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Categoria principale: Esteri Categoria: Centro America e America Latina
Creato Domenica, 22 Aprile 2018

ChiapasL’Otto Marzo in Chiapas, Ilaria Leccardi (n°211)

Migliaia di donne in lotta riunite per lanciare una sfida internazionale

Donne che lottano, donne che resistono, donne che lavorano ogni giorno per elaborare una trasformazione sociale dal basso. Erano oltre ottomila quelle che si sono ritrovate nel Caracol di Morelia, in Chiapas, dall’8 al 10 marzo, per il Primo Incontro Internazionale Politico Artistico Sportivo e Culturale delle Donne che Lottano, convocato dalle donne zapatiste. Con loro anche una delegazione di “Non una di Meno”, il movimento nato lo scorso anno sull’onda dell’argentino “Ni una menos”, per contrastare la violenza di genere nelle sue varie forme e organizzato in collettivi diffusi su tutto il territorio nazionale.

E così, mentre in Italia migliaia di donne scioperavano (o cercavano di farlo) e scendevano in piazza per urlare ancora una volta che la violenza di genere è un problema strutturale della nostra società, al di là dell’Oceano donne di tutto il mondo si riunivano per confrontarsi, discutere, illustrare le proprie realtà di lotta, creare un filo comune.  

“All’Incontro hanno partecipato realtà di tutto il mondo. Dall’Europa, oltre a noi, erano presenti collettivi o attiviste provenienti da Spagna, Grecia, Francia, Germania”, spiegano Chiara, Giulia, Lucia e Marta, le attiviste di Non una di Meno che hanno viaggiato fino al Chiapas per partecipare alla tre giorni. “Il momento più toccante – aggiungono – è stato quello del discorso di apertura dell’insurgenta Erika (nome utilizzato per parlare in collettivo, ndr) e gli sguardi emozionati delle donne presenti”. “Guardiamo questi alberi, che voi chiamate boschi e che noi chiamiamo monti – ha detto la comandante –. Sappiamo che in questi boschi, in questi monti, ci sono molti alberi differenti. Per esempio, c’è il pino, c’è il mogano, c’è il cedro, c’è il bayalté, ci sono molti tipi di alberi. Ma sappiamo anche che ogni pino non è uguale agli altri, ognuno è differente. Lo sappiamo, però quando li vediamo diciamo che sono boschi o monti. Bene, qui siamo come boschi o monti. Siamo tutte donne. Ci sono colori, dimensioni, lingue, culture, professioni, modi di pensare e forme di lotta differenti. Diciamo però che siamo donne e che siamo donne che lottano”. 

Donne che si battono contro i femminicidi, la violenza istituzionale, il razzismo e la costruzione di muri e frontiere, la distruzione dell’ecosistema. Un messaggio in grado di arrivare ovunque, come hanno confermato le parole delle combattenti curde in un videomessaggio trasmesso nel corso dell’Incontro. Un messaggio che, tuttavia, in molti provano ancora a contrastare, come testimonia il femminicidio di Marielle Franco, consigliera comunale di Rio de Janeiro, in Brasile, eletta nelle liste del Partito socia 

lismo e libertà (Psol), sociologa, femminista, in prima linea contro le violenze della polizia nelle favelas. Marielle è stata uccisa il 14 marzo con cinque colpi di pistola dopo una riunione politica, un’esecuzione in piena regola. 

Nel corso della tre giorni in Chiapas le partecipanti hanno avuto occasione di raccontare la propria storia di lotta e prendere parte a tavoli di discussione, ma anche a iniziative artistiche e sportive, come tornei di pallavolo, calcio e basket. “Noi – continuano le attiviste di Non una di meno – abbiamo partecipato per lo più a tavoli di discussione. Siamo rimaste molto colpite da quello delle donne indigene dell’America latina sfruttate e vittime di soprusi da parte sia dei cartelli che dei governi nazionali. Un momento di confronto che, unito all’intervento delle donne di Ciudad Juárez e a quello delle afroamericane delle periferie delle città statunitensi, ci ha permesso di cogliere nitidamente la dimensione sistemica e le relazioni esistenti tra le diverse forme di violenza nel mondo”. 

Che un evento come questo sia stato convocato dalle donne zapatiste assume un valore ancora più forte. Sono loro che, ancor prima del Levantamiento dell’Ezln del 1994, aggiungono le attiviste italiane, “hanno iniziato a incontrarsi, confrontarsi e discutere, spesso clandestinamente, per acquisire protagonismo all’interno del processo di lotta. Oggi quelle donne hanno imposto la loro presenza attiva nei luoghi di decisione politica, sperimentando forme di autonomia e riorganizazzione delle loro comunità”. Tanto che la persona scelta come candidata alle prossime elezioni presidenziali di luglio in Messico era stata proprio una donna, Marichuy, protagonista di un’importante campagna sul territorio che non è riuscita tuttavia a raccogliere le oltre ottocentomila firme necessarie per presentare la candidatura. Le firme sono state quasi duecentottantaduemila, un successo secondo gli zapatisti che hanno messo l’accento sul percorso durante il quale l’aspirante candidata e il Consiglio indigeno di governo hanno toccato 27 diversi stati del Messico, dove hanno raccolto consensi e forme di confronto. All’Incontro era presente anche Marichuy. 

In Italia, il movimento Non una di Meno è attivo e ha saputo nel corso dei mesi passati produrre un importante documento guida, il “Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere”, per la realizzazione del quale sono state fondamentali le assemblee nazionali che si sono tenute a Bologna, Pisa e Roma e a cui hanno preso parte i vari collettivi. Al tempo stesso, il movimento ha saputo differenziarsi territorialmente in base alle singole realtà in cui le attiviste si muovono. Come, ad esempio, il collettivo di Taranto che sta lavorando molto sul tema dell’eco-femminismo, a partire dal dramma della contaminazione causata dall’Ilva. O quello di Alessandria, da dove provengono le quattro attiviste partite per il Chiapas, che si sta battendo per dar vita a una Casa delle donne.

“La presentazione del Piano – spiegano ancora Chiara, Giulia, Lucia e Marta – è servito ad allargare verso il basso il messaggio e anche a chiarire che il nostro movimento non è solo femminista ma transfemminista, ossia abbraccia tutte le soggettività Lgbtqia. Si tratta di una novità rispetto ai movimenti nati negli anni Settanta. Non era mai stato prodotto un documento così complesso e articolato sulla questione della violenza di genere in tutte le sue forme ed è stato anche utile perché ha permesso al movimento di stringere i rapporti con Di.re, la rete dei centri anti-violenza attivi sul territorio italiano”. La strada da percorrere verso una società libera dalla violenza di genere è ancora lunga, ma è lottando così che ogni giorno quel bosco differenziato e ricco di idee potrà diventare sempre più rigoglioso. 

 

 

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