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Categoria: Economia e finanza
Creato Venerdì, 01 Aprile 2016

Milano, 18 marzo 2016: sciopero generale contro la guerra.Quantitative easing, avidità e politica di Toni Iero (n°189)

Nella riunione del 10 marzo scorso, il consiglio dei governatori della Banca Centrale Europea ha approvato, a schiacciante maggioranza (ma non all’unanimità), un pacchetto di misure che, nelle intenzioni, dovrebbe contribuire a scongiurare che l’Eurozona cada nel baratro della deflazione.

Qui vale la pena di notare che il dato provvisorio di febbraio indica, per l’area dell’euro, una variazione annuale dei prezzi al consumo del - 0,2%. Quindi la deflazione è già una realtà nel nostro continente. Perché è tanto temuta? Si potrebbe pensare che la riduzione dei prezzi sia un vantaggio per i lavoratori, dato che permette, a parità di salario, di acquistare più merci. Però, se si allunga lo sguardo oltre il proprio naso, si scopre che la prospettiva di riduzione dei prezzi scoraggia gli imprenditori non solo dall’investire in nuove imprese, ma anche dal far produrre quelle esistenti. Infatti, la merce fabbricata oggi con gli attuali prezzi, si dovrà vendere in futuro a prezzi minori. Vi è quindi il pericolo di non riuscire a coprire i costi di produzione, ossia si rischia di svolgere un’attività in perdita. Fattore che induce l’imprenditore a non produrre, cosicché, per questa via, si accresce il problema della disoccupazione. Senza un salario, anche i prezzi in flessione hanno poco appeal.

Vi sono altre ragioni per cui la deflazione è poco gradita. Pensiamo al debito pubblico. La sua sostenibilità è misurata rapportandolo al prodotto interno lordo nominale. Minore è il valore di tale rapporto, più sostenibile è considerato il debito. Il prodotto interno lordo nominale altro non è che la somma del valore della produzione nazionale (beni e servizi) valorizzata con i prezzi correnti. È evidente che se i prezzi correnti scendono, tende a scendere (o a salire meno) anche il PIL e, in questo modo, il rapporto tra debito e prodotto tende ad aumentare. Detto in termini più generali, la deflazione rende più onerosi i debiti e, poiché si sta assistendo ad un dilagare mondiale del debito (sia pubblico che privato), un prolungato e generalizzato calo dei prezzi al consumo è foriero di guai.

Cosa ha deciso la Banca Centrale Europea sotto la guida di Mario Draghi? In primo luogo, sul fronte dei tassi di interesse, è stato annunciato il taglio del tasso di rifinanziamento principale che la BCE applica ai prestiti ordinari che eroga alle banche commerciali: dallo 0,05% si è passati a zero. Inoltre, il tasso riconosciuto al denaro che le banche commerciali depositano sui conti di tesoreria presso la BCE è stato diminuito ulteriormente da -0,3% a -0,4%. Sì, avete capito bene: si paga per depositare liquidità all’istituto di Francoforte! Si vorrebbe così scoraggiare le banche dal lasciare inutilizzata la liquidità, invogliandole a prestare all’economia reale. Ma non è finita qui. Il programma di acquisto titoli (il cosiddetto quantitative easing) è stato aumentato a 80 miliardi di euro al mese (erano 60 miliardi). Inoltre, saranno acquistate anche obbligazioni emesse da imprese non finanziarie (per esempio da ENI). Infine, saranno lanciate nuove tranche di TLTRO (Targeted Longer Term Refinancing Operations1) che potranno essere anch’esse a tassi negativi.

Non vi è dubbio che il presidente della Banca Centrale Europea, sfidando il parere della Bundesbank tedesca, stia agendo con la massima decisione per far risalire l’inflazione e sostenere la crescita economica in Europa. Il punto è: quante probabilità ha di riuscirci?

Se guardiamo ai risultati fin qui conseguiti dal quantitative easing, cominciato sostanzialmente nel marzo del 2015 con il varo del programma di acquisto di titoli di Stato, il quadro appare poco confortante. Nel periodo da marzo a dicembre 2015, la BCE ha creato nuovo denaro per oltre 657 miliardi di euro, per la maggioranza attraverso l’acquisto di titoli pubblici. Poiché lo statuto della BCE impedisce di finanziare i governi, gli acquisti di titoli si sono svolti sul mercato secondario. In pratica, l’istituto di emissione ha acquistato i titoli di Stato dalle banche commerciali. L’idea di fondo era che, con quella enorme massa di liquidità a disposizione (e pungolati dai tassi negativi sui depositi presso la BCE), gli istituti di credito non avrebbero avuto remore nel prestare denaro ad imprese e famiglie consumatrici. Questo avrebbe condotto ad un aumento degli investimenti e dei consumi, facendo crescere l’attività produttiva e, in definitiva, anche i prezzi.

Le cose sono andate diversamente. Sempre nel periodo da marzo a dicembre 2015, i prestiti alle famiglie sono aumentati di circa 103 miliardi di euro, mentre quelli alle imprese sono diminuiti (!) di quasi 40 miliardi. Risultato: all’economia reale sono arrivati poco più di 63 dei 657 miliardi creati dalla BCE. Dov’è finito il resto?

Paradossalmente, la quasi totalità di tale somma è tornata alla BCE, depositata dalle banche commerciali nei loro conti di tesoreria appoggiati presso l’istituto di emissione! Da sottolineare come su questi importi gravi, a carico delle banche, un interesse negativo dello 0,3% (adesso dello 0,4%). Un’inutile giostra miliardaria. Insomma, non è stato un gran successo.

Adesso, nonostante i deludenti risultati della cura, il presidente della BCE ha pensato bene di aumentare la dose. Potrà andare diversamente? Lo speriamo, ma la ragione suggerisce di no… a meno che non entri in gioco la politica fiscale, ossia un aumento della spesa pubblica finalizzato, in particolare, ad aumentare gli investimenti. Al momento non sembra che tale scelta sia molto probabile.

Imprenditori che non investono, consumatori che non consumano, banche che non prestano denaro, tassi di interesse negativi, lavoratori che non lavorano, eccesso di risparmio, governi che aumentano le tasse e tagliano spese nel bel mezzo di una crisi recessiva… il vecchio continente sembra in preda ad un convulso attacco di follia. Sono tutti impazziti?

In un certo senso è così. Il dominio esercitato sulla società da parte di esigue e avide minoranze di privilegiati, coadiuvate da ipocriti politici che assumono provvedimenti che hanno effetti opposti a quanto propagandano (avendo buon gioco nel convincere una popolazione ormai priva di riferimenti), sta portando a situazioni che appaiono sempre meno sostenibili.

Se a questo aggiungiamo i guasti che velleitari atteggiamenti neocolonialisti stanno creando anche in alcuni Paesi vicini (Siria e Libia sono due buoni esempi), ma con negativi effetti anche sulle popolazioni europee (vedi l’attuale incontenibile flusso migratorio), ne risulterebbe la necessità di una vigorosa e rapida azione politica da parte delle forze autenticamente progressiste. È necessario arrestare l’ondata di pazzia che rischia di portarci al disastro.

Purtroppo, in questo contesto, sembrerebbe che la principale preoccupazione di una buona parte del movimento libertario sia proprio quella di rifuggire l’arena politica, rinchiudendosi in un ambito puramente etico e lasciando il campo a fallimentari e inaffidabili rottami pseudo-marxisti o a una forza nuova (il movimento 5 Stelle) che, ammesso vi riesca, ha ancora bisogno di tempo prima di essere in grado di formulare una risposta adeguata alla gravità della situazione. 

1 Sono finanziamenti erogati alle banche commerciali a condizioni di favore purché le stesse si impegnino ad aumentare il volume dei prestiti concessi a famiglie e imprese.

 

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