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Categoria: Economia e finanza
Creato Domenica, 03 Gennaio 2021

euriL’economia sottosopra, di Toni Iero

È ormai dalla grande crisi dei mutui subprime del 2007 che il quadro economico stenta a mostrare una qualche forma di “normalità”. Si è generata una situazione di “crisi continua” che dura ormai da almeno tredici anni.

Il motivo per cui la crisi è così profonda è che le ragioni dietro lo scoppio della bolla dei mutui subprime sono, in realtà, di ordine sociale. Non è difficile intuirne i contorni se solo si tiene presente che, contemporaneamente ai mutui, sono venute a galla criticità legate allo smodato uso delle carte di credito (negli USA una forma di indebitamento), ai prestiti per pagare l’università e ad altre forme di finanziamento. Tutti indizi che lasciano intuire il vero problema: una notevole quota della popolazione negli Stati Uniti (e anche in Europa) è stata obbligata a ricorrere all’indebitamento per sostenere spese una volta coperte dalle retribuzioni. 

Dietro lo sconquasso che da allora colpisce le società capitaliste vi è, in definitiva, l’impoverimento dei lavoratori. La classe lavoratrice è stata penalizzata dal processo di globalizzazione, attraverso l’aumento della disoccupazione, la diffusione della sottoccupazione e la precarietà dei posti di lavoro creati, per lo più, nei servizi a basso valore aggiunto, effetto quest’ultimo della delocalizzazione di attività manifatturiere verso i Paesi a basso costo del lavoro.

In questo quadro, la principale misura assunta dalle autorità è stata il lancio di piani di “quantitative easing” da parte delle banche centrali (la Fed negli Usa, la Bank of Japan, la BCE per l’area euro e la Bank of England nel Regno Unito). In pratica, le banche centrali, essendo istituti di emissione, hanno “creato” moneta con la quale sono stati acquistati, in buona parte, titoli di Stato in possesso delle banche. L’obbiettivo dichiarato era fornire liquidità ai rispettivi sistemi bancari affinché questi, a loro volta, prestassero denaro per finanziare le attività economiche a imprese e consumatori. Il corollario era che, accrescendo la massa monetaria e accelerando la dinamica economica, si sarebbe aumentata anche l’inflazione, scesa a livelli pericolosamente bassi fino a sfiorare la deflazione.

I risultati sono stati mediocri. La dinamica economica non è ripartita significativamente e l’inflazione ha continuato a rimanere molto distante dal valore ritenuto “ottimale”, ossia il 2%. Le tornate di quantitative easing sono state un successo solo dal punto di vista del costo del debito per gli Stati più indebitati (come l’Italia). Infatti, l’ormai famoso spread è stato efficacemente contenuto e il peso del pagamento degli interessi sui conti pubblici è progressivamente sceso. Non ci si può, però, nascondere un effetto collaterale assai particolare: se è vero che i prezzi al consumo non sono stati stimolati dalle manovre delle banche centrali, è però vero che un aumento dei prezzi si è verificato per i titoli finanziari1. I prezzi di azioni, obbligazioni e prodotti derivati si sono incrementati notevolmente negli ultimi anni. Questo ha aumentato la ricchezza dei detentori di capitale finanziario, allargando ulteriormente le distanze sociali, e ha provocato un fenomeno che mai si era visto nel recente passato: la diffusione di tassi di interesse negativi sui titoli di debito. Mentre scrivo, il rendimento di un Btp italiano a cinque anni è pari al -0,003%: un risparmiatore che acquistasse diecimila euro di questo Btp dovrebbe PAGARE circa 30 centesimi di euro ogni anno, per cinque anni! Una situazione paradossale che sconvolge molte delle idee che si avevano a proposito di economia e finanza. 

 

Una droga per l’economia

Ma c’è un ulteriore problema: in queste condizioni, se le banche centrali interrompessero la creazione di moneta e sospendessero gli acquisti di titoli, si verificherebbe una drastica caduta delle quotazioni dei mercati finanziari. Questo eventuale tracollo si ripercuoterebbe violentemente sull’attività economica, portando il sistema verso un’altra recessione o peggio. Non si va lontani dal vero quando si dice che i quantitative easing sono ormai come una droga per l’economia. Interromperne la somministrazione rischia di determinare una drammatica crisi di astinenza.

 

Il covid-19

È in questo contesto che è arrivato il coronavirus. Il dannato agente infettivo ha colpito con inattesa precisione, penalizzando proprio i Paesi più deboli, come l’Italia, dove il danno economico provocato dall’attuale pandemia è elevato. Infatti, le estese chiusure adottate dal governo Conte (come dagli altri governi europei) hanno prosciugato i ricavi di numerosi settori economici: turismo, ristorazione, trasporti, intrattenimento, cultura, sport, etc. I ristori dello Stato agli esercizi chiusi non sono certo generosi, visto il penoso stato delle finanze pubbliche. I più danneggiati sono, almeno in questa fase, i lavoratori (per lo più, ma non solo, autonomi) che operano nei comparti prima citati. Ma, a cascata, gli effetti della forte frenata economica stanno raggiungendo anche altri settori. Non stupisce che il nostro Paese sia considerato ormai sull’orlo del baratro, visto quanto il sistema economico italiano è sbilanciato verso queste attività. Ancora una volta la prima risposta alla crisi è stata affidata alle banche centrali che hanno lanciato (o  aumentato)  l’emissione di moneta destinata ad acquistare titoli dalle banche. Ma è inutile attendersi particolari benefici di questo ulteriore incremento della massa monetaria: sullo stesso malato la stessa cura darà sempre gli stessi (magri) risultati.

 

Modern Monetary Theory

Tuttavia, un nuovo strumento sembra giungere in soccorso dei governi. Si chiama MMT, Modern Monetary Theory, ed è il riferimento economico della componente liberal del Partito Democratico americano (tra gli altri: Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez). L’MMT, nato al di fuori delle università e snobbato dalla maggior parte degli economisti accademici, comporta un diverso modo di intendere il funzionamento della moneta. Questa teoria sostiene, tra l’altro, che uno Stato, che si indebita nella propria valuta, non deve preoccuparsi per il livello del debito pubblico. Lo potrà sempre ripagare stampando un’adeguata quantità di moneta. Non intendo esaminare qui la validità dei fondamenti su cui si basa l’MMT. Però la proposizione precedente ha implicazioni rilevanti, poiché, probabilmente con un occhio a tale teoria, anche negli ambienti che contano si comincia a ragionare in maniera diversa sull’uso della moneta da parte dello Stato. Se Keynes aveva suggerito, in specifiche circostanze ed entro certi limiti, un aumento dell’indebitamento pubblico per sostenere la domanda aggregata e, quindi, il livello di attività economica, oggi l’MMT sembra offrire la base teorica per utilizzare la spesa pubblica senza alcun confine. A questo concetto sembrano ispirarsi i recenti piani di intervento pubblico per l’economia, tra i quali anche il NextGenerationEU, proposto dalla Commissione Europea. In effetti, si tratta di una novità che, se sarà effettivamente attuata, potrebbe portare a nuovi risultati. Per esempio, possiamo aspettarci, nel tempo, una ripresa dell’inflazione: se il denaro, invece di fermarsi nei bilanci bancari, arriva nei portafogli di imprese e consumatori potrebbe determinare un aumento della circolazione della moneta e, presumibilmente, un incremento dei prezzi al consumo. A riprova del nuovo clima, in questo periodo vi è chi propone apertamente la monetizzazione del debito: la banca centrale dovrebbe acquistare i titoli pubblici e poi cancellarli, cosicché lo Stato non avrà più l’onere di rimborsarli. Su un altro fronte, vi sono già state emissioni di debito irredimibile, ossia senza più scadenza: chi compra questi titoli continuerà ad incassare gli interessi ma non avrà mai indietro il capitale. Dietro questo fiorire di soluzioni vi è ormai l’idea che occorra qualcosa di nuovo per riuscire a fronteggiare i problemi economici che affliggono da ormai troppo tempo le nostre società. Insomma, qualcosa si sta muovendo ed è interessante osservare l’evoluzione delle idee e dei conseguenti strumenti proposti per uscire da una crisi ormai cronica.

 

Il lavoro

Che poi i precetti dell’MMT funzionino anche in altri ambiti, per esempio comportino una riduzione delle disuguaglianze reddituali, è un altro discorso. Infatti, questa teoria sembra assegnare una nuova centralità alla spesa pubblica (e, quindi, allo Stato), ma non sembra preoccuparsi troppo della tutela del lavoro. Credo, invece, che l’aspetto fondamentale, oggi, sia proprio questo: riconoscere al lavoro il suo ruolo di principale propellente dello sviluppo sociale. È una questione complessa che si riflette in diversi ambiti (la normativa, la rappresentanza sindacale, le importazioni da Paesi a basso costo del lavoro, etc.). Ma, è solo con la tutela delle condizioni dei lavoratori, da estendere a tutti i Paesi, che la società potrà uscire dalla folle situazione in cui langue oggi e trovare un equilibrio di lungo periodo.

1 I rilevanti acquisti di titoli obbligazionari (pubblici e anche privati) da parte delle banche centrali, per la legge della domanda e dell'offerta, determinano un aumento delle loro quotazioni. Ricordiamo che le banche centrali acquistano questi titoli dalle banche commerciali. Queste ultime, visto il debole stato dell’economia, usano solo una piccola parte dei proventi di queste vendite per finanziare imprese e consumatori, la maggior parte del denaro ritorna all’interno del circuito finanziario, contribuendo all’incremento delle quotazioni di azioni, materie prime speculative, etc..

 

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