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Categoria: Economia e finanza
Creato Giovedì, 01 Dicembre 2016

Auto NYPD -Foto Luca BaronciniDopo Ronald: Donald, di Toni Iero (n°196)

Dipinto dalla stampa “progressista” come il ricettacolo di tutti i mali, tacciato di essere razzista, sessista, evasore fiscale, accusato dalla candidata del Partito Democratico di non essere adeguato a svolgere il ruolo di “commander in chief” (chissà perché la Clinton ha usato questo linguaggio militare, che avesse già in mente una guerra?), osteggiato dalla potente lobby della finanza mondiale, eppure, alla fine, Donald Trump è stato eletto 45° presidente degli Stati Uniti d’America.

L’accoglienza internazionale tributata a Trump ricorda quella riservata, a suo tempo, a Ronald Reagan: ma come, un attore di seconda categoria è diventato presidente!!? Junker, il presidente della Commissione Europea, si è lasciato scappare affermazioni come “Non conosce il mondo”, oppure “Gli dovremo insegnare cos’è l’Europa e come funziona. E rischiamo di perdere due anni”. È il benvenuto delle élite al “populista” che tra breve si insedierà alla Casa Bianca!

Sì, ma chi sono questi “populisti” che raccolgono sempre più consensi in molte nazioni dell’occidente capitalista?

Secondo la vulgata della sinistra istituzionale sono beceri soggetti di destra che sfruttano il malcontento della popolazione per arrivare al potere. Una spiegazione che non spiega. Infatti, costoro non spiegano perché quote crescenti dei cittadini occidentali, appartenenti soprattutto ai ceti popolari, sono “poco contenti” della loro condizione e abbandonano i partiti di sinistra (e anche quelli di centro e di centro-destra) per votare gli impresentabili populisti. Si tratta di cattivo umore passeggero o vi è qualche motivo più serio e solido?

Secondo uno studio del PewResearchCenter1, negli Stati Uniti la cosiddetta classe media è stata superata in numerosità dalla somma delle fasce sociali più e meno abbienti. Una famiglia viene classificata come appartenente alla classe media se il suo reddito cade nell’intervallo compreso tra i due terzi e il doppio del reddito mediano familiare americano. Questa definizione rivela come questa classe media non sia altro che quell’insieme di persone che, negli anni ’30 del secolo scorso, veniva chiamato classe lavoratrice.

Non è difficile scorgere in questa erosione della classe media l’effetto della sistematica distruzione dell’industria manifatturiera USA, smantellata a colpi di delocalizzazioni e aumento delle importazioni, rese più convenienti da un dollaro il cui valore è stato mantenuto artificialmente alto nel ventennio che abbraccia gli anni ’80 e ’90. Così non solo si sono persi posti di lavoro ben retribuiti, ma si è anche svilito l’orgoglio di un ceto produttivo che si riconosceva nella qualità e nel successo dei prodotti che fabbricava. Tale processo è arrivato a compimento proprio negli anni della presidenza Clinton. Sono stati gli anni della finanza liberata dalle pastoie dello Steagall-Glass Act, che imponeva la separazione tra banche d’affari e banche commerciali. Gli anni del dollaro forte, che convogliava verso Wall Street imponenti masse di capitali da tutto il mondo. Gli anni della voragine nei conti esteri USA.

Paradossalmente, è stato proprio il Partito Democratico americano (legato ai sindacati) a gestire, per conto della finanza, il processo di globalizzazione che, mettendo in concorrenza i lavoratori occidentali con quelli dei Paesi emergenti, ha irrevocabilmente condannato i primi alla disoccupazione. A questo punto, per sostenere i consumi interni, si è fatto ricorso alla finanza creativa. Ecco il diffondersi dei mutui subprime, delle carte di credito revolving e, in generale, dell’erogazione indiscriminata di credito che, puntellando artificialmente il potere d’acquisto delle famiglie americane, ha oscurato temporaneamente il loro impoverimento. Ma, con la crisi cominciata nell’agosto del 2007, l’allegro festino giungeva al termine e, con esso, anche il flusso di briciole che i finanzieri elargivano al popolo americano.

Oggi, il panorama sociale degli Stati Uniti è devastato: una moltitudine di senza casa (gli ex proprietari subprime), una forza lavoro sottoccupata e sottopagata che deve vedersela con milioni di immigrati “latinos” disposti ad accettare le condizioni peggiori pur di trovare un’occupazione. Una nazione governata (come altre qui in Europa) da una classe dirigente, al servizio dell’élite mondialista nata e sviluppatasi nell’ambiente delle multinazionali e della finanza globalizzata, che non prova alcuna empatia per i propri connazionali caduti nella miseria. La percezione di un destino nazionale comune si è frantumata e, conseguentemente, si è divaricato lo scollamento tra elettori ed eletti, tra “persone normali” (intese ormai in senso dispregiativo) e i cosiddetti VIP (Very Important People).

La distanza viene amplificata dal disprezzo che la nuova “aristocrazia globalizzata” esibisce nei confronti dei “comuni” cittadini. Tale disprezzo si concretizza anche attraverso l’ormai insostenibile atteggiamento “politicamente corretto”. Ci ritroviamo così con una categoria di brave persone attentissime a non usare termini come “negro” o “frocio”, sostenitrici delle “quote rosa” nei consigli di amministrazione, affrante (a parole) dai patimenti dei migranti, indignate dai maltrattamenti di cani e gatti, ma del tutto indifferenti all’immiserimento di milioni di lavoratori bianchi loro connazionali.

È in questo clima che nasce e prende consistenza l’improbabile avventura elettorale di Donald Trump che, evidentemente, percepisce il problema centrale di milioni di americani, capisce le loro frustrazioni, intuisce che esiste un vuoto politico da riempire e, contro (quasi) tutte le aspettative (e anche contro la dirigenza del suo partito), vince la competizione elettorale.

Intendiamoci: The Donald non è Lenin. Tuttavia, il nuovo inquilino della Casa Bianca potrebbe portare novità tanto sul piano economico, quanto su quello geopolitico. Trump ha già affermato che cancellerà il TPP (Trans-Pacific Partnership), il trattato di libero scambio tra Paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico in funzione anticinese. In questo clima, sembra defunta la sottoscrizione del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) ed è stato rimesso in discussione anche il NAFTA (North American Free Trade Agreement). Gli Stati Uniti, affossando i trattati di libero scambio internazionali, cominceranno a rappresentare un freno alla globalizzazione selvaggia, dopo esserne stati i promotori? Se Trump darà attuazione alle promesse elettorali, si assisterà, nel medio termine, ad un deprezzamento del dollaro, indispensabile per sostenere la reindustrializzazione degli USA. Si dovrebbero stemperare le tensioni con la Russia, mentre aumenterebbero (sul piano economico e commerciale) quelle con i Paesi esportatori netti verso gli Stati Uniti (Cina in testa). Il processo di ricostruzione interna, perseguito anche attraverso politiche di spesa pubblica, dovrebbe stimolare l’economia e creare nuova occupazione. Il deficit pubblico americano salirebbe, così come il debito. Nel giro di qualche trimestre, la risalita dei tassi di interesse potrebbe far scoppiare diverse bolle finanziarie e mettere in difficoltà i Paesi più indebitati (come l’Italia).

Ma le conseguenze più rilevanti si avrebbero, con tutta probabilità, in Europa. Dopo Brexit, l’Unione Europea rischia di non sopravvivere a Trump. L’attrazione verso i partiti “populisti” (quasi tutti di estrema destra) pare destinata ad aumentare e il susseguirsi delle normali scadenze elettorali si presenta come un film dell’orrore per le aristocrazie “euriste”. Il progetto della moneta unica potrebbe aver imboccato la strada per entrare nel novero dei fallimenti della storia, lasciando spazio a qualcosa di ancora indefinito.

Come avevamo previsto da tempo, stiamo assistendo al ritorno, in grande stile, della “destra sociale”, portatrice di valori come la sovranità nazionale e il protezionismo economico. Purtroppo, è questo schieramento politico che raccoglie e si fa interprete della rabbia di quei milioni di persone incattivite e disprezzate dalla sinistra radical-chic (avete presente gli insulti della Clinton nei confronti degli elettori di Trump?). C’è da sorprendersi, se si pensa che la sinistra istituzionale è ormai da oltre quattro decenni schierata dalla parte del grande capitale finanziario internazionale e quindi, sebbene in maniera subdola, contro i lavoratori?

1PewResearchCenter, The American Middle Class Is Loosing Ground. 9 dicembre 2015.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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