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Categoria principale: Esteri Categoria: Centro America e America Latina
Creato Lunedì, 21 Marzo 2005

Il risveglio dell’America Latina e l’interesse cinese, di Ilaria Leccardi (n°54)

L’America Latina, storicamente terreno di conquista degli Stati Uniti, sta risorgendo e conquistando una nuova indipendenza?

Washington ha beneficiato negli anni della sua enorme potenza politica, economica e militare per sfruttare le ricchezze naturali, minerali e umane sudamericane. Ma negli ultimi tempi questo dominio ha visto una flessione. E non tanto per un disinteresse statunitense, l’interesse anzi è più forte che mai, quanto per una volontà di riscatto sudamericano che dimostra la voglia di uscire dalla decennale subalternità agli Usa. Questo ha portato al rifiuto di politiche imposte dall’alto a favore del Paese del dollaro, ma anche ad una volontà di trovare accordi economici e politici tra i singoli governi, con la creazione di organi interstatali, e ad un’ampia apertura verso mercati esteri concorrenti agli Usa. Primo fra tutti, e con grande smacco per Washington, il mercato cinese.

I primi segnali di rifiuto latinoamericano delle politiche statunitensi sono venuti dal rigetto del disegno di unificazione del mercato continentale sotto la bandiera a stelle e strisce. Gli Usa ci avevano provato dapprima, a metà degli anni ’90, con il NAFTA (North Atlantic Free Trade Agreement – Accordo di Libero Commercio Nord-Atlantico), intesa di "libero commercio" tra Stati Uniti, Messico e Canada che era più che altro un’imposizione favorevole a Washington per contrastare i mercati europei e asiatici ed esportare l’American way of life a tutti gli effetti. Era poi stata la volta dell’ALCA, zona di libero commercio delle Americhe, in realtà un vero e proprio progetto coloniale guidato dalle multinazionali Usa per controllare i commerci del continente, imponendo il dollaro come moneta unica e assoluta. Il rischio di un simile progetto, per cui gli Stati Uniti non sono ancora riusciti a trovare un accordo di applicazione, è la dipendenza estrema che le singole economie statali verrebbero a subire dal gigante del nord. Ma gli stati sudamericani hanno detto no. I governi di Brasile, con Luiz Ignacio Lula da Silva, Argentina, con Nestor Kirchner, Cile con il morbido Ricardo Lagos, e soprattutto Venezuela, con Hugo Chavez, e Cuba con l’inossidabile Fidel Castro, stanno indebolendo le mire di Bush. L’America Latina ha iniziato ad avere un progetto comune, a pensare insieme, grazie anche alla vittoria della coalizione di centro-sinistra in Uruguay con Tabaré Vázquez e alle speranze di una conferma progressista in Cile con Michelle Bachelet, e di futuri successi elettorali di Manuel Lopez Obrador in Messico, il prossimo anno, ed Evo Morales in Bolivia, nel 2007.

Il cambio di tendenza è dimostrato, oltre dal fatto che l’ALCA non abbia ancora trovato applicazione, anche dal rifiuto netto del Plan Colombia. Questo progetto, ideato dagli Usa e dal presidente colombiano Uribe, vorrebbe fare della Colombia la pista di lancio continentale, estremamente militarizzata, da cui gli Stati Uniti possano estendere la lotta ad ogni forma di guerriglia e opposizione.

La volontà di riscatto dei paesi del sud del mondo si era già fatta sentire al vertice WTO (World Trade Organization – Organizzazione Mondiale del Commercio) di Cancun nel 2003. In quell’occasione si era creata un’alleanza di 21 Paesi in via di sviluppo, appoggiati dal cosiddetto BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) che hanno avuto la forza di opporsi ai dettami del Fondo Monetario Internazionale, facendo di fatto fallire il vertice. Ma ciò che fa più tremare gli Usa sono le nuove alleanze che i Paesi sudamericani stanno firmando con nazioni concorrenti. Il rischio per Washington è che si crei un asse che colleghi i Paesi del sud del mondo in diversi settori, dalla politica, all’economia, dal settore militare a quello culturale.

Il maggiore segnale di sconfitta internazionale per l’amministrazione Bush è venuto dall’ultimo vertice dell’APEC (Asia Pacific Economic Cooperation - Cooperazione Economica Asia-Pacifico), chiusosi il 21 novembre scorso a Santiago del Cile. In quell’occasione i capi di stato dei Paesi dell’area si sono incontrati per discutere principalmente di questioni monetarie. Ma ben più interessante delle conclusioni del vertice è stato lo scontro strategico tra Usa e Cina, da cui quest’ultima è uscita nettamente vincitrice. E il centro dello scontro è stato, da una parte, la spinosa questione della Corea del Nord e, dall’altra, gli accordi firmati con i paesi dell’America Latina. Già nel 2003 il 36% dell’afflusso di capitali esteri in Sud America veniva dalla Cina e lo scorso maggio Brasile e Argentina avevano firmato importanti accordi con il gigante asiatico. Oggi l’interesse alla cooperazione e allo scambio sono più vivi che mai.

A novembre il presidente cinese Hu Jintao ha approfittato del vertice per estendere la "gita" in terra sudamericana, insieme a numerosi imprenditori e alcuni ministri, visitando tra l’11 e il 23 novembre Argentina, Brasile, Cile, per il vertice, e Cuba. Con il Brasile ha accordato di investire più di 6 miliardi di dollari e firmato 11 trattati bilaterali, tra cui quello con la CVRD brasiliana, leader mondiale della produzione di ferro, da scambiare con il carbone cinese. La Cina si è impegnata a favorire le esportazioni di carni avicole e bovine e a favorire l’immissione di soia brasiliana nel proprio mercato. Pechino ha inoltre acquistato dieci aerei della compagnia brasiliana Embraer, e la China National Petroleum Corporation ha stanziato un miliardo di dollari per la costruzione di un oleodotto che attraverserà il Brasile da nordest a sud. Accordi con il presidente Lula sono stati stilati anche per il lancio di satelliti di Pechino dal suolo brasiliano. Dal canto suo il Brasile ha riconosciuto ufficialmente alla Repubblica Popolare Cinese, entrata nel WTO nel 2001, di avere un’economia di mercato. E questo è un grande vantaggio per la Cina, in quanto i nuovi membri dell’Organizzazione, non ancora considerati aventi economia di mercato, sono costretti a sopportare norme anti-dumping (la pratica del dumping prevede l’esportazione sottocosto finalizzata a guadagnare quote di mercato) da parte degli altri stati contro i propri prodotti.

Anche l’Argentina ha firmato accordi economici con la Cina. Le cifre di investimento cinese raggiungono i 20 miliardi di dollari in dieci anni, di cui 5 per esplorazioni petrolifere. Già in agosto le esportazioni dell’Argentina verso Pechino erano aumentate del 10% rispetto al 2003, rendendo la Cina la quarta destinazione al mondo dell’export argentino. Gli accordi con il governo di Kirchner hanno toccato anche tecnologia spaziale, turismo, educazione e trasporti ferroviari. Le compagnie China Railway e China Beiya Escom si occuperanno della costruzione di reti ferroviarie per collegare le province del nordest argentine e quelle della Patagonia, ricche di minerali e pietre preziose, alla capitale Buenos Aires.

Nei giorni del vertice Hu Jintao ha firmato con il Cile un trattato di libero commercio e, soprattutto, un accordo per l’esportazione in Cina di rame, di cui il Cile è il primo fornitore al mondo. Questo a dimostrazione della necessità cinese di rifornirsi di determinate materie prime che vanno oltre a petrolio e gas.

Infine Cuba. Hu Jintao e Fidel Castro si sono accordati su petrolio, telecomunicazioni, biotecnologie e minerali, ma anche sull’esportazione cubana di zucchero.

Nel giorni del vertice la Cina si è detta favorevole ad investire anche in Venezuela, dove è interessata alle grandi risorse petrolifere, e in Ecuador, paese molto ricco di oro nero, ma ancora troppo arretrato nelle strutture di estrazione. Ed è proprio qui che Pechino potrebbe farsi avanti per favorire lo sviluppo.

La sconfitta degli Usa a novembre è stata netta. Se la Cina ha infatti stilato più di 30 accordi con i Paesi dell’APEC, arrivando anche alla Repubblica Domenicana e alla piccola isola di Antigua, impegnandosi a investire in totale circa 100 miliardi di dollari in un decennio, Washington si è fermata a soli 4 accordi.

Il risveglio del subcontinente americano negli ultimi anni è forte. I Paesi dell’area stanno dimostrando a più riprese la necessità di trovare un’integrazione interstatale con un’economia e una politica comuni, in un contesto di fermento generalizzato, diverso per i singoli paesi, che fa ben sperare per un cambiamento dello stato attuale delle cose. Il Mercosur, l’area di libero scambio in America Latina, in vigore dal 1995, si sta allargando. Riunisce ufficialmente Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, con paesi associati Bolivia, Cile e Perù, ma presto dovrebbe estendersi ai paesi della Comunità Andina, come Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela. Il ruolo del Mercosur e della Comunità Andina è puntare principalmente alla libera circolazione di servizi e beni, stabilire tariffe doganali comuni, trovare legislazioni condivise. Nel mese di dicembre gli stessi paesi dei due organi hanno creato un nuovo soggetto interstatale, la cosiddetta Unione Sudamericana delle Nazioni, importante soprattutto a livello politico, a conferma di voler andare oltre il mero aspetto economico di un mercato comune. Tentativi di superare la frammentazione si erano già avuti nel 2000, con l’Iniziativa per l’Integrazione dell’Infrastruttura Regionale Sudamericana (IIRSA), che aveva l’obiettivo di migliorare e integrare infrastrutture, trasporti, comunicazioni e scambio di risorse energetiche tra i diversi stati.

I governatori latinoamericani si stanno rendendo conto dell’esistenza di una storia comune delle varie nazioni, che condividono un’identità politica e storica da cui è impossibile prescindere, e che potrebbe fare del subcontinente una vera e propria forza mondiale.

E gli accordi tra i vari stati continuano a procedere. Il 14 febbraio scorso Lula e Chavez si sono incontrati a Caracas per avviare una "alleanza strategica profonda" con 26 contratti di cooperazione in ben 17 campi. Il 1° marzo, a margine della cerimonia di insediamento del presidente dell’Uruguay Tabaré Vázquez, Lula e Chavez si sono nuovamente incontrati insieme al presidente argentino Kirchner per stipulare ulteriori accordi. Obiettivi per il futuro sono la creazione del Petrosur, compagnia continentale che unisca le compagnie statali, del Banco del Sur, a livello economico, e della Telesur che sia in grado di competere con i grandi network privati mondiali.

Avvisaglie di debolezza statunitense in Sud America si erano già dimostrate in occasione del vertice dei ministri della difesa di 34 Paesi americani, tenuto a Quito in Ecuador lo scorso novembre. Gli Usa avevano chiesto il riconoscimento di una lista continentale di organizzazioni terroristiche, ma la proposta è stata respinta nettamente, così come rigettata è stata la richiesta di Rumsfeld di creare un contingente multinazionale con base in Colombia per combattere contro tutte le guerriglie.

I movimenti internazionali centrati sull’America Latina, ma anche l’irrisolvibile situazione in Iraq, dimostrano dunque una difficile realtà per Washington.

Il caso emblematico di Santiago del Cile ha dimostrato che Pechino sta assumendo un ruolo internazionale sempre più forte, imponendo una costante crescita economica, anche a discapito dei propri cittadini, lavoratori spesso sfruttati e privi dei minimi diritti sindacali.

La Cina sta puntando ad aumentare il proprio ruolo internazionale in tutti i settori. Lo dimostrano gli accordi da oltre 70 miliardi di dollari per la fornitura di petrolio firmati con l’esportatore Iran, considerato dagli Usa un "paese canaglia", e l’entrata di Pechino nei mercati africani, dove guarda in primo luogo ai campi di petrolio sudanesi. Ma la Cina è arrivata anche in Australia, dove sta rubando spazio agli Stati Uniti. Come dimenticare poi che Pechino ospiterà le Olimpiadi del 2008 e Shanghai l’Esposizione Universale nel 2010? C’è chi sostiene che entro trent’anni il mercato cinese sorpasserà quello statunitense, diventando la prima potenza economica del pianeta. Ma come non pensare che il sorpasso possa avvenire anche prima e non solo sul piano economico?

Gli obiettivi della Cina in Sud America sembrano quindi indirizzati a creare un blocco alternativo a quello della superpotenza statunitense. E non sembra un’ipotesi del tutto peregrina. Ad appoggiare la tendenza cinese ci sono anche la Russia e altri grandi Paesi in via di sviluppo e affermazione internazionale, tra cui spicca l’India. Il nuovo asse è confermato dalle visite di Putin in Cina e India nell’autunno scorso, che hanno avuto risvolti di collaborazione economica, politica e militare.

La Cina considera oggi l’area sudamericana come un’occasione di stabilità che si allontani dalle difficili tensioni del Medio Oriente e da realtà economiche invitanti ma ancora troppo fragili, come i Paesi da poco entrati nell’Unione Europea. Se gli obiettivi economici di Pechino sono quelli di più facile e rapido conseguimento, l’opzione politica, orientata al futuro, è anche quella che più sembra preoccupare Washington.

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