste ed introducendo l’ipotesi del velo dell’ignoranza. Con questa ipotesi si suppone che gli individui conoscano la loro condizione attuale ma non abbiano certezza della loro condizione futura. Si modificano così i comportamenti egoistici, poiché ciascuno appare nell’incertezza come un agente anonimo: il risvolto fattuale dell’anonimato è il ricambio sociale, sia orizzontale sia verticale. In queste condizioni, Sugden dimostra che l’ordine spontaneo è possibile.

Consideriamo dapprima il problema del coordinamento. Si può immediatamente osservare che, pur essendo desiderato da tutti, alcuni sono avvantaggiati da una localizzazione più di altri, ma questo vantaggio relativo in effetti è superato dal ricambio sociale (nello specifico orizzontale, sul territorio). Il gioco del coordinamento ripetuto in condizioni di anonimato ammette, quindi, l’insorgere di un coordinamento spontaneo. Veniamo al gioco della cooperazione. In questo caso, l’insorgere di un ordine spontaneo appare intuitivamente un risultato più difficile da conseguire, poiché il rubare porta più elementi di conflitto. Tuttavia, se vi è piena informazione su chi ha rubato, in forza della ripetizione del gioco tutti posso escludere chi ha deviato dai vantaggi della cooperazione, ma la “punizione” è credibile solo se la probabilità di continuazione della vita in comune è sufficientemente alta. Le comunità di vita breve non possono esprimere una cooperazione spontanea. Rimane da affrontare un ultimo problema: il rispetto delle proprietà e dei diritti acquisiti con titolo valido. Le strategie dei giocatori sono identificate dai nomi evocativi di “colomba”, se il giocatore non reclama un diritto e rispetta quello altrui, o di “falco”, se il giocatore reclama un diritto e non rispetta quello altrui. Poiché Sugden prova, ancora una volta in forza dell’anonimato, che gli equilibri sono quelli asimmetrici falco-colomba, mentre si possono trascurare le soluzioni simmetriche colomba-colomba, in cui nessun giocatore avanza dei diritti, e falco-falco, in cui entrambi pretendono lo stesso diritto, non esiste potenzialmente alcuna situazione di conflitto, ma solo di condivisione. Anche in questo caso, il ricambio sociale (nello specifico verticale, con riferimento alla piramide sociale) è cruciale nel ragionamento, poiché a priori nessuna proprietà e nessun diritto deve essere per sempre.

Per una società in cui l’informazione è comune, si è raggiunto quindi un primo risultato: un elevato ricambio sociale (sia orizzontale sia verticale) ed una lunga vita della comunità sono le condizioni da cui può sorgere un ordine spontaneo.

Dai teoremi di Sugden discende un corollario che merita di essere sottolineato: l’ordine spontaneo non implica l’uguaglianza fra gli individui ma ammette alcune disparità, purché volontariamente accettate dalla comunità e purché viga la possibilità del ricambio. Esiste, quindi, una coniugazione fra anarchia ed autorità, purché derivi dall’essere un’autorità piuttosto che dall’avere un’autorità, e comunque l’autorità ammissibile deve essere sempre confermata dal basso. Conseguentemente vi è anche una coniugazione fra anarchia e potere, ad esempio il potere dell’autogoverno oppure il riconoscimento di un potere collettivo o persino individuale, purché senza ricambio non si trasformi in dominio.

L’ordine spontaneo esclude lo Stato, ma fissa “regole di strada”, classificabili come convenzioni di coordinamento, di reciprocità, di proprietà. Queste convenzioni, frutto spontaneo della ragione, assumono la forma di una legge, pur in assenza di uno Stato, nel momento in cui “incorporano” tre proprietà sociali: i) ad ognuno conviene rispettare le convenzioni; ii) ognuno si aspetta che l’altro rispetti le convenzioni; iii) i terzi giudicano negativamente coloro che non rispettano le convenzioni, non per errore o per evento occasionale ma per opportunismo. Infatti, le due prime proprietà danno alle convenzioni la validità erga omnes e la terza proprietà dà una sanzione sociale, dettata dall’ostracismo.

Richiamando le premesse di ogni dimostrazione, siamo portati a concludere che in una società senza Stato si può instaurare un ordine spontaneo, in forza della sola ragione dell’egoismo, se sono rispettate tutte le seguenti condizioni: la razionalità degli agenti, la ripetizione delle interrelazioni sociali, l’informazione trasparente e diffusa, il ricambio sociale (sia orizzontale sia verticale) e la continuità della vita in comune. Queste conclusioni, interpretate in negativo, dimostrano che un ordine spontaneo senza Stato è impossibile se non circola informazione, non vi è sufficiente ricambio sociale e non vi è fiducia nella continuazione della comunità. L’ordine spontaneo consente di risparmiare risorse, poiché non c’è bisogno né di uno Stato minimo, né di uno Stato più esteso, né delle imposte, né delle spese per la difesa e per l’offesa, né di correre il “rischio” dello Stato di parte.

1.4 - La determinazione della volontà sociale

Ogni comunità, sia essa sostenuta da un ordine spontaneo oppure da uno Stato, non può esimersi dall’assumere scelte sociali: non è infatti pensabile che tutta la vita sociale possa risolversi in una compatibilità di scelte individuali, seppure governate dalla cooperazione, dal coordinamento e dal mercato. Lo Stato più esteso, può incontrare spesso questa esigenza (nella politica tout court o nella politica economica). In anarchia molto spazio è lasciato alla soluzione collegiale delle volontà individuali. In questo campo, l’economia ha elaborato gli schemi della Teoria delle scelte sociali, nelle sue forme di Teoria delle votazioni, Teoria della democrazia diretta e Teoria della democrazia rappresentativa.

L’anarchia per sua natura privilegia la democrazia diretta e la regola di voto all’unanimità. Queste scelte si sostengono su due ragioni: la prima si fonda sul decentramento politico, poiché i suoi organi collegiali sono fondati sul federalismo, orizzontale e verticale; la seconda è motivata dalla tutela della libertà individuale. Tuttavia, l’anarchismo si rende conto dei limiti implicati dall’unanimità, che sono la ricerca faticosa di un processo consensuale ed il rischio dello persistenza dello status quo causato dal potere di veto lasciato a pochi o perfino ad uno solo. Per queste ragioni, l’anarchismo non esclude altre forme e regole di voto purché non dittatoriali, ad esempio una decisione presa per rappresentanza ma con un controllo diretto dei deleganti (una possibile democrazia rappresentativa istantanea, la cui realizzazione rimanda al progresso tecnologico delle comunicazioni) e le decisioni prese a maggioranza, purché assunte con i tempi del necessario approfondimento e dibattito.

Negli Stati democratici si privilegia la democrazia rappresentativa e la regola di voto a maggioranza, ma non si escludono altre forme di voto, purché anche in questo caso non dittatoriali. La prima scelta è motivata dalle grandi dimensioni che normalmente assumono gli organi deliberanti di uno Stato nazionale; la seconda scelta vuole evitare il costo di tempo e di risorse necessario per raggiungere un consenso unanime.

Democrazia liberale ed anarchia hanno, quindi, una diversa predilezione sulle forme e sulle regole delle scelte sociali, comunque hanno anche un minimo comune denominatore: evitare le scelte dittatoriali. A questo proposito, l’economia ha elaborato delle conclusioni e dei teoremi su cui dobbiamo soffermarci.

Il primo teorema delle scelte sociali è il Teorema di impossibilità di Arrow: qualunque scelta sociale coerente che soddisfi alcune condizioni richieste da una democrazia liberale (gli assiomi di Arrow) pone un agente nelle condizioni di essere un dittatore. Poiché la dimostrazione di Arrow è corretta, da questa conclusione è impossibile uscire: scelte sociali coerenti e rispettose delle condizioni di una democrazia non possono essere non dittatoriali. L’imbarazzo di questo teorema per la democrazia liberale è evidente, ma lo è anche per l’anarchia. Le vie di uscita dall’impossibilità sono state cercate  in modi diversi, esplorando soprattutto le conseguenze dell’indebolimento degli assiomi di Arrow. In particolare la critica si è rivolta all’assioma di “Indipendenza dalle alternative irrilevanti”, introdotto per limitare il costo delle informazioni necessarie per il funzionamento delle assemblee di grandi dimensioni. Se, in forza del principio federativo (il municipalismo libertario), ci si può attendere che le assemblee delle comunità anarchiche siano più piccole di quelle dello Stato, allora l’indebolimento di quell’assioma potrebbe comportare costi e tempi d’informazione di fatto sostenibili proprio per la comunità anarchica.

Se la piccola dimensione delle assemblee sostenute dall’anarchismo può contenere il problema di Arrow, tuttavia un secondo teorema è anch’esso imbarazzante. Il Teorema dell’impossibilità di Sen dimostra come, nell’aggregare i giudizi individuali, i contenuti di una democrazia liberale sono fra loro incompatibili. Il teorema afferma: non esiste alcuna regola di scelta collettiva che consenta una decisione sociale coerente capace di soddisfare sia il principio dell’unanimità sia il principio liberale. Questo ultimo principio richiede che ogni individuo possa esprimere “liberamente” la sua preferenza su almeno una coppia di alternative, una preferenza che una comunità liberale deve quindi confermare. Dobbiamo, allora, domandarci se questo problema rivolto alla democrazia liberale si confermi anche per le scelte sociali in anarchia.

Il principio dell’unanimità è ovviamente confermato anche in anarchia, mentre dobbiamo enunciare per questa comunità un principio libertario diverso da quello liberale: il principio libertario conferma che ogni individuo possa esprimere liberamente la sua preferenza su almeno una coppia di alternative, e che questa sua preferenza sia trasmessa alla comunità, ma richiede – a differenza ed a integrazione del principio liberale – che si escludano tutte le preferenze che si manifestano come autoritarie e/o invadenti. Dove si dicono autoritarie quelle preferenze che selezionano azioni che si impongono a tutta la comunità, poiché in contraddizione palese con l’idea stessa dell’anarchismo; e si dicono invadenti quelle preferenze volte a limitare l’esercizio delle preferenze altrui, poiché contraddicono il concetto anarchico di libertà individuale. Sviluppando l’esempio di Sen, si dimostra che l’eliminazione delle preferenze autoritarie ed invadenti rende il principio libertario coerente con il principio dell’unanimità.

In anarchia e nello Stato democratico, il principio dell’unanimità è una “pietra angolare” comune, tuttavia la teoria delle scelte sociali ha dimostrato che il principio liberale non è compatibile con il principio dell’unanimità, quindi le scelte sociali in democrazia liberale potrebbero essere incoerenti oppure dittatoriali, mentre il principio libertario è compatibile con il principio dell’unanimità, quindi le scelte sociali in anarchia potrebbero essere coerenti e non dittatoriali. La rilevanza di questa conclusione è evidente. Infatti, le scelte sociali secondo il principio libertario consentono soluzioni in ambiti importanti per la comunità. Innanzitutto, i problemi distributivi, poiché pretendere di più dei propri bisogni (o di ciò che è ammesso per un modello di equità condiviso) è certamente una preferenza invadente, poiché limita le possibilità di consumo altrui; allo stesso modo, avanzare diritti su territori di altri è una preferenza autoritaria, che quindi deve essere esclusa.

In precedenza abbiamo sostenuto che per rendere possibile l’ordine spontaneo è necessario che la comunità faccia circolare l’informazione, consenta la mobilità sociale (orizzontale e verticale) e sia convinta della continuità della vita in comune, ora abbiamo aggiunto che per esprimere scelte sociali coerenti e non dittatoriali è necessario che le persone della comunità siano non autoritarie e non invadenti.

1.5 – L’anarchia nell’ordine e nel disordine

Partendo dallo stato di natura, facendo leva su ragione, razionalità ed egoismo abbiamo raggiunto una conclusione sull’ordine spontaneo e sulla volontà sociale che potrebbe però essere considerata un “non risultato”: sono valori entrambi possibili ma anche impossibili, poiché legati a condizioni sociali ed individuali, quindi condizionali a molti eventi. Allora, per parlare di anarchia, si devono sviluppare non una ma due ipotesi, non sempre percepite con chiarezza: l’anarchia nel disordine e l’anarchia nell’ordine.

Nell’anarchia nel disordine (altrimenti detta anarchia negativa), le persone vivono senza alcun ordine spontaneo, per cui tutti i rapporti sociali si tengono senza convenzioni. Nell’anarchia nell’ordine (altrimenti detta anarchia positiva), le persone vivono in un ordine spontaneo, per cui tutti i rapporti sociali si tengono secondo le convenzioni. È questa la forma “migliore” d’anarchia che si può sperare: una situazione senza Stato in cui gli individui in generale rispettano vincoli morali, paradossalmente anche se apparentemente supportati da motivazioni egoistiche.

È indubbiamente l’anarchia nell’ordine ciò che hanno in mente i sostenitori storici dell’anarchia. Lo si legge chiaramente alla voce “Anarchia” scritta da Kropotkin, nel 1905, per la 11° edizione dell’Enciclopedia Britannica. Tuttavia, l’anarchia nel disordine non può essere esclusa a priori; ed inoltre essa appartiene certamente al sentire comune dei non addetti.

Si tratta ora di studiare le diverse ipotesi dell’anarchia e dello Stato dal punto di vista della loro organizzazione produttiva: questo sarà l’oggetto della Parte Seconda che tratta della produzione e della distribuzione del reddito, anche dal punto di vista dell’ecologia. La Parte seconda contiene anche le nostre conclusioni.

 Guido Candela *

* Oltre ad avere trascurato tutte le dimostrazioni, al fine di rendere più fluida la lettura, in questo articolo ho eliminato anche citazioni e riferimenti bibliografici, verso cui tuttavia mi riconosco profondamente debitore, per questo e per tutto il resto mi permetto di rinviare il lettore a “Economia, stato, anarchia. Regole, proprietà e produzione fra dominio e libertà”, elèuthera, Milano, 2014.

1 Il “dilemma del prigioniero”, introdotto per la prima volta da Luce e Raiffa nel 1957, è un importante esempio – per la teoria economica ed in particolare per la teoria dei giochi – sviluppato per illustrare il fallimento del processo decisionale su base individuale. La storia narra di due prigionieri che devono essere giudicati per un delitto principale (commesso congiuntamente), ma l’accusa non dispone di testimonianze sufficienti per provarlo.

Quello che l’accusa può provare è solo un delitto secondario, anch’esso commesso congiuntamente. Perciò si domanda separatamente a ciascun prigioniero se vuole confessare o meno. Se entrambi confessano, verranno condannati per il crimine principale, ma otterranno una pena ridotta, ad esempio di 10 anni. Se nessuno confessa, saranno giudicati per il delitto minore e avranno due anni a testa; se uno confessa e l’altro no, chi confessa sarà libero e l’altro avrà la pena intera di vent’anni. Data questa situazione, ciascuno constata che se l’altro confessa è meglio per lui confessare, e se l’altro non confessa è di nuovo meglio per lui confessare. Così ciascuno confessa e con questo ragionamento entrambi vanno in prigione per dieci anni, mentre se entrambi si fossero rifiutati di confessare, gli anni sarebbero stati solo due. La scelta razionale costa a ciascuno otto anni in più di reclusione.

2 Il gioco della “battaglia fra i sessi” ha questa denominazione perché fa riferimento ai diversi gusti fra un uomo ed una donna, che comunque preferiscono stare insieme. Lui preferisce andare ad assistere ad una partita di basket, ma lei preferisce andare a teatro. Entrambi però non vogliono assistere agli spettacoli da soli. Poiché una qualunque soluzione comune è la migliore, una scelta sociale che eviti la disputa è preferibile per entrambi, sia che definisca una società matriarcale (che lasci la prima scelta alle donne di andare assieme a teatro), sia che instauri una società patriarcale (che lasci la prima scelta agli uomini di andare assieme al basket).

 

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