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Categoria: Economia e finanza
Creato Martedì, 01 Novembre 2016

No cellulariFlessibilità, clientelismo elettorale e referendum costituzionale, di Toni Iero (n°195)

Nonostante le ripetute affermazioni del governo, secondo cui l’Italia ha ripreso a crescere dal punto di vista economico, la realtà appare piuttosto deludente.

Il secondo trimestre del 2016 si è chiuso con una sostanziale stagnazione del prodotto interno lordo (la ricchezza prodotta dalle attività produttive).

La disoccupazione si mantiene su valori superiori alla media dell’Unione Europea e l’inflazione, spia di un malessere che permea in profondità i meccanismi economici, oscilla su valori molto vicini allo zero. L’entusiasmo per l’incremento dell’indice della produzione industriale di agosto appare piuttosto fuori luogo, poiché si tratta di un dato isolato e, come spesso avvenuto in passato, essendo un valore provvisorio, prima di costruire castelli in aria, sarebbe meglio aspettare almeno la pubblicazione dell’indice rivisto.

Come se ciò non bastasse, il sistema creditizio nazionale scricchiola sotto il peso delle cosiddette “sofferenze”, ossia dei prestiti erogati dalle banche a clienti non più in grado di restituirli. Quest’ultimo fenomeno ha numerose concause: certo vi ha contribuito il diffuso clientelismo che ha portato gli istituti di credito ad erogare denaro a persone e imprese “amiche” (o amiche degli amici) senza un’oculata valutazione del merito creditizio del cliente, ma è stato determinante il lungo periodo di recessione provocato dalle politiche di austerità varate dal governo Monti (presentato come salvatore della patria, si è rivelato un vero devastatore dell’economia italiana!).

Un po’ tutti gli economisti dotati di competenza e di un minimo di onestà intellettuale avevano suggerito di non avviare una politica fiscale restrittiva (aumento delle tasse e taglio delle spese pubbliche), affermando che tale scelta avrebbe prodotto più danni che benefici, come, puntualmente, stiamo verificando. L’Italia ha perso dal 20% al 25% della sua struttura industriale, i consumi delle famiglie stagnano, gli investimenti non riprendono a crescere e, come ulteriore beffa, il peso del debito pubblico sul prodotto interno lordo è cresciuto, fino a superare il 135% alla fine del primo trimestre del 2016.

Già dopo i terribili anni di Monti e di Letta, l’esigenza di porre fine all’austerità era ormai diventata una consapevolezza condivisa da molti esperti (oltre che dai ceti sociali che l’avevano sperimentata sulla propria pelle!). Una volta subentrato Renzi a capo dell’esecutivo, ecco cominciare la litania della “flessibilità”, termine ambiguo che indica, nelle intenzioni del governo, accordarsi con la Commissione Europea (con il beneplacito di Berlino) per poter allentare la restrizione dei conti pubblici. Grandi affermazioni di principio, lunghi comizi televisivi, sofferti (dicono loro) dibattiti con la “cattiva” Europa che non vuole mollare neanche un decimale di punto di PIL. Poi, come in una commedia il cui copione sia stato concordato, il governo italiano si presenta alla propria opinione pubblica vittorioso: abbiamo ottenuto la flessibilità!!

Bene, come è stata usata tale maggiore capacità di spesa (o minore bisogno di tassare)? Prima con gli 80 euro al mese, li ricordate? Provvidenzialmente approvati poco prima delle elezioni europee, in cui il Partito Democratico ha superato il 40% dei voti espressi. Poi, nell’autunno del 2015, visto che per la successiva primavera era prevista una tornata di elezioni comunali piuttosto importante, si mette ancora mano al portafoglio della “flessibilità” per abolire l’imposta sulla prima casa. Questa volta, nonostante tale manovra, l’esito delle votazioni locali non è pienamente soddisfacente per il partito di governo. Così, con l’avvicinarsi del referendum sulle modifiche costituzionali introdotte dallo stesso governo (Senato non più elettivo, fine del bicameralismo perfetto, etc.) ecco che prende corpo un altro giro di “flessibilità”: pensionamenti anticipati (APE), introduzione della quattordicesima per le pensioni di importo più basso, assunzione di altri insegnanti, ipotesi di qualche aumento delle retribuzioni dei dipendenti pubblici.

Molti dei provvedimenti sopra citati, non sarebbero, di per sé, scandalosi: va bene aumentare le retribuzioni più basse, tutti sappiamo che la tassa sulla prima casa è particolarmente (e forse esageratamente) odiata dagli italiani, correggere la detestabile riforma delle pensioni fatta dal ministro Fornero sarebbe un’esigenza di equità tra le generazioni … ma, a parte considerazioni sull’efficacia e sul reale contenuto delle misure predisposte, se diamo uno sguardo al panorama complessivo, il quadro che emerge è quello di un governo che sfrutta preziose risorse ottenute nel contenzioso con le autorità europee per il proprio tornaconto elettorale.

La priorità, in un momento in cui vi sono poche risorse da spendere, avrebbe dovuto essere il rilancio degli investimenti pubblici, unica manovra in grado di fornire un impulso al nostro sistema produttivo. Così si sarebbero creati posti di lavoro, così sarebbe aumentato (stabilmente) il reddito delle famiglie e si sarebbe offerta una prospettiva ai giovani (ormai costretti a fare gli emigranti come negli anni ’50 del secolo scorso: 107 mila hanno lasciato l’Italia nel corso del 2015). Invece, rincorrendo un’elezione dopo l’altra, con misure studiate per cercare di aumentare il suo consenso elettorale, l’imbonitore di palazzo Chigi sta condannando l’Italia alla stagnazione e gli italiani ad un’erosione continua dei propri standard di vita.

Da questo sintetico resoconto emerge, però, una riflessione di natura più ampia che va oltre l’impiego di risorse pubbliche per fini discutibili. Infatti, fin dall’inizio, l’utilizzo a proprio favore, da parte del governo, di risorse che avrebbero dovuto essere indirizzate a vantaggio degli italiani (anche di chi non vota PD), ha suscitato più di un dubbio in molti ambienti. Tuttavia, non vi è stato modo di obbligare il primo ministro a fare scelte più consone alle esigenze generali. Naturalmente, conta anche la pochezza dell’attuale classe dirigente nazionale. Ma, in realtà, è ormai chiaro come sia molto difficile, all’interno delle istituzioni, bloccare le scelte prese dal governo. Alla faccia di chi sostiene che nell’attuale sistema istituzionale il premier non possa decidere! Se è così oggi, pensiamo quali margini di manovra avrebbe un governo in un contesto di ulteriore indebolimento dell’equilibrio dei poteri.

Con le modifiche costituzionali approvate (soggette a conferma referendaria) e con la legge elettorale (anch’essa di impronta governativa) si rischia di creare in futuro una situazione in cui il potere esecutivo (peraltro, posto nelle mani di un partito che non raccoglie necessariamente la maggioranza dei consensi) espande impropriamente il suo raggio d’azione a scapito del potere legislativo (che, va ricordato contro gli attuali tentativi di mistificazione, spetta al Parlamento). Le democrazie liberali si basano proprio sulla divisione e sul bilanciamento dei poteri. D’altra parte, storicamente, i parlamenti nascono proprio per porre un argine all’arbitrio del governo (si pensi al caso inglese). Indebolire l’organo legislativo a vantaggio dell’esecutivo potrebbe riservarci sorprese ben poco piacevoli.

D’altra parte, l’idea dell’uomo solo al comando riflette una visione del governo della cosa pubblica assimilato alla gestione di un’impresa, con il presidente del consiglio al posto dell’amministratore delegato e il parlamento equiparato ad un consiglio di amministrazione. Si percepisce bene, all’interno del PD, tutta l’eredità berlusconiana che vorrebbe trasporre la supposta efficienza di un’impresa anche ai meccanismi della democrazia. Non è questo il luogo dove smitizzare la pretesa efficienza delle imprese, giova tuttavia osservare che i tempi e i modi di un sistema democratico non sono quelli di un’azienda, entità autoritaria che persegue un profitto a vantaggio di una ristretta cerchia di persone.

L’urgenza di ribaltare questa deriva “governista” (che, peraltro, tanto piace ai mercati finanziari) ed evitare un’ulteriore involuzione autoritaria delle istituzioni italiane può trovare nella partecipazione al referendum del 4 dicembre un momento di mobilitazione importante. È opportuno non perderla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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