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Categoria: Economia e finanza
Creato Domenica, 01 Novembre 2015

poliziaStato e Anarchia: convivenza im-possibile, di Guido Candela e Toni Iero (n°184)

1 - La messa a fuoco del problema

Molto sulla questione dello Stato è stato scritto da filosofi, politologi, antropologi, giuristi e storici contemporanei. In aperto contrasto con il tema dell’esigenza dello Stato si trova l’anarchia moderna, classica e post classica. Cionondimeno, poiché lo Stato è radicato in tutte le grandi collettività, le nazioni del XXI Secolo, la questione è di fatto aperta. Se ci poniamo dal punto di vista dell’economia, il tema si restringe ad aspetti meno generali però forse più precisi.

L’ortodossia economica si chiede, infatti, se lo Stato sia un indispensabile elemento di efficienza nella collettività, poiché senza non si disporrebbe di quei beni o servizi che i privati non hanno convenienza a produrre, né si avrebbero servizi la cui utilità aumenta con la partecipazione di tutti.

Poiché una critica interna è più forte di molte critiche esterne, proviamo a dare credito agli economisti del mainstream partendo dall’affermazione che lo Stato sia necessario per mettere a disposizione della collettività i beni e servizi sia pubblici (public good), sia di proprietà intrinsecamente pubblica (inherently public property). Nel primo caso, il ruolo dello Stato si identifica con la funzione, sottolineata da Buchanan (2006), di Stato produttore di quei beni, spesso materiali, che non hanno un mercato, in quanto il consumo individuale non esclude né riduce il consumo degli altri. Nel secondo caso, lo Stato si identifica nella funzione sottolineata da Rose (1986) relativa ad una particolare categoria di beni, spesso immateriali, che vanno al di là del semplice iato fra proprietà privata e pubblica, ma che devono essere a disposizione di tutti (Bellanca, 2015). In questo caso, si parla di Stato organizzatore, che gestisce questi beni e servizi nel vantaggio della collettività stessa.

Allora, abbiamo messo a fuoco il problema economico. Come si può sostenere che una collettività prescinda dalle funzioni dello Stato produttore ed organizzatore senza perdere efficienza? È nei confronti di queste funzioni dello Stato che l’anarchismo, sostenendo la sua abolizione, cade in errore?

Se si vuole seguire un approccio economico, è necessario assumerne il metodo, riferendoci ad un modello che identifichi le azioni dei privati e dello Stato in un sistema di interdipendenze reciproche. E, dato il modello, è necessario provvedere anche alla sintesi fra l’economia e la politica. Da queste risposte discendono tattica e strategia dell’anarchismo in movimento.

2 - Dapprima il modello economico …

Il modello logico che proponiamo1 è quello di una comunità in cui ognuno può svolgere delle attività, che sono però interdipendenti. Ognuno agisce per massimizzare il proprio tornaconto, ma la sua azione ha anche un effetto sugli altri: un fenomeno che gli economisti chiamano esternalità. Ognuno può fumare o non fumare, ma chi fuma a contatto con gli altri danneggia anche la loro salute; se si lavora in gruppo, chi si impegna aiuta se stesso e gli altri, mentre l’opportunista avvantaggia probabilmente se stesso ma danneggia certamente gli altri; ognuno può divulgare o non divulgare le proprie conoscenze, ma chi lo fa avvantaggia tutta la comunità, mentre chi non lo fa ne oscura le possibilità, mantenendo privata l’informazione. E via esemplificando, poiché molte sono le esternalità per individui che vivono, consumano e producono in comunità. Il modello considera anche l’attività di uno Stato che fornisce i beni e servizi pubblici, materiali ed immateriali, di cui la comunità usufruisce. Inoltre, supponiamo che tramite questa attività lo Stato abbia la possibilità di regolare le attività dei privati.

Per valutare gli effetti di tutte le azioni dobbiamo considerare due punti di vista, quello della comunità e quello dello Stato.

L’efficienza dal punto di vista della comunità dipende dall’ipotesi che si formula sul comportamento delle persone. Se si mantiene un comportamento individuale, cioè se ciascuno guarda con egoismo al suo vantaggio, trascurando gli effetti delle sue azioni sugli altri, si realizza un equilibrio stabile2. Tuttavia, questo equilibrio non è il migliore possibile, poiché condizionale ad una comunità di individui non informati sul comportamento reciproco, non coordinati e non cooperativi. Con un comportamento altruistico, ossia se ciascuno tiene conto di tutti gli effetti delle proprie azioni, per sé e per gli altri, allora le persone agiscono come una comunità in grado di raggiungere una condizione di ottimo reciproco. Questo è un equilibrio ottimale3 di una comunità informata sulle azioni reciproche, coordinata e cooperativa, che realizza una forma di autogestione.

Seguendo la letteratura sugli “interessi” dello Stato, si possono riconoscere due ipotesi, cui diamo il nome di Stato di parte o di Stato neutrale. Lo Stato di parte si identifica con i punti di vista: i) dell’anarchismo moderno, per cui lo Stato è sempre espressione dell’interesse di una classe o di un gruppo dominante; ii) dell’ortodossia marxista, per cui lo Stato è quello dei capitalisti, prima della rivoluzione, oppure espressione della dittatura del proletariato, dopo la rivoluzione. La neutralità dello Stato è un’ipotesi sostenuta da chi non lo ritiene necessariamente il “comitato d’affari” di una parte sociale. Questa visione coincide con l’ipotesi standard della politica economica, cioè uno Stato “impersonato” dal Dittatore benevolente, che è la trasposizione economica del Leviatano di Hobbes.

Per lo Stato di parte contano solo le preferenze dell’oligarchia al potere e dei ceti che rappresenta, mentre le altre classi sociali assumono una rilevanza “servile”4. Per Stato neutrale, possiamo pensare ad una liberaldemocrazia oppure ad un’oligarchia illuminata, entrambe però vincolate da un contratto sociale à la Rousseau, che costringa alla coincidenza fra preferenze dello Stato e della comunità. Tuttavia, Rousseau stesso ammette la possibilità che il contratto non sia rispettato, perfino in una liberaldemocrazia elettiva5.

Tutto ciò premesso, domandiamoci qual è il ruolo economico dello Stato. Ammettiamo pure che lo Stato abbia la funzione di produzione ed organizzazione à la Buchanan e à la Rose. Rimane da chiedersi se assuma anche quella posizione di dominio, totalmente avversata dall’anarchismo, che l’economia identifica come la “peculiare natura dello Stato” (Stiglitz, 1992). Questa peculiarità implica il riconoscimento allo Stato di un ruolo di leadership. Ovvero, in termini tecnici, lo Stato è tale solo se si pone in una posizione di leader, relegando la comunità in una posizione di follower, condizionandone la libertà: è il “big stick” di Theodore Roosevelt. Per verificare una posizione di leader è necessario assumere che lo Stato abbia il diritto alla prima mossa. Allora, dobbiamo dimostrare che lo Stato eserciti effettivamente questo vantaggio, avendone convenienza, dal punto di vista suo e della comunità.

Si tratta dunque di sviluppare il modello considerando le due ipotesi sullo Stato, neutrale e di parte, e i due equilibri della comunità, individuale o autogestito.

In una comunità in cui predomina l’interesse individuale, l’equilibrio è – sappiamo – non ottimale e lo Stato, poiché leader, è informato delle scelte individuali; allora come detentore del diritto alla prima mossa, lo Stato vorrà correggere questa inefficienza.

Però, lo Stato di parte usa la sua autorità per correggere l’inefficienza nell’esclusivo vantaggio della parte dominante la comunità: la sua politica economica risulta quindi “perversa”. Lo Stato neutrale, invece, sfrutta la sua posizione di leader per correggere l’individualismo nell’interesse di tutta la comunità: la sua politica economica risulta quindi “virtuosa”.

Lo Stato altera la produzione e l’organizzazione dei beni pubblici quanto basta per correggere l’inefficienza delle scelte individuali. Si noti però che, così facendo, lo Stato (che sia neutrale o di parte) deve realizzare un’offerta dei suoi prodotti troppo alta o troppo bassa rispetto all’offerta ottimale: la migliore produzione ed organizzazione dei beni pubblici viene subordinata all’obiettivo del controllo della comunità.

Consideriamo ora il caso della comunità che si autogestisce. Lo Stato di parte esercita il suo dominio per “annullare” totalmente, nell’interesse dell’oligarchia che rappresenta, il comportamento pur collaborativo degli altri, ponendoli quindi in posizione di “nuova” schiavitù. Cioè di coloro che, pur accettando di collaborare, non vengono “ascoltati”: è questa la nuova e più sofisticata forma di odierna schiavitù (Tolstoj, 1900).

Lo Stato neutrale sa, invece, che la comunità è già efficiente, quindi, pur avendo il diritto alla prima mossa, non è posto nella necessità di sfruttare la sua posizione di leader, poiché i privati autogestendosi già usano al meglio la reciproca informazione, il coordinamento e la cooperazione. In queste condizioni, lo Stato svolge la sua funzione come fosse un agente privato “aggiunto”, occupandosi esclusivamente dell’offerta del bene e del servizio pubblico, senza alcuna posizione di dominio. Una sua leadership non è opportuna, non è necessaria ed è quindi inutile: lo Stato di Buchanan e di Rose nominalmente “c’è”, come produttore di beni e servizi pubblici materiali e come organizzatore per la diffusione di beni e servizi immateriali di proprietà intrinsecamente pubblica, ma sostanzialmente “non c’è”, proprio nel senso dell’anarchismo, perché non ha una posizione di dominio. Inoltre, autogestione e Stato neutrale consentono la dimensione ottima dei beni e servizi pubblici, evitando di dare loro finalità diverse.

3 - … poi dall’economia alla politica

La ricerca della massima efficienza economica in un sistema sociale in cui convivono entità individuali e struttura “pubblica” porta ad un risultato gravido di conseguenze per il mondo libertario. Gli spunti offerti dal modello sono numerosi, ma alcuni paiono immediati e più significativi, anche se il discorso rimane necessariamente aperto.

In primo luogo un’osservazione: la ricerca di efficienza economica, fattore alla base delle considerazioni che emergono dal modello, potrebbe apparire come una mera esercitazione teorica. Ma, in realtà, rappresenta una necessità storica imprescindibile. Una eventuale società libertaria dovrebbe convivere in una sorta di costante corsa competitiva contro il circostante mondo capitalista. È la storia, sul versante marxista, sperimentata dall’Unione Sovietica: è evidente come l’inefficienza del “socialismo reale” abbia portato il regime sovietico a sfiancarsi nel tentativo di tenere testa ad un modello sociale, il capitalismo liberaldemocratico, che si è dimostrato di gran lunga superiore in termini di capacità economica. Ecco, quindi, uno dei motivi per cui un’ipotetica società libertaria dovrebbe avere tra le sue prerogative anche l’efficienza economica. In aggiunta, l’efficienza economica sarebbe indispensabile anche per soddisfare i bisogni delle persone: la ridistribuzione delle risorse è importante, però occorre che vi sia il più possibile da ridistribuire.

Nel modello teorico si fa costante riferimento a due versioni dello Stato, quella di parte e quella “neutra”. Tuttavia, nella pratica della politica occorre specificare come lo Stato “neutro” sia per gli economisti un’ipotesi di lavoro cui, almeno nella realtà presente, va attribuita una bassa verosimiglianza. Come rilevato nel modello, lo Stato è un formidabile strumento del gioco sociale, appare perciò poco credibile che una classe dominante (o che intenda diventarlo) rinunci ad utilizzarlo. Senza entrare nel merito della questione, il progressivo miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, realizzato in Italia fino agli anni ’70 del secolo scorso, è stato certamente frutto di aspre lotte sociali, che però hanno trovato suggello in leggi e regolamenti emanati da organi dello Stato in cui sedevano persone che avevano come punto di riferimento quel movimento di emancipazione. La conquista del potere non può prescindere dalla conquista dell’apparato statale, pertanto quest’ultimo è, per sua stessa natura, uno strumento oggetto delle mire di controllo di varie entità.

Naturalmente, i sistemi liberaldemocratici offrono opportunità per bilanciare, almeno parzialmente, il governo dello Stato tra i diversi attori sociali. Ma si tratta sempre di equilibri dinamici, in cui progressivamente qualcuno perde qualcosa a vantaggio di qualcun altro, pertanto è probabile che una classe in ascesa riesca ad aumentare gradualmente il proprio controllo sulla struttura statale. Va comunque riconosciuto come una certa, relativa, aleatorietà nel controllo dello Stato sia la ragione che contribuisce a spiegare i recenti cambiamenti politici e istituzionali cui assistiamo in Europa, dove i politici eletti devono spesso soggiacere alle direttive emanate da “tecnici” di nomina autocratica.

Pur con queste cautele, rimane l’aspetto implicito del modello: vi sono beni e servizi pubblici (o intrinsecamente tali) la cui produzione può essere svolta con efficienza solo da una struttura pubblica, assimilabile allo Stato, ad esempio una federazione di federazioni che, occupandosi dei beni pubblici comuni a tutte le federazioni, “merita” quel nome. Il riconoscimento della “necessità” della presenza di alcuni “apparati statuali” anche in una società libertaria comporta, da un lato, la necessità di una rivisitazione del disegno di società libertaria, poiché la semplice autogestione potrebbe non essere in grado di garantire la produzione efficiente di beni e servizi pubblici; dall’altro, un ripensamento degli strumenti da utilizzare per il cambiamento sociale. Tuttora, il percorso insurrezional - rivoluzionario appare dominante nel pensiero anarchico in Italia. Ebbene, siamo convinti che l’attuale evidente impraticabilità di tale strada si associ anche ad una sua modesta desiderabilità: i deludenti risultati conseguiti dalla maggior parte dei rivolgimenti violenti lasciano forti dubbi sulla loro capacità di costruire una società più equa e sostenibile.

Se il punto è che non si può pensare di escludere totalmente lo Stato, mentre è possibile annullarne il dominio, allora l’idea di sostituire l’atto insurrezionale con un costante logorio ai fianchi dell’autoritarismo acquisisce più appeal. Ecco quindi che l’azione libertaria si potrebbe sviluppare su più piani, schematizzando: i) il sindacalismo, per la difesa degli interessi dei lavoratori; ii) la costruzione di una rete di imprese cooperative, trama attuale su cui delineare la futura comunità autogestita (condizione necessaria per l’attuazione di una società libertaria); iii) l’intervento politico, attraverso cui modificare in senso libertario (o, quanto meno, neutrale rispetto all’equilibrio sociale) il funzionamento della macchina pubblica, poiché uno Stato di parte rappresenta una condizione sufficiente per il permanere dell’autoritarismo; iv) la cultura e l’istruzione, per sensibilizzare le persone verso la libertà e verso un senso di appartenenza ad una comunità (altruismo), senza il quale – come sostiene il modello – non si può prescindere dal comando dello Stato.

Non pare inopportuno ricordare che l’efficacia dell’azione volta al cambiamento è dipendente dalla capacità di garantire uno stretto coordinamento del gioco in tutti questi campi. In caso contrario, si rischierebbe di vanificare in un settore i risultati conseguiti in un altro.

Si tratterebbe, per l’anarchismo, di un cambio di paradigma, che implica un nuovo percorso attraverso cui costruire una società libertaria. Dopo il fallimento del comunismo sovietico, la conversione al capitalismo della Cina e le aberrazioni disumane della Corea del Nord, l’anarchismo avrebbe la possibilità di tornare ad essere la “terra promessa” dell’emancipazione degli sfruttati e degli oppressi. Ma per giocare questo ruolo deve essere capace di uscire dall’angolo in cui si è nascosto per oltre mezzo secolo e non esitare a percorrere le strade più feconde adatte alla realizzazione di una società più equa… e più efficiente.

4 - La prima conclusione: lo Stato e l’anarchismo

Solo se lo Stato non è latore di un interesse di parte, l’autogestione della comunità può rendere gli individui liberi dal suo dominio. Tuttavia, poiché nella collettività è necessario che vengano espletate le funzioni pubbliche à la Buchanan e à la Rose, non si può pensare di escludere totalmente lo Stato, mentre è possibile annullarne il dominio, ponendolo nell’inutilità di assumere la leadership (la sua peculiare funzione, secondo Stiglitz): nella comunità autogestita in presenza di uno Stato neutrale, tutti sono follower o, che è lo stesso, tutti sono leader, gli individui ed il cosiddetto Stato.

Lo Stato è presente ed attivo, conserva il suo nome ma non la sua funzione dominante, occupandosi solo di produrre ed offrire i beni o servizi che gli sono propri, come ogni altra entità produttiva. Allora, l’anarchia, intesa come una società di liberi autogestiti senza il dominio dello Stato, è sostanzialmente coerente mentre è solo nominalmente incoerente: ciò che usiamo chiamare con la parola “Stato” diviene solo un altro magazzino sociale à la Proudhon (Candela, 2014) o un’altra cooperativa di lavoratori à la Jossa (Jossa, 2014 e 2015). I magazzini sociali o le cooperative occupano i lavoratori che hanno la proprietà comune dei “beni privati” prodotti assieme; lo Stato invece occupa i lavoratori che producono i “beni pubblici”, per i quali la proprietà privata è tecnicamente impossibile. Lo Stato, quindi, come produttore e come organizzatore, null’altro6.

Mettendo a confronto i risultati economici e politici raggiunti possiamo trarre due conclusioni: i) l’autogestione è condizione necessaria per l’annullamento del potere dello Stato, poiché senza regole, ordine spontaneo e individui che si autogovernino si lascia spazio ad un ruolo dominante dello Stato, quale che sia la sua natura, di parte o neutrale; ii) lo Stato di parte è condizione sufficiente per l’apparire di uno Stato dominante, leader nella collettività, quale che sia il comportamento della comunità, individualista o autogestita.

Crediamo che riflettere su queste due conclusioni consenta di gettare chiarezza sia per l’anarchismo moderno, classico e post-classico, sia per l’anarchismo post-moderno. Focalizzandosi sulla prima conclusione, l’anarchismo moderno ha ragione nel mettere l’autogestione come condizione essenziale, necessaria ma non sufficiente, per l’annullamento del potere dello Stato; focalizzandosi sulla seconda conclusione, l’anarchismo classico sostiene la contrapposizione sempre e comunque allo Stato, che crede inesorabilmente di parte7. Che dire, invece, dell’anarchismo post-moderno?

5 - La seconda conclusione: l’anarchismo e il marxismo

L’interpretazione proposta per l’organizzazione della produzione, beni pubblici e cooperative, può riavvicinare il marxismo all’anarchismo, laddove i marxisti riescano a liberarsi dalla idea di una onnipresente e pervasiva pianificazione centralizzata di Stato, a favore di un sistema economico e politico, in cui le scelte pubbliche si tengono con il principio “una testa un voto” ed un sistema produttivo “diffuso” di imprese democratiche, le cooperative, in cui si decide con lo stesso principio (Jossa, 2015). (Mentre, con l’organizzazione capitalista, nelle imprese individuali non si vota e nelle società per azioni il voto è commisurato al capitale corrisposto, “un euro un voto”). Tutto acquisterebbe così nuova coerenza nella politica e nell’economia, dando pieno e completo valore alle persone.

Jossa (2014, 2015) sostiene che Lenin “alla fine della sua vita cambiò radicalmente idea e identificò il socialismo con un sistema di imprese cooperative”.

“Lenin […], l’anno prima della sua morte, in uno scritto tutto dedicato alla cooperazione, osservò senza mezzi termini, che, con l’esperienza fatta dopo la rivoluzione, “tutte le nostre opinioni sul socialismo hanno subìto un cambiamento radicale”, tanto che bisogna dire che “la cooperazione coincide completamente con il socialismo” (Lenin, 1923a, p. 433)” (Jossa, 2015, p. 46 del dattiloscritto).

Inoltre, lo stesso Kropotkin, sebbene conducendo il ragionamento attraverso un processo postumo alle intenzioni, nel 1899 intravede una ipotetica convergenza di Marx all’idea di piccole imprese autogestite dai lavoratori:

“Marx era un pensatore troppo grande per non accorgersi dei successivi sviluppi della vita industriale, imprevedibili nel 1848, sicuramente non avrebbe chiuso gli occhi davanti alla formidabile fioritura [delle piccole fabbriche gestite dai lavoratori …] in cui occorrono, evidentemente, più aria fresca, più idee, più progettualità, e più cooperazione. […] Essendo un pensatore, avrebbe studiato questi fatti, e molto probabilmente avrebbe mitigato l’assolutismo delle sue affermazioni [sulla legge naturale della concentrazione del capitale], come in realtà una volta fece a proposito della comunità di villaggio in Russia” (Kropotkin, 2015, p. 165 e 166).

E le cooperative sono certamente nel cuore di molti anarchici, passati e recenti. Il riferimento classico più proprio è all’anarco-socialismo di Gustav Landauer, che vede le cooperative come la vera e prima opposizione al capitalismo (Landauer, 1895). L’idea di una comunità di cooperative affascina pure Élisée Reclus (Reclus, 2014, p. 101). Anche per l’anarchismo post-classico, il movimento cooperativo è un’alternativa alla produzione capitalistica nell’ambito del capitalismo stesso, la strada per costruire una nuova società dentro il guscio della vecchia, si veda fra gli altri Graeber (2011).

Naturalmente, è necessario che le cooperative sappiano costruire un sistema autogestito, una rete di collaborazione nella produzione e nel consumo. Questa condizione è già chiara nel Kropotkin di Campi, fabbriche ed officine. Egli sosteneva che non esistevano vantaggi tecnologici della grande impresa preclusi alle piccole e medie imprese, mentre riconosce che le loro difficoltà derivano dall’incapacità di raggiungere i mercati. Una difficoltà però superabile proprio tramite l’associazionismo per l’acquisto e per la vendita; oggi facilitata anche dal web.

Un marxismo non legato alla pianificazione di Stato e un anarchismo fondato su un sistema di cooperative autogestite può segnare una prima possibile convergenza. Tuttavia, v’è sempre la questione dello Stato. Evolvendo storicamente il concetto di Stato di parte, a seguito delle conquiste storiche di una democrazia “avanzata”, ottenute con anche il contributo del sindacalismo anarchico, lo Stato appare “apribile” non necessariamente con una Rivoluzione, ma tramite un impegno ed un controllo costante, un “lavoro” quotidiano svolto al fine di rendere lo Stato sempre più trasparente, rinnovabile e neutrale rispetto agli interessi dominanti. La liberaldemocrazia può lasciare questo spazio operativo (Berti, 2012), consentendo il potere a una maggioranza storicamente determinata, quindi potenzialmente mutabile.

“Non c’è dubbio: a uccidere la Rivoluzione è stata la democrazia. Si badi bene: quando si dice democrazia, si dice una cosa ben precisa, che si riassume in queste semplici e inequivocabili parole: democrazia significa libera volontà della maggioranza della popolazione. […] non c’è nulla di più mistificante che denunciare il carattere mistificante della democrazia liberale o “democrazia borghese”. Nulla di più mistificante perché, laddove vi è il suffragio universale […] da sempre tale suffragio è libero. […] Se gli uomini sono sempre liberi […] vuol dire forse che nelle liberal-democrazie vige la massima libertà possibile? Ovviamente no. Vige la libertà che la maggioranza dei cittadini ritiene di volere all’altezza storica di quel momento. Ora è questa libertà, cioè una libertà storicamente condizionata, che ha ucciso la Rivoluzione. L’ha uccisa, sia ben chiaro, nel senso che l’ha rifiutata, liberamente rifiutata” (Berti, 2012, pp. 68 e 72).

Una conclusione questa che mette da parte l’idea della Rivoluzione, istantanea e violenta, a favore di un impegno costante di mutamento e di critica, possibile nelle liberaldemocrazie, che sembra essere condivisa anche dall’ultimo Marx e dall’ultimo Engles (Jossa 2014 e 2015).

“Nei primi scritti Marx ed Engels hanno più volte affermato che per realizzare il comunismo essi non conoscevano altro mezzo “se non la rivoluzione violenta, democratica” (cfr, ad es., Engels 1846, p. 66). In seguito, tuttavia, essi hanno chiarito in diverse occasioni che la rivoluzione si può attuare per via parlamentare, poiché “la società borghese dà al proletariato le armi contro se stessa, il suffragio universale […] ne è un esempio” (Galli, 2010b, p. 42), dato che per Marx ed Engels il suffragio universale ha “una portata intrinsecamente eversiva” (Canfora, 2004, p. 135). […] In una lettera a Lafargue del 12 dicembre 1892 anche Engels scrive: “[…] il suffragio universale se soltanto si fosse stati capaci di usarlo! È uno strumento più noioso e più lento della proclamazione della rivoluzione, ma è dieci volte più sicuro” (Jossa, 2015, p. 103 del dattiloscritto).

Una rivoluzione parlamentare è poco più che una pia illusione. Tuttavia, si delinea una possibile convergenza sul piano politico fra il marxismo in movimento e l’anarchismo in movimento. Una convergenza d’azione che trova il suo presupposto su un duplice piano culturale: in economia le cooperative, in politica i principi liberaldemocratici, intesi come ambito in cui annullare il dominio statale sulla società.

E l’anarchismo è in movimento. L’anarchismo post-moderno, infatti, secondo noi ha ragione nel ritenere che il punto focale non sia la lotta allo Stato ma al potere da chiunque esercitato, anche tramite lo Stato: così Tomás Ibáñez (2014) sposta l’attenzione dell’anarchismo post-moderno dal contrasto allo Stato alla lotta ad ogni forma di dominio, poiché – come il modello ha messo in luce – non è lo Stato il punto focale della questione, ma la leadership che si manifesta come potere trasmesso allo Stato dalla lobby dominante. È questa leadership che deve essere resa ineffettiva se lo Stato è di parte (tramite la critica, l’affrancamento dallo spirito servile e l’educazionismo), oppure inutile se lo Stato è neutrale (tramite l’autorganizzazione e l’autogestione).8 Questa lettura conferma un’impostazione politica che si allontana dalla Rivoluzione intesa come la presa del Palazzo, ma sostiene una rivoluzione continua ed immediata, condotta tutti i giorni, che muove verso una società diversa, creando spazi radicalmente nuovi (Newman, 2013; Ward, 2008 e 2010; Onfray, 2012).

L’anarchismo moderno, classico e post-classico, rimane comunque confermato e valido nel suo richiamo al prerequisito di motivare le persone verso una comunità autogestita, fondata sull’altruismo collaborativo: “abbiamo delegato” troppo (politica, norme, tecnologia, salvaguardia del territorio, educazione ecc.), per cui si tratta di “usci[re] dalla delega nella quotidianità”, tramite l’autogestione (Boni, 2015).

La rilettura dell’apporto di idee dell’anarchismo moderno e le proposte dell’anarchismo post-moderno attribuiscono all’anarchia una forza di cambiamento, reale nell’ambito del presente, poiché l’anarchismo è “nella storia ma contro la storia”, come afferma Nico Berti, o in altri termini è “nella modernità ma contro la modernità”, come gli fa eco Tomás Ibáñez (2014, p. 66).

 Guido Candela

 e Toni Iero

 

 

1 Il modello cui facciamo riferimento ha una formulazione analitica, che assume specifiche funzioni di utilità e sviluppa i relativi sistemi di equazioni di ottimo. In questa sede riportiamo l’intuizione, che sostiene però le medesime conclusioni (Cfr. Candela, 2015c).

2 La Teoria dei giochi conclude che questo equilibrio, pur sub-ottimale è tuttavia stabile poiché nessuno, dal suo personale punto di vista ha convenienza a deviare: l’equilibrio individuale costituisce la vera e propria trappola d’inefficienza dell’individualismo – come è dimostrato dal dilemma del prigioniero (cfr. Candela, 2015b, p. 18, nota 1).

3 L’analisi matematica assicura che l’efficienza dell’autogestione è non inferiore a quella della comunità individuale; l’analisi economica conclude che, in condizioni standard, l’efficienza della comunità autogestita è superiore a quella individuale, poiché prende in considerazione anche gli effetti “collaterali” delle azioni dei singoli (Teorema delle esternalità).

4 Come è messo in luce da Etienne de la Boetie (1576), la forza dello Stato di parte si fonda sull’accettazione di un comportamento servile dell’altra parte della comunità.

5 “I deputati del popolo, perciò, non possono essere i suoi rappresentanti: essi sono solo i suoi servitori e non possono compiere atti decisionali. Ogni legge che il popolo non ha personalmente ratificato è nulla: di fatto non è una legge. Il popolo d’Inghilterra si considera libero, ma è un errore grossolano: è libero solo durante l’elezione dei membri del parlamento. Non appena questi sono eletti la schiavitù prende il sopravvento e la libertà non è più niente” (Rousseau, libro III, cap. 15).

6 Alle cooperative spetterebbe produrre i beni privati, scarpe, zappe, tablet, tagli di capelli, servizi alle persone ecc. di proprietà dei lavoratori che hanno contribuito a quella specifica produzione e da loro autogestiti per il mercato; ai lavoratori dello Stato spetterebbe la produzione sia dei beni e servizi pubblici, beni materiali come i monumenti, le piazze, i giardini ed i parchi, l’illuminazione delle strade ecc., sia la gestione dei beni intrinsecamente di proprietà pubblica, beni immateriali come garantire l’accesso delle strade, permettere la navigabilità delle acque, facilitare il commercio, il divertimento, lo svago, l’arte, il libero accesso alla rete ecc. (Bellanca, 2015; Candela 2015).

7 Infatti, Kropotkin, da anarchico, ci invita a riflettere sulla corrispondenza storica dell’ipotesi di Stato neutrale proprio ragionando sulla possibilità della cooperazione: “Quanto […] alle cooperazione e simili, non bisogna mai dimenticare quanto gelosamente i governi tedesco, francese, russo ed austriaco abbiano fino ad oggi impedito ai lavoratori […] di prendere parte ad associazioni di ogni livello con fini economici. […] Tuttora, una semplice associazione cooperativa […] viene subito considerata una «associazione politica» e di conseguenza assoggettata alle usuali limitazioni, come l’esclusione delle donne” (Kropotkin, 2015, p. 168).

8 Tra gli esempi storici riportati da Kropotkin (2012, cap. XI), uno si presta molto bene per illustrare sia l’alternativa autogestione vs Stato, sia la complementarietà dello Stato come produttore di beni pubblici, è la storia della Lifeboat Association per il salvataggio sulle coste inglesi. “Lo Stato […] ha fatto pure qualcosa per diminuire il numero degli infortuni. I fari, i segnali, le carte, gli avvertimenti meteorologici hanno certamente ridotto di molto questo numero. Ma rimangono ogni anno un migliaio di bastimenti e parecchie migliaia di vite umane da salvare. Così alcuni uomini di buona volontà si misero al lavoro. […] Queste persone, non essendo dei giacobini, non si rivolsero al governo […] Fu dunque questo un movimento interamente spontaneo – generato dal libero accordo e dall’iniziativa individuale. Centinaia di gruppi locali si formarono lungo le costiere. […] Tutto per opera di volenterosi organizzati in comitati o gruppi locali! Tutto per mezzo del mutuo aiuto e dell’accordo! – Oh, questi Anarchici! – […] Quanto ai risultati eccoli: L’Associazione possedeva nel 1891, 293 battelli di salvataggio [… e] dalla sua fondazione ha salvato 32661 esseri umani.” (p. 154). E perché non ricordare anche il Medioevo dell’Università di Bologna che all’inizio era autogestita da studenti, che esprimevano il Rettore, divenendo multinazionale coinvolgendo lituani, tedeschi, francesi, greci, spagnoli e italiani, ma che perse autonomia ed autogoverno con l’avvento dello Stato: bando al Rettore-studente e via libera ad un vertice universitario espressione del dominio sia di uno Stato laico, il Senato cittadino, e di uno Stato confessionale, il Proconsole del Papa.

Bibliografia

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