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Categoria principale: Esteri Categoria: Centro America e America Latina
Creato Domenica, 01 Novembre 2009

Centroamerica: quello in Honduras è il primo golpe del secolo, di Nerio Casoni (n°118)

Quello in Honduras è il primo golpe del ventunesimo secolo. Questo non invidiabile primato si può ricondurre a un tentativo egemonico da parte di componenti della borghesia più oscurantista, in contrasto con quella che ha in Zelaya il suo rappresentante.

Il tentativo dei progressisti di promuovere un’assemblea costituente ha fatto apparire con il golpe militare (non osteggiato dal clero) il soprannominato El Gorilla (alias Roberto Micheletti) e il Partito Nazionale, a difesa dei valori della patria, della famiglia e dell’esercito, in contrapposizione al partito di Unificazione Democratica.

Un tentativo “troglodita” di risoluzione delle dinamiche sociali in atto, tendenti al miglioramento delle condizioni di vita, che pone in discussione un concetto, quello della democrazia, scelto come tema centrale di questo numero di Cenerentola.

Democrazia, l’aspirazione rivoluzionaria del XX secolo, si è trasformata in uno slogan universalmente adottato, ma privo di contenuto.

Nella prima metà del secolo scorso il dibattito s’incentrò sulla desiderabilità della democrazia, prevedendo una limitazione delle forme partecipative e delle sovranità allargate, privilegiando la formazione di governi attraverso procedure di tipo elettorale. Questa fu la forma egemonica delle prassi democratiche nelle quali il cittadino non possiede altra capacità che quella di scegliere un leader, in cui il pluralismo è la incorporazione di partiti e lotta fra élites.

Un altro importante dibattito permeò la discussione sulle democrazie nel secondo dopoguerra: quello circa le condizioni strutturali della democrazia, che si incentrò sulla compatibilità tra democrazia e capitalismo.

Una volta vinta la battaglia per la democrazia rappresentativa, si sarebbe sviluppata una tendenza alla redistribuzione, determinata dal giungere al potere della socialdemocrazia; quest’ultima avrebbe limitato l’invadenza della proprietà, i cui guadagni sarebbero stati ridistribuiti a favore delle classi meno abbienti. Ma lo smantellamento delle politiche sociali a partire dagli anni ‘80 ha messo in discussione queste tesi sulla redistribuzione.

Oggi ci troviamo in un paradosso in cui, parallelamente all’estensione delle sedicenti democrazie, assistiamo ad un enorme degrado delle prassi democratiche. Le elezioni sostituiscono procedure di rappresentanza delle differenze e di autodeterminazione da parte dei cittadini.

Il motivo principale per cui non prevalse l’idea di una gestione partecipativa fu l’emergere di forme complesse che hanno portato al consolidarsi di burocrazie specializzate nell’amministrazione dello Stato.

Con la fine della guerra fredda e lo sviluppo del processo di globalizzazione la teoria egemonica della democrazia deve affrontare un insieme di questioni irrisolte che rimandano al dibattito tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa, presente in quei paesi in cui è più acuta la diversità etnica, in cui gruppi sociali hanno difficoltà a vedere riconosciuti i loro diritti ed in cui i loro interessi si scontrano con le élites al potere.

L’ampliamento della democrazia, che iniziò negli anni ‘70 in Europa e giunse negli anni ‘80 in America Latina, ha rimesso in discussione la democrazia sul rapporto procedure/partecipazione, ridisegnando una nuova grammatica sociale fra Stato e società. Fu messa in discussione l’adeguatezza della soluzione non partecipativa e burocratica, nacque una nuova politica basata sulla creatività degli attori sociali.

Reinvenzioni della democrazia partecipativa sono legate a processi di democratizzazione in atto nei paesi del Sud, dove il fascismo aveva dominato, governando fino agli anni ‘70/’80.

Processi di liberazione e democratizzazione condividono un elemento comune: la possibilità d’innovazione intesa come partecipazione allargata al processo decisionale. Mentre le società capitaliste hanno consolidato una concezione egemonica della democrazia rappresentativa, cercando di stabilizzare la tensione tra capitalismo e democrazia tramite la priorità data all’accumulazione rispetto alla redistribuzione sociale e attraverso la limitazione della partecipazione dei cittadini.

Certo le democrazie non godono di ottima salute, e anche le strategie di resistenza e di rivoluzione non stanno troppo bene; così sarà fino a quando non riusciranno in ciò che fino ad ora non sono riuscite a produrre: il superamento della forma Stato.

(Parte delle osservazioni contenute in questo articolo sono tratte dal volume curato dal sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos Democratizar a democracia. Os caminhos da democracia participativa, Civilizacao Brasileira RJ 2002)

 

 

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